In una lettera alla stampa, il Jewish Theatre di New York
ha denunciato il New York Times di razzismo, o più precisamente Rick Lyman, il
responsabile della sezione teatro in carica dallo scorso marzo.
Il teatro accusa Lyman di vietare ai critici del New York
Times di assistere alle sue produzioni. In marzo, Lyman si è difeso dichiarando
che nessuno dei giornalisti era interessato allo spettacolo in atto “Last Jew
in Europe”, che tratta il tema del crescente antisemitismo in Europa. La
giustificazione è stata smentita degli stessi giornalisti che contattati dal
Direttore Artistico del Teatro Tuvia Tenenbom, hanno espresso grande interesse
ad assistere allo show, e hanno ribadito che è stato proprio Lyman a
vietarglielo.
A questo punto il reparto Cultura del New York Times, cui
una buona percentuale dei lettori è ebrea, ha cambiato la motivazione: non è
stata una scelta dei critici ma dei caporedattori, che hanno deciso di non
coprire lo spettacolo solo per quella volta (l’unica in undici anni di attività
del teatro). Sam Lifton, responsabile delle pagine Cultura ha dichiarato al New
York Post: “Il New York Times non ha affatto deciso di non coprire gli
spettacoli del Jewish Theatre di New York”.
The Last Jew in Europe è una pièce provocatoria che mette
in risalto l’antisemitismo in Polonia dove, secondo Tenenbom, che ha perso
diversi membri della sua famiglia nell’Olocausto, l’odio nei confronti degli
ebrei è ancora vivo e vegeto.
La commedia racconta la storia di Jozef, un giovane
contabile polacco, e Maria, una ballerina e attrice, con progetti di
matrimonio. Maria è figlia di un prete e sospetta le origini ebraiche di Jozef
che lui cerca in tutti i modi di coprire. Maria, incontra in un bar un mormone dello
Utah, personaggio assurdo la cui missione è quella di raccogliere i nomi degli
ebrei morti nell’Olocausto dai cimiteri polacchi con l’obiettivo di “convertirli”
in una cerimonia che avverrà negli Stati Uniti. Lui se ne innamora e lei gli
rivela i suoi sospetti su Jozef, chiedendoli di indagare. Gli promette di
sposarlo al posto di Jozef se questo risulta effettivamente ebreo. La
situazione si ribalta quando viene fuori che Jozef non solo non è di religione
ebraica, ma è il nipote del crudele medico nazista Josef Mengele, mentre Maria ha invece origini
ebraiche. E’ lui a questo punto a non volerla sposare. Nel finale, con un colpo
di scena, si scopre che i due sono fratello e sorella.
Il dialogo tra gli attori fa un continuo uso di frasi
antisemite e dietro al palcoscenico sono proiettati graffiti anti ebraici che
Tenenbom ha filmato a Lodz in un suo viaggio in Polonia. In quel viaggio, dice
di aver toccato con mano l’antisemitismo dei polacchi, ascoltando i loro
discorsi su “soldi di ebrei che controllano il mondo” . Lì ha incontrato
il ragazzo ebreo che ha ispirato The
Last Jew, perché proprio come il personaggio di Jozef, nascondeva le sue
origini alla fidanzata perché aveva intenzione di sposarla.
I spettacoli di Tenebom suscitano da sempre controversie
e, in questo caso, ha fatto infuriare il console polacco a New York che ha
chiamato lo spettacolo “terribile” e Tenenbom un “dilettante”. Cio’ nonostante,
The Last Jew ha fatto il pienone e dopo qualche mese, sotto richiesta della
Comunità ebraica, è stato riproposto dal teatro in una produzione completamente
nuova sotto una nuova regia. I critici del Times hanno di nuovo rifiutato
l’invito e la motivazione è stata ancora una volta: “Nessuno vuole vedere The
Last Jew”. Quando Tenenbom ha chiesto spiegazioni, la risposta del dipartimento
Cultura del giornale è stata: “Questa è la risposta che mi è stato detto di
darti. Non è nelle mie mani”.
Una risposta che non soddisfa l’unico teatro ebraico di lingua inglese a New York. Il New York Times non si è neanche degnato di menzionare lo show nelle sue numerose pagine di cultura, come fosse un tabù. Il quotidiano predica anti-discriminazione ma non da spazio a temi scomodi come la crescita dell’antisemitismo in Europa. Non ha avuto però problemi a passare la pubblicità di MoveOn.org che descriveva il Generale Petraeus come traditore della patria prima della sua testimonianza al Congresso (dandogli anche uno sconto sul costo della pagina pubblicitaria).

