Il record di Prodi: più tasse, meno pensioni, niente sviluppo

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 | 26 Giugno 2007

Prodi entrerà nel guiness dei primati per aver guidato l’unico governo al mondo del nuovo millennio ad aver abbassato l’età minima pensionabile per la previdenza pubblica. Non so se il professore, lo stesso che nel 1994 firmò con Mario Monti e altri economisti un appello a Berlusconi perché in extremis non rinunciasse alla sua riforma previdenziale, andrà fiero di questo primato. Lui, che ha Presieduto quella Commissione Europea così impegnata a promuovere riforme previdenziali incisive e responsabili nei confronti dei più giovani, si troverà tra poco a firmare un provvedimento che suona come resa incondizionata alla potente lobby sindacalcorporativa che ha posto la sua linea del Piave in difesa dei pensionandi interessati a godere dei medesimi benefici/privilegi delle generazioni che li hanno preceduti, scaricando i costi su quelle future.

Ma non finisce qui: anche sul piano finanziario la scelta dell’esecutivo sarebbe scellerata. La Riforma Dini del 1995, che ho sempre criticato perché fu una non-riforma destinata ad andare a regime in tempi biblici, aveva un suo pregio: sanciva il principio che, a regime, il sistema previdenziale sarebbe stato “autosufficiente”. Al netto degli interventi assistenziali, infatti, il passaggio ad un sistema contributivo avrebbe dovuto creare una netta barriera tra le pensioni, finanziate dai contributi, ed il resto della finanza pubblica. Sotto la spinta della banda dei quattro (Mussi, Pecoraro, Bianchi e Ferrero) il Governo si appresta invece a finanziare la cancellazione della riforma Maroni ricorrendo al presunto “tesoretto”. In questo modo si finanzia un’aumento strutturale di spesa pubblica con entrate non previste, cioè straordinarie.

Il costo stimato di un’abolizione tout court della Maroni sarebbe di 65 miliardi di euro per i primi dieci anni. Insostenibile. Ma pure limitandoci alla più verosimile ipotesi di una riduzione da 60 a 58 anni dell’età per la pensione nel 2008 e di un progressivo aumento dell’età nel prossimo decennio, il costo è stimabile in non meno di 9 miliardi.

Questo autentico “scalone” di spesa pubblica resterà e dovrà essere finanziato con nuove imposte se in futuro il gettito dovesse rientrare nella “normalità”; se poi l’andamento delle entrate dovesse invece confermarsi nei prossimi anni a questi livelli, avremmo scelto strutturalmente di finanziare le pensioni con la fiscalità generale, in barba a tutti di i principi di autosufficienza della spesa previdenziale, penalizzando in questo modo il finanziamento degli altri capitoli della spesa sociale in cui l’Italia sconta una insostenibile arretratezza.

La decisione scellerata di ricorrere alla fiscalità generale per finanziare le pensioni non è sostenibile, motivo per cui, archiviata l’esperienza di un esecutivo in cui i ministri “di lotta” vincono su quelli “di governo”, i problemi resteranno tutti.

E’ chiaro a chiunque sappia usare la calcolatrice (anche ad Epifani, che pure non la vuole usare) che così facendo si creano solo le condizioni per nuovi interventi futuri sull’età: la riforma che Prodi sta per varare non chiude il capitolo pensioni (che si poteva ragionevolmente considerare chiuso almeno per un paio di lustri con gli altri aggiustamenti previsti dalla Maroni), ma lo riapre. Senza intervenire sull’età, infatti, le uniche due soluzioni sono quella di diminuire le prestazioni future intervenendo pesantemente sui coefficienti di trasformazione dei contributi versati in pensioni oppure quella di aumentare i contributi. Nel primo caso, si aprirebbe ancor di più la frattura intergenerazionale, con i giovani lavoratori di oggi costretti a finanziare pensioni superiori al doppio di quelle che loro percepiranno in futuro. Nel secondo caso, visti i livelli già oggi insostenibili dei contributi previdenziali, si penalizzerebbero irreparabilmente l’occupazione e la competitività delle imprese.

 

 

 

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