L'attivismo geopolitico dell'emirato arabo

Il Qatar più di altri ha colto le occasioni politiche offerte dalle rivolte arabe

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 | 14 Gennaio 2012
al Thani

Non c’è giorno che le agenzie di stampa non battano notizie sul Qatar. Dalla finanza al calcio, ormai il piccolo e ricchissimo (ha poco più di un milione di abitanti e secondo i dati del Fondo monetario internazionale, il Pil pro capite per il 2011 è stimato in 109.881 dollari) emirato è al centro dell’attenzione. Già da anni è protagonista dell’economia globale. Possiede partecipazioni nei magazzini Harrods e in Volkswagen, da Barclays a Credit Suisse.

Ha saputo utilizzare la crisi per fare buoni affari. In Grecia ha pilotato la fusione tra le due maggiori banche nazionali, la Eurobank Eragias e la Alpha Bank. Ma la finanza non è tutto. L'emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha comprato la squadra di calcio del Paris Saint-Germain e si è aggiudicato i Mondiali del 2020. Ha giocato un ruolo di primo piano nella guerra in Liba e ha dato visibilità a livello planetario alla “primavere araba” attraverso le trasmissioni di Al Jazeera.

Tutto serve a realizzare il proprio ambizioso piano. Affermarsi come attore globale e diventare un nuovo punto di riferimento nel mondo arabo. Il micro regno sta emergendo come un importante attore sullo scacchiere internazionale. Una rapida ascesa, frutto di una politica estera ambiziosa e spregiudicata, anche se non priva di rischi. Ma tutelare e promuovere i propri interessi è più semplice se sei seduto su un infinito tesoretto di gas e petrolio e se hai in cassaforte 85 miliardi di dollari.

A tanto ammonta la dotazione del Qia (Qatar investment autorithy), un ricco forziere che l’emiro al-Thani ha saputo maneggiare con maestria per allargare la sua sfera d'influenza. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, parte di quella enorme ricchezza potrebbe essere utilizzata  per l’acquisizione delle quote di Unicredit appartenenti al fondo sovrano libico Libyan Investment Authority e alla Banca centrale libica (per un pacchetto azionario totale del 7,6 per cento).

E’ proprio in Libia che il Qatar si è conquistato le luci della ribalta dandosi un gran da fare per rovesciare, a suon di dollari e sostegno militare, il regime di Muammar Gheddafi. Il paese nordafricano rappresenta una grande opportunità economica per il Qatar. La Libia produceva 1,6 milioni di barili di petrolio al giorno prima della guerra, quasi il 2 % della produzione mondiale. Inoltre, secondo quanto affermato dalla British Petrolium, la Libia ha sufficienti risorse per sostenere il livello di produzione per i prossimi 77 anni.

L’emirato del Golfo ambisce a controllare una parte di questi risorse petrolifere oltreché le esportazioni di gas libico verso l'Europa. La Libia è un potenziale ponte per avvicinarsi alle nazioni europee e a nuovi mercati. Ma c’è di più. I cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia hanno aperto un buco nero geopolitico in Nordafrica. Un vuoto di potere che piace soprattutto all’Arabia Saudita. Nell’ultimo decennio i rapporti tra qatarioti e sauditi non sono stati facili ma recentemente i due Paesi hanno rinsaldato il loro rapporto in nome della volontà di contrastare l'influenza iraniana in tutto il mondo islamico.

In quest'ottica il Qatar sarebbe una sorta di faccia più moderna della conservatrice Arabia Saudita capace, però, di fare gli interessi sauditi. Per Rihad, Doha è un partner economico e politico molto ambito da cui farsi rappresentare nei consessi internazionali. Il Qatar e l’Arabia Saudita vogliono accrescere l’influenza wahabita (dottrina che vuole il ritorno all’islam delle origini) in Nordafrica e nel Maghreb. Negli ultimi 25 anni i sauditi hanno finanziato gruppi religiosi un po’ in tutta l’Asia (dai talebani afgani, alle madrasse pakistane) con l’intento di ricavarne in ritorno politico. Il Qatar, cosmopolita e ricchissimo sarebbe, per usare le parole di Foreign Policy, uno strumento efficacissimo per la “rivincita sunnita”.

L’ultimo decennio è stato contraddistinto dall’affermarsi dell’influenza sciita nel mondo musulmano. Da Hezbollah in Libano, passando per l’Iraq post-Saddam, fino alla Siria, allato di ferro dell’Iran. Adesso è la Siria di Assad a traballare. Se il regime guidato dalla minoranza alawita (una setta sciita)  dovesse cadere, si frantumerebbe la "mezzaluna sciita". Significherebbe portare Damasco sotto l’influenza dei paesi sunniti , ripudiando la sua alleanza con l'Iran, e isolando Hezbollah dalla sua base logistica in Siria. È ancora troppo presto per dire se le “primavera araba” porterà la democrazia. Di sicuro ha favorito l’ascesa delle potenze sunnite. Anche a questo servono i soldi del Qatar.

 

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