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Risposta ai nuovi censori sui matrimoni gay

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 | 17 Luglio 2015
libertà di parola

Nei giorni scorsi molti hanno scritto della censura subita dal senatore Giovanardi,  cui si voleva impedire di presentare il proprio libro, "Balle", in un albergo di Cortina. Ne hanno parlato Battista sul Corriere, Iacobini sul Giornale,  Gramellini sulla Stampa. Sembra che i quotidiani nazionali si siano finalmente accorti di quello che accade, e che i giornalisti più sensibili abbiano deciso di far sentire la propria voce.


Ma non si tratta soltanto di salvaguardare la libertà di parola di Giovanardi, che, scrive Gramellini, “quando parla è indifendibile”, ma quando è costretto a tacere va difeso; la posta in gioco è un’altra. Bisogna riconoscere che esiste un legame tra la linea legislativa che è stata adottata in gran parte dei paesi dell’occidente su alcuni temi, e le nuove forme di censura, di delegittimazione, di mobbing, che prendono piede.


Le norme che consentono il matrimonio omosessuale, quelle sull’omofobia, sembrano portare con sé, come un’inevitabile appendice, un atteggiamento aggressivo e illiberale che si diffonde e si traduce in impossibilità per molti di esprimere le proprie opinioni, pena l’emarginazione, la diffamazione, e, sempre più spesso, la perdita del lavoro.


Potremmo portare numerosi esempi di fatti avvenuti in altri paesi, ma rimaniamo nei confini di casa nostra, dove ancora si tratta di casi isolati e di minore gravità: negli ultimi giorni abbiamo assistito, sul web, a una violenta aggressione a Lorella Cuccarini, colpevole di rifiutare l’utero in affitto, a un attacco hacker al sito della Bussola quotidiana, oscurato per alcune ore, e al tentativo di censura a Giovanardi.


Noi ci auguriamo che la società italiana abbia gli anticorpi necessari per evitare che questo clima si diffonda, e le reazioni di oggi ci confortano. Vogliamo però pubblicare, come risposta, non un nostro articolo, ma un pezzo significativo scritto da John Waters, importante editorialista del Sunday Independent e dell’Irish Independent per tanti anni, che ha guidato la battaglia per il no alle nozze gay nel recente referendum irlandese. Questo è quello che ha scritto il giorno prima del voto.

 

***

 

La sera di lunedì scorso era in programma la mia presenza al lancio di una rivista per gli studenti in una scuola nell’ovest. Faccio questo genere di cose abbastanza spesso, sempre gratis. Lunedì pomeriggio la mia macchina si è rotta, quindi, dal carro attrezzi diretto all’autofficina, ho chiamato la preside della scuola per vedere se qualcuno poteva venirmi a prendere. Lei era sollevata nel sentire che ero raggiungibile e ha promesso di mandare qualcuno a prendermi. Poi si è arrischiata a dirmi qualcos’altro: nello stesso giorno aveva ricevuto chiamate da attivisti per il sì al referendum sul matrimonio omosessuale, che le chiedevano perché diavolo mi si permetteva di parlare nella scuola. Non sapeva “da che parte sta quel tizio”?

 

La preside aveva risposto che ero stato invitato come giornalista per parlare al lancio della rivista scolastica. Era un incontro privato, niente a che fare con il referendum. Non placati, gli autori delle telefonate avevano minacciato che sarebbero intervenuti se si fosse tenuto l’incontro. Determinata a non farsi intimidire, la preside aveva risposto che avrebbe avvertito la polizia se ci fosse stato qualsiasi tentativo di rovinare l’evento.

 

Quando l’evento ebbe inizio, cercai con lo sguardo nel pubblico quei visi pieni d’odio che negli ultimi tempi avevo imparato a riconoscere. Ma l’evento si svolse pacificamente e, in seguito, nel discutere l’episodio con la preside, lei mi chiese di non fare riferimenti alla scuola se dovessi scriverne.

 

Siamo giunti  a questo punto in virtù dell’irresponsabile resa della nostra classe politica e dei media a quella che è forse la più pericolosa lobby ad aver allungato la sua ombra sulla vita irlandese da quando siamo indipendenti. Ricattati da una minuscola minoranza locale con una forza mondiale, ci si intima di sabotare la nostra costituzione, e chiunque dissenta si trasforma immediatamente in oggetto di odio pubblico.

 

La mia famiglia ed io abbiamo vissuto così per 16 mesi, da quando sono stato attaccato, senza fondamenti né prove, da una drag queen nel corso  di un talk show televisivo. In tutti gli anni in cui ho osservato e commentato la vita politica irlandese, non ho mai incontrato nulla di paragonabile al veleno della folla ululante che in seguito si è scagliata contro di me, alla doppiezza e alla codardia di chi lavora nei media e si è accodato agli urlatori. Quello che ho osservato in questi 16 mesi passati mi ha fatto gelare fino al midollo e mi ha messo in allarme su quanto sia fragile la nostra democrazia.

