Giovedì 17 Maggio 2012
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La mafia ai tempi del fascismo

25 Novembre 2007

Forse non tutti sanno, o ricordano, che il famoso articolo di Leonardo Sciascia pubblicato dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987 con il titolo “I professionisti dell’antimafia” era, giornalisticamente, una recensione di una monografia sulla lotta alla mafia in epoca fascista scritta da un allievo di Denis Mack Smith: il libro s’intitolava La mafia durante il fascismo e il suo autore rispondeva al nome di Christopher Duggan (l’editore era Rubbettino).

Ora il brillante editore di Soveria Mannelli manda in libreria una nuova edizione del volume, che scopriamo essere ancora attuale, come lo sono le considerazioni di allora di Sciascia. Partiamo da quest’ultime. Lo scrittore siciliano innanzitutto sottolineava come la mafia fosse (e sia) un fenomeno essenzialmente culturale e come il libro centrasse correttamente questo aspetto cruciale (“l’attenzione dell’autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»”).

Entrando nel merito della questione le osservazioni di Sciascia diventavano ben più trancianti: “L’idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche come il fascismo, altre cose”. Cosa intendeva dire? Alludeva certo alla dedizione totale che sia mafia che il fascismo richiedevano ai suoi aderenti e alle evidenti ascendenze socialiste (nella versione rivoluzionaria, specialmente soreliana) del “fascismo-movimento”, come De Felice ha chiamato la fase che ha preceduto la presa del potere, denominando invece “fascismo-regime” quella successiva. E ancora: “fascismo che – nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi “risorgimentali” – volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari e quindi con la mafia”. Il libro infatti tratta ampiamente del prefetto Cesare Mori – definito da Duggan “per natura autoritario e fortemente conservatore” – e dei suoi tentativi di debellare il fenomeno mafioso, muovendo dalla personale convinzione che la chiave di volta del sistema fossero i “gabellotti”, cioè i grandi affittuari (che Sciascia definisce le “guardie del feudo”) che prendevano in gestione la terra dai latifondisti per subaffittarla ai contadini.

Sotto questo profilo, ancora una volta viene alla luce l’analogia fra le trame di potere mafiose ed il mondo feudale: carattere informale delle relazioni di potere (potremmo addirittura dire rapporti di

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