La maggioranza dei commenti degli osservatori si sono appuntati di recente sul dato negativo dell’inflazione al consumo, che è accelerata dal 2,4 per cento in ottobre al 2,5 per cento in novembre.
Non ha ricevuto, invece, l’attenzione che merita la dinamica dei prezzi alla produzione, che evidenzia un’evoluzione preoccupante per l’Italia, rispetto ai nostri partner europei.
L’inflazione alla produzione
nel nostro paese, infatti, è aumentata fortemente, balzando al 3,5 per cento in
settembre, dal 2,1 per cento nel mese
precedente; un incremento relativamente più rilevante di quello dell’inflazione
al consumo che pone l’Italia in condizioni nettamente peggiori rispetto alla Germania, dove i prezzi alla
produzione sono saliti dell’1,5 per cento, e alla Francia, dove sono aumentati
del 2,7 per cento.
Per le nostre
imprese, fortemente orientate all’export, gli aumenti dei prezzi alla
produzione relativamente più elevati rispetto alla Germania e alla Francia
determinano una perdita di competitività, aggravando il danno prodotto dal
deprezzamento del dollaro.
Non sorprende quindi che, secondo stime preliminari,
le esportazioni italiane sarebbero addirittura diminuite a ottobre, dell’1,6
percento, e l’indicatore del clima di fiducia delle imprese industriali italiane
abbia rilevato una diminuzione a novembre.
In tutti i paesi
europei, gli aumenti dei prezzi alla produzione sono riconducibili alla
dinamica dei prezzi dei beni alimentari e dell’energia.
Nel caso italiano, la componente energetica incide pesantemente in virtù dell’insufficiente diversificazione della produzione e delle fonti di approvvigionamento di energia.
Invece di adombrare il ricorso a iniziative inefficaci di controllo dei prezzi, il Governo farebbe meglio ad attivare le tanto attese politiche di liberalizzazione e la realizzazione di rigassificatori.