 

Ecco l’Irlanda del 2015 – un’Irlanda dove la ragione è straniera, dove la verità teme di parlare di fronte a odio, demonizzazioni e menzogne, e la nostra stampa che si presume libera non solo evita di guardare ma quando può va a braccetto con la massa, offrendo a una delle parti in causa una  rappresentanza puramente simbolica, perdipiù trattata in modo astioso, e sottraendosi alla responsabilità di garantire uno spazio libero ed equanime per il dibattito pubblico.  La lobby che si muove dietro l’emendamento sul matrimonio omosessuale contiene elementi fuori controllo e indifferenti ai valori democratici.

 

Ammetto che ho avuto quasi paura a impegnarmi in prima persona nella campagna per il no. A dire il vero, il matrimonio omosessuale  non lo metterei in una lista dei primi 100.000 problemi da risolvere per la società irlandese di oggi. Ho proprio bisogno di questa seccatura nella mia vita? No. La mia famiglia ne ha bisogno? No, certamente. C’è alcunché che valga il genere di abuso e destabilizzazione che ho  subito negli ultimi 16 mesi?

 

Ma c’è una diversa classe di domande. E la risposta, almeno in questo contesto, non può che essere un sì. Gradualmente, mentre il dolore e la confusione invadevano la mia mente, ho iniziato a realizzare che le conseguenze di una mia mancata presa di posizione davanti a quanto stava accadendo poteva rivelarsi fatale alle nostre libertà nei contesti più intimi e sacri.

 

Ecco quindi come mai “questo tizio” ha fatto per così dire il suo coming out. Assieme a Kathy Sinnott e Gerry Fahey, ho lanciato First Families First per dare l’allarme, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle implicazioni potenzialmente letali dell’emendamento.

 

Nelle ultime tre settimane ho partecipato a dibattiti mediatici e parlato a incontri pubblici. Ora che sono uscito allo scoperto, mi sento libero. Vengo ancora attaccato,  ma non m’importa più; la posta in gioco è troppo alta.

 

L’altro giorno ho incontrato un signore che mi ha espresso la sua convinzione per cui Enda Kenny, spingendo per questo emendamento, abbia scatenato nella società irlandese una “guerra civile mentale” che potrebbe avere ripercussioni altrettanto gravi quanto quelle della Guerra Civile di 93 anni fa. Quell’uomo potrebbe avere ragione. Le storie di intimidazione e gli spacciatori di odio in cui mi sono imbattuto, per me hanno rappresentato un fatto senza precedenti in trent’anni e passa in cui ho scritto sulla vita e sulla politica irlandese. Ho incontrato padri che sono stati supplicati dalle proprie figlie di non far sapere in giro a nessuno che avrebbero votato no, per timore di essere ostracizzate dai propri coetanei.

 

Noi di First Family First non abbiamo avuto bisogno di finanziamenti, e questo è un bene, dato che le poche persone venute a offrirci piccole donazioni erano tutte ansiose di assicurarsi che non ci fosse alcuna possibilità di rendere pubblico il loro gesto. Anche se la legge prevede che entro una certa cifra sia rispettata la privacy dei donatori, in tutti i casi abbiamo ringraziato e declinato l’offerta, visto che non è più possibile garantire che la legge venga rispettata o imposta. Ci sono innumerevoli esempi di illegalità e di soprusi: i manifesti del No distrutti,  i gongolanti video su YouTube che rivendicano le manipolazioni del processo democratico, il lancio di uova, le intimidazioni contro un hotel di Galway, costretto a cancellare un incontro anti-emendamento.

 

Siamo davanti al più completo tradimento dei principi democratici fatto da un classe dirigente a memoria d'uomo. E non è che alla maggior parte dei politici importi realmente una scelta o l’altra, molti di loro hanno semplicemente ceduto al bullismo o corteggiato il voto più “figo”, forse pensando che saranno già al sicuro, oltre la soglia del pensionamento, prima che emergano le conseguenze di tutto questo. Ma le conseguenze arriveranno, prima anziché poi, devastando famiglie e singoli cittadini attraverso migliaia di tragedie recitate nei tribunali, in procedimenti in cui né la natura né la biologia avranno più un ruolo quali criteri di genitorialità.

