L'opera del mendicante e l'Italia di Veltroni

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 | 06 Aprile 2008

La sera del 29 marzo, alla “prima” del nuovo allestimento di “L’Opera del medicante”, il Sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, noto melomane, sedeva nella fila d’onore del Teatro Duse ma non aveva il volto particolarmente divertito. Sembrava anzi irritato ed un po’ annoiato, nonostante, comme il faut, dovesse fare un po’ di applausi di cortesia.

“The Beggar’s Opera” (“L’Opera del mendicante”) di John Gay e Cristoph Pepusch ha un ruolo speciale nel teatro in musica. Esplose nella Londra del 1728, dove trionfava l’”opera seria” barocca in italiano, allora dominata dal sassone Georg F. Händel e da libretti metastasiani in italiano. E’ in lingua inglese (e  densa di parti in dialetto londinese) ed utilizza le situazione caratteristiche dell’”opera seria” – amori contrastati, delazioni, tradimenti e inatteso lieto fine- trasferendole dalla mitologia e storia greco-romana al modo dei bassifondi – popolato da ladri, lenoni, prostitute, ricettatori, avvocati e poliziotti corrotti. I 69 numeri musicali in parte scimmiottano il barocco ed in parte provengono da canzoni popolari. Una doppia satira: ai poteri costituiti ed alla musica “alta” allora in voga. Perduta la partitura originale, “The Beggar’s Opera” ha ispirato vari adattamenti di autori moderni come Kurt Weill, Benjamin Britten e Duke Hellington.

 Nell’edizione di Frederic Austin del 1920 ha avuto 1473 repliche al Lyric Theatre  di Hammerschmidt (a Londra) e successo in tutto il mondo, anche tramite un film interpretato da Laurence Olivier. Una nuova versione a cura di Lucio Dalla e Giuseppe Di Leva, si può vedere in Emilia (sino al 20 aprile) nell’ambito della stagione lirica del Teatro Comunale di Bologna; in autunno dovrebbe andare in altri circuiti regionali. Il testo è in italiano (ed in vari  dialetti- bolognese, napoletano, romano). L’edizione di Austin è sfoltita di circa un terzo dei numeri musicali; vengono, poi, eliminati ritornelli e “da capo”. Non c’è più, quindi, la satira al barocco ed all’”opera seria”. Ciò può non avere particolare interesse per il pubblico d’oggi, ma ne ha per gli specialisti quali il Sindaco melomane.

 E la sfida ai “poteri costituiti”? Anche se i costumi sono senza epoca la vicenda viene situata  in una città del Nord in cui negli ultimi lustri c’è stata una forte immigrazione ed in cui la protagonista autoctona parla dialetto bolognese molto stretto. E’ forse una situazione analoga a quella della Londra del 1730 o giù di lì. Ma assomiglia sin troppo ad una città felsinea popolata da ladri, lenoni, prostitute, poliziotti corrotti e chi più ne ha più ne metta.

Il mendicante, che nella rappresentazione è lo stesso autore dell’opera, entra in scena. Incontra il direttore del teatro: “Vedi, – gli dice – siamo degli attori, non grandi cantanti, gente abituata a tutto- dire bugie, pisciare nei lavandini, capisci?”  Proprio la Bologna di Piazza Verdi, Largo Respighi, Via Petroni, Piazza Santo Stefano – Quella che il Sindaco ha cercato di contenere, ove non estirpare, tirandosi contro parte della propria maggioranza. L’intenzione di Lucio Dalla e del Sovrintende del Teatro Marco Tutino è di portare l’opera in spazi e un pubblico più vasto, a prezzi più contenuti, allo scopo di avvicinare i giovani al mondo del teatro in musica in generale e della lirica in particolare. Un’intenzione indubbiamente egregia. Ma - come è noto - le vie dell’inferno sono pavimentate da buone intenzioni. Ed in campagna elettorale, le buone intenzioni possono essere un boomerang. Gli abbonati alle “prime” (chiamate pomposamente “serate di gala”) appartengono a Bologna “la grassa” analizzata 35 anni fa con cura  nel saggio su “L’Italie rouge et noire L'Italie rouge et noire: les modeles culturels de la vie quotidienne a Bologne” della sociologa francese  Dominique Schnapper . Nel ridotto del “Duse”, nell’intervallo tra la prima e la seconda parte, si ironizzava: è questa l’Italia che avremo se vince Veltroni? I Sindaci melologhi hanno orecchie acute.


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