A malapena erano rientrate in garage le decine e decine di limos impiegate per trasportare le 49 delegazioni invitate al vertice di Annapolis, che è cominciato l’ultimo tormentone: sarà servito a qualcosa?
Domanda ovvia visto la posta in gioco, le spaventose difficoltà sul terreno, un certo cinismo spalmato equamente. Dimenticavo: manca solo che Bush il guerrafondaio riesca a far la pace nella regione più tormentata. Così vanno i pensieri di molti analisti, che si sono sbracciati per dimostrare che il documento finale (437 parole) era poco meno che wishful thinking. Perché non contiene neppure la lista dei problemi maggiori, come lo status di Gerusalemme, i confini del futuro stato palestinese, le risorse idriche, la sorte di 4 milioni e mezzo di profughi palestinesi, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Visto la fine che hanno fatto gli sforzi precedenti difficile entusiasmarsi in effetti.
Le trattative per lo status finale tra le parti cominciano tra una decina di giorni e già si profila la sostanza negoziale, la road map del 2003, gli accordi di Taba, - non si butta niente - il supervisore, già nominato, il generale James Jones. Perfino la debolezza politica di Olmert e Abbas potrebbe giocare a favore. L’ampia partecipazione araba ad Annapolis è stata comunque un segnale fortissimo: fare fronte comune contro la minaccia del terrorismo sciita (leggi Iran e clienti come Hamas e Hezbollah). Non buttiamo il bambino con l’acqua sporca insomma. Siamo vicini alle feste di Natale: perlomeno per noi cristiani è d’obbligo credere ai miracoli.

