C’era una volta un libricino della Sellario di Dodi Negri, indimenticato amico. S’intitolava La Gabbia. Raccontava di una spia russa infiltrata in Vaticano.
Ripercorreva la sua lenta conversione, fino al punto che, attraverso un gioco di specchi abilmente descritto, finiva per collocarsi dalla parte della Chiesa di Roma, tradendo l’originaria fede comunista. Il lungo racconto non si limitava ad attestare la superiorità della Chiesa ufficiale su quella Chiesa comunista, assai prima che fosse attestata dalla storia. Celebrava, ancor più, la duttilità, la forza di assorbimento e insieme di contagio propria del cristianesimo, indicando in ciò la ragione principale della sua durata nei secoli.
Alla fine della giornata di ieri - giornata convulsa -, il pensiero è andato a quelle pagine lette tanti anni fa.%0D Perché questo giorno di campagna elettorale ha avuto un prologo, un momento centrale e una conclusione. E cercarne una cifra complessiva ha rinverdito in me il senso di ciò che Negri seppe allora trasmettermi.
Il prologo si svolge da Marione, osteria fiorentina nella quale spesso sfociano le mattinate di lavoro. Sono con Verdini, Bondi appena giunto a Firenze e l’amico Pietro De Marco, coltissimo e raffinato professore di sociologia delle religioni. Verdini tiene banco, esibendo il miglior repertorio di scurrilità toscana, a tal punto condita di vita vissuta da smaltire ogni ombra di volgarità: un lungo e riuscito editoriale del Vernacoliere, per intenderci. Sono un po’ preoccupato per i miei commensali, che so assai più cattolici di me. Ma, con sorpresa, li scorgo perfettamente a loro agio. Sembrano carta assorbente. Con modi differenti - curiali e di sottecchi il Bondi, diplomatici e naturalmente predisposti al distinguo il De Marco – superano ogni allusione sottile o grossolana che sia senza imbarazzo. Con una gioia che fa intravvedere capacità non comuni di scrutare gli abissi di quel mistero del vivere che anche Verdini, a suo modo, dimostra di conoscere.
La scena cambia e ci porta a Siena, nel pomeriggio, per la manifestazione contro la moschea di Colle Val d’Elsa. Siamo un piccolo “esercito della salvezza”; con me vi sono infatti Carlo Panella, Riccardo Mazzoni, Suad Sbai e Khaled Fouad Allam. Sala gremita fino all’inverosimile: roba da non credere nella inespugnabile capitale del potere rosso. Ognuno parla il suo linguaggio. Carlo descrive il nuovo pericolo totalitario. Riccardo, grande amico di Oriana Fallaci, ne ricorda il percorso e la sua ultima battaglia, proprio contro quella moschea. Souad parla dei più deboli - donne e bambini - e dei loro diritti. E Khaled, infine, ricorda la forza della democrazia che deve piegare, se è necessario, costumi e tradizioni. Alla fine, da questa polifonia si produce un solo inno al cristianesimo: alla forza di contagio dei suoi sentimenti, alla sua incoercibile sostanza e, insieme, alla sua capacità d’influenzare e farsi influenzare senza per questo snaturarsi.
La
conclusione va in scena ad Arezzo, dove Rossella Angiolini ha riunito
250 donne a cena, per presentare loro il libro-intervista di Sandro
Bondi Io, Berlusconi, le donne e la poesia. Provo a gettarla in
scherzo. Dico a Bondi che se il dottore - così Sandro chiama ancora
oggi Berlusconi - avesse saputo di quell’evento avrebbe immediatamente
sfornato un volume concorrente, intitolandolo Io, Bondi, le donne e se
proprio è necessario anche la poesia. Ma Sandro si lancia in una
serissima quanto colta perorazione del modello femminile, esaltandone
la differenza e la superiorità rispetto a quello imposto dai maschi.
Applica il suo paradigma alla politica, riconoscendo nella maschilità
prevalente di quest’attività una delle ragioni principali dei drammi
vissuti nell’età dei totalitarismi. Si dice infine convinto che solo se
la politica saprà farsi donna, senza imitazioni né travestimenti, vi
sarà rivoluzione e rigenerazione. Ci penso un po’. Non sempre è andata
così. Mi viene in mente Rosa Luxemburg la cui sensibilità tutta
femminile conviveva perfettamente con il più spietato ideologismo. Mi
vengono in mente le donne terroriste e la forza del loro fanatismo.
Maschi travestiti, direbbe Sandro. Non sempre. In qualche caso vi è
stato uno speciale supplemento. Non c’è dubbio, però, che la differenza
che Bondi ha voluto elogiare - forse ideale più che reale - abbia una
matrice tutta cristiana che porta a un femminismo per larghi tratti
alternativo a quello che storicamente conosciamo. Per il quale la donna
non sarà mai una ventiseienne da mettere in testa a una lista come
simbolo ma una esperienza di verità, che sa vivere e affermarsi in
mezzo ai problemi della quotidianità. In un tempo non drogato come
quello di una campagna elettorale.


Mi complimento con il Sen.