Il mantra della sinistra pacifista – “Bush ha mentito, la gente è stata uccisa” – domina a tal punto il dibattito sulla guerra irachena che ha messo in ombra altre questioni reali che invece meriterebbero un esame più attento. Dopo tutto, per quelli di noi che hanno supportato la guerra, ribattere gli argomenti a favore delle armi di distruzione di massa è diventato automatico. Noi facciamo riferimento alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le dichiarazioni della Agenzia Internazionale per L’Energia Atomica, le analisi della Cia, il report Silberman-Robb e le scoperte del Comitato dell’Intelligence del Senato – se mai avessimo torto saremmo di certo in buona ed onesta compagnia.
Ma che dire allora di tutte quelle supposizioni sbagliate e non ancora esaminate? A guardare indietro, potevo dirmi sicura del fatto che tutti quelli che anelavano alla libertà, una volta liberi, l’avrebbero usata bene. Mi sbagliavo. Non esiste un gene della libertà e nemmeno un manuale d’istruzioni per capire la virtù della società civile, o quella del voto segreto e dei partiti politici. E alla fine scopriamo che vivere sotto la tirannia di Saddam Hussein per decenni ha condizionato gli iracheni ad accettare una leadership senza legittimazione, abbracciare le sette e le tribù piuttosto che le idee, e tollerare la corruzione a briglia sciolta.
Qualcuno ha speculato sull’immaturità politica dell’Iraq come prova che la guerra era sbagliata, e come se in qualche modo chi è politicamente meno evoluto non meriti le libertà che comunque non saprebbe utilizzare. Invece ci farebbe più comodo capire in che modo il mondo libero possa incoraggiare ad apprezzare le fondamenta della società civile in modo da aiutare le vittime della tirannia quando è il loro turno.
© New York Times
Traduzione Andrea Holzer
Danielle Pletka è vicepresidente dell'American Enterprise Institute.

