Tsunami finanziario

Crisi Usa: siamo sicuri che è stata tutta colpa di Reagan?

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 | 30 Ottobre 2008
Borsa

E' particolarmente diffusa l’opinione che la causa principale della profonda crisi che attualmente cinge d’assedio la cittadella della finanza globale sarebbe la dissennata politica di deregulation operata negli ultimi decenni dai repubblicani; una sorta di derivato della reaganeconomics, un filone deviato ed estremamente pericoloso della filosofia che sottende il capitalismo: il lassez faire, e guidato dai falchi neoconservatori che dai tempi di Reagan avrebbero assunto l’egemonia in ambito politico, economico e culturale. Non è un caso che, anche negli Stati Uniti, lo spettro della responsabilità del reaganismo sulla presente crisi è stato evocato da numerosi analisti e politici, in primis dal probabile futuro Presindente Barak Obama. In tutti i dibattiti elettorali, Obama ha sostenuto la seguente tesi: la deregulation repubblicana è responsabile della crisi finanziaria. Ebbene, le cose stanno esattamente in questi termini? Proviamo ad analizzare alcuni fatti.

 

Il primo fatto che emerge dall’osservazione della politica economica statunitense degli ultimi trent’anni è che, sebbene durante questo lasso di tempo siano stati adottati numerosi programmi di deregolamentazione in tanti settori della vita economica di quella nazione, nessuno ha interessato il settore finanziario. In realtà, scrive sul “Wall Street Journal” Peter J. Wallison, l’unico significativo provvedimento legislativo che ha prodotto effetti sull’assunzione del rischio finanziario è stato il Federal Deposit Insurance Corporation Improvement Act del 1991, adottato durante l’amministrazione Bush Senior come risposta alla caduta delle Savings & Loans. Con tale atto s’intese stringere le maglie dei controlli sulle banche commerciali, con provvedimenti come, ad esempio, il tempestivo intervento correttivo nei casi in cui il capitale di una banca fosse sceso al di sotto di un livello adeguato di garanzia e severe multe nei confronti dei manager che avessero disatteso norme o regole.

Un secondo provvedimento che viene spesso richiamato come responsabile dell’attuale crisi riguarderebbe il cosiddetto Gramm-Leach-Biliey Act del 1999, effettivamente presentato dal Partito Repubblicano, ma sostenuto anche dall’amministrazione di Bill Clinton. Con tale provvedimento si intendeva emendare il Glass-Steagall Act, adottato nel 1933 per separare le banche d’affari da quelle commerciali e per proibire alle banche commerciali di fare affari con le aziende impegnate nella sicurezza, nonché per evitare che le banche fossero affiliate ad imprese il cui core business fosse in quel campo. Con il provvedimento del 1999 venne modificata quest’ultima parte della norma del 1933, consentendo alle banche e alle società impegnate nell’industria della sicurezza di essere collegate all’interno di una stessa holding. In questo modo, J.P. Morgan ha potuto acquisire Bear Stearns e Bank of America potrebbe acquisire Merrill Lynch. Per il resto, alle banche è ancora proibito fare affari nel campo della sicurezza.

A questo punto, non si comprende come l’aver consentito alle banche e alle imprese operanti nel campo della sicurezza di poter stare all’interno di una stessa holding avrebbe favorito ovvero contribuito o addirittura determinato l’attuale crisi finanziaria. Basti pensare che nessuna banca d’affari coinvolta nella crisi era in qualche modo affiliata a banche commerciali e che nessuna banca vicina ad imprese della sicurezza è tra quelle che hanno subito sensibilmente la crisi. In realtà, la forza di queste banche è stata quella di aver saputo diversificare il proprio investimento in attività non bancarie, mentre le banche che hanno sofferto la crisi sono quelle che hanno investito in titoli tossici – emessi anche da imprese della sicurezza – e non nelle attività economiche di tali imprese.

