“Non tutti sanno che la morte viene irrogata a
condannati, spesso colpevoli e talvolta innocenti, non soltanto in unica ed
istantanea soluzione, con una iniezione letale o con una scarica elettrica o
con un cappio al collo o con un proiettile nella nuca; essa è anche inflitta,
non istantaneamente ma nel tempo, con ceppi inutili ed inumani su corpi
martoriati dalle infermità e dalla senilità molto vicini all'ultimo passo”.
Questa non è la solita lettera, del solito condannato a morte, della solita
prigione del Texas, dove i soliti odiati americani, si ostinano a praticare la
pena capitale.
E’ la lettera di Bruno Contrada all’indomani della sentenza che gli nega i benefici di legge alla carcerazione per gravi motivi di salute. E’ la lettera di un ex-servitore dello Stato, condannato dopo un iter processuale quantomeno controverso, un iter lungo e confuso, a volte oscuro, certamente non lineare.
Ma soprattutto è la lettera di un condannato, che sconta
la sua pena, all’Italia della moratoria della pena di morte delle Nazioni
Unite, “ma quanto siamo bravi…, ma che bel risultato storico…” (ieri in Iran
sono state giustiziate 5 persone!). All’Italia di Nessuno tocchi Caino, della Bonino e del Dalai Lama sacrificato
sull’altare del Commercio Estero, all’Italia di D’Alema, statista di fama
internazionale, a braccetto con terroristi di altrettanta fama. E’ una lettera
agli amici di Sofri, ai compagnucci di merende di Lotta Continua, ora élite del
Paese in giacca e cravatta, che come prefiche dolenti coccolano il capo di un
tempo ad ogni suo sospiro, nei convegni organizzati ad hoc. Non scrive su
Panorama, Contrada, e nemmeno sul Foglio o Repubblica. Semplicemente sta in
carcere, come ha deciso la legge.
E’ una lettera agli amici della Baraldini, ormai da anni libera di ritirare, in giro per l’Italia, improbabili cittadinanze onorarie dalle mani di altrettanto improbabili primi cittadini. E’ la lettera all’Italia dei diritti civili a geometria variabile, un Paese dove si danno gli arresti domiciliari in residence vista mare a un pluriassassino ubriaco, ma anche dove i tintinnii di manette hanno, molte volte, ucciso. E’ la lettera di un condannato, ex-servitore dello Stato, in carcere con il corpo dilaniato dalla malattia, una lettera che sale su … su verso il Colle più alto. Una lettera che pretende una risposta.