 

Anche se le ferite di questa orrenda campagna potrebbero nel tempo cicatrizzarsi a livello superficiale, il danno profondo alle nostre garanzie fondamentali durerà finché una generazione più assennata, forse provata dai disastri, maturerà in questa repubblica. L’emendamento è stato propagandato attraverso l’uso improprio delle parole, soprattutto del termine “eguaglianza”. La costituzione irlandese già assicura che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge, permettendo trattamenti diversi in virtù della differenza di capacità e funzione. Ma “eguaglianza” è diventata una parola-ricatto, impiegata con estremo preconcetto in questa campagna rivoltante per costringere la gente ad abbandonare non solo i propri diritti e le tutele più preziose, ma anche quelle dei figli dei loro figli.

 

Una forte difficoltà è che la discussione sia così surreale che la maggior parte della gente è incapace di vedere quanto sia grave il pericolo, o anche venire a capo di come siamo arrivati a un dibattito del genere. Come ha fatto una piccola minoranza a imporre la sua volontà all’intero establishment politico, quando la maggior parte delle cause e delle ingiustizie non merita nemmeno un’interrogazione nel Parlamento irlandese?

 

Ci ritroviamo a farci l’un l’altro domande su cui mai, per un milione di anni, ci saremmo sognati di sprecare un istante; per esempio, un bambino ha bisogno di un padre e una madre o magari vanno bene anche la maestra e il lattaio, o il pompiere e il lattaio? Alla gente questo fa girare la testa perché se cerchi di rispondere a una domanda assurda ti possono venire in mente solo assurdità.

 

Il matrimonio omosessuale è un’idea così radicale che sarebbe difficile da smerciare persino se il modello in offerta non avesse conseguenze nocive e se fosse stato esaminato con sensibilità e discrezione come parte di un processo di ascolto in cui i normali controlli e contrappesi della democrazia sono in funzione perfettamente.

 

Dal momento che avviene il contrario, i risultati possono essere solo catastrofici. Quasi nessuno – inclusi molti e intimiditi Signorsì – è davvero pronto ad accettare il vero significato del Sì, per cui, con il passare del tempo, le conseguenze derivanti da una vittoria del Sì potrebbero creare un clima di antagonismo verso i gay di gran lunga peggiore di qualsiasi cosa evocata dall’immaginazione della lobby LGBT. Un Sì sarebbe anche il via libera a qualsiasi gruppo di bulli nella società irlandese con un’agenda da imporre. In questa campagna elettorale, lo schema è stato scritto, rivisto e messo alla prova, per vedere come, minacciando, demonizzando, intimidendo, calunniando, si può raggiungere il proprio obiettivo.

 

Ci saranno anche altre conseguenze: un nuovo clima di proibizionismo su certe forme di pensiero e parola, un revisionismo orwelliano rivolto a testi e documenti che testimoniano idee passate. E chi ritiene ciò iperbolico, si chieda: chi nella nostra classe politica resisterebbe mai? Le dita di una mano si dimostreranno più che sufficienti a contarli.

 

Ci sono stati dei momenti recenti nella vita irlandese in cui abbiamo ripensato a calamità del passato – abusi istituzionali, abusi sessuali del clero, follie bancarie – e ci siamo chiesti increduli: “Nessuno aveva previsto questo disastro?” “Perché nessuno ha dato l’allarme?”.

 

Questa è la ragione principale per cui ho deciso di fare coming out. In fin dei conti, volevo essere sicuro che, se ci sarà in voto affermativo venerdì, rimarrà una prova del mio dissenso. Quando le generazioni future vorranno sapere chi fece sentire la propria voce mentre questo grottesco attacco alla libertà umana veniva lanciato, almeno il mio nome sarà elencato tra quelli delle oche del campidoglio. Non voglio essere accusato dai miei futuri nipoti, e trovarmi incapace di dire con chiarezza da che parte stavo durante questa guerra.

(TRATTO DA THE SUNDAY INDEPENDENT)


 

Commenti

Ma come mai quest'anno per la prima volta da tanto tempo John Waters non risulta tra gli invitati al Meeting per l'amicizia tra i popoli?

stupendo articolo.Grande uomo.Prepariamoci per una simile situazione anche in Italia.... o forse gia' ci siamo?
Grazie waters.Il tuo esempio ci sia di sprone
a non diventare popolo strisciante.

thank you so much, john. there is a lot of work to be done in ourselves, our families, our aquaintances, etc. let's give a try!
scusa il mio pessimo inglese, ma ho cercato di dire la gratitudine per averci richiamato l'impressionante esperienza che siamo chiamati a fare nei prossimi anni. un compito grande per noi, per i nostri figli (5) e nipoti (7), perchè sia a tutti possibile dire che il cielo è azzurri e i prati sono verdi senza finire in prigione.

a rimini il meeting nella persona del presidente e nella persona del responsabile di cl hanno un atteggiamento molto benevolo verso il sindaco pd gnassi, uno dei tanti col registro comunale della trascrizione omosessuale della convivenza

una attenzione così particolare che rammenta quanto diveva il mitico avvocato:
non possiamo che essere governativi

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