Se proprio si deve ricercare un atto dell’amministrazione statunitense teso alla deregulation finanziaria e che avrebbe contribuito all’attuale dissesto, dovremmo risalire al 1998, quando l’amministrazione Clinton stabilì che Fannie Mae e Freddie Mac avrebbero potuto soddisfare le loro obbligazioni immobiliari acquistando ipoteche subprime. Secondo l’opinione di Wallison, ciò avrebbe consentito a Fannie e Freddie di aggiungere un trilione di dollari di titoli spazzatura ai loro bilanci.

Vi sarebbe un altro elemento da aggiungere al mosaico, il provvedimento presentato e votato dai repubblicani nel 2005 (il Sen. McCain era uno dei tre proponenti) in sede di commissione (Senate Banking Committee) e non votato dai senatori democratici. La proposta di legge seguiva l’invito di Greenspan rivolto al Congresso di fare attenzione al rischio che Fannie e Freddie stavono esponendo l’intero sistema finanziario statunitense. Quel provvedimento non vide mai la luce per il voto contrario dei rappresentanti del Partito Democratico e per l’incapacità del Partito Repubblicano di assumersi la responsabilità di prendere una decisione non condivisa in quel momento dall’opposizione.

La breve, la politica economica reaganiana è stata qualcosa di più complesso ed anche di più interessante di certe ricorrenti caricature – soprattutto nostrane. Essa si è contraddistinta per provvedimenti di liberalizzazione ispirati alla cosiddetta supply-side economics che hanno dato un significativo contributo al dinamismo dell’economia non solo statunitense. L’economia dell’offerta, così come è stata concepita da Irving Kristol (che di reaganismo s’intende), si propone come una prospettiva economica dal basso, che aggredisce i problemi dal punto di vista del singolo operatore, l’imprenditore e l’investitore, intesi come i veri protagonisti del processo economico. Diversamente dal sistema keynesiano, per il quale il governo finisce per assumere le sembianze quasi magiche di un “deus ex machina” onnisciente che, intervenendo, preserva o ristabilisce “un’armoniosa economia universale”, l’economia dell’offerta di matrice neoconservatrice rappresenta, per usare le parole dello stesso Kristol, una “rivolta umanistica” contro una metodologia di analisi economica tutta incentrata sulla formalizzazione matematica. Un meccanicismo matematico nel quale gli aggregati economici si relazionerebbero l’un l’altro rappresentando all’analista una serie di istantanee le quali, messe in sequenza, dovrebbero mostrare la fisiologia dell’universo economico nel quale abitiamo; un universo popolato da algoritmi piuttosto che da persone in carne ed ossa. A questo punto, siamo proprio sicuri che sia stata tutta colpa di Reagan?

 

Commenti

Signor Felice la tesi del suo articolo che la "colpa" della crisi finanziaria del 2008 sia da attribuire ad un atto dell' amministrazione Clinton del 1998 ed ad un mancato atto delcongresso durante l' amministrazione Bush del 2005 è un esempio di determinismo economico meccanicistico o semplicemente una ricerca appena più sofisticata di un capro espiatorio diverso da Reagan (che ovviamente per me non può essere ritenuto nemmeno indirettamente responsabile di una crisi avvenuta vent' anni dopo il suo ultimo governo)?
Se vogliamo proprio fare della filosofia economica non è meglio dire che per la dottrina reaganiana va bene aumentare il deficit pubblico, diminuire le tasse ed aumentare la spesa pubblica (come è stato fatto) anche quando c'è sviluppo economico (come in effetti c'è stato), mentre per Keynes le stesse cose è meglio farle quando c'è recessione (ma la nazione se lo deve poter permettere, aggiungo io)?

Oggi, partendo da GOOOOOGLE (!), ho cercato di aggiungere qualche notizia o risposta in più alla mia curiosità: 'a quale evento si può fare risalire l'attuale crisi generalizzata ?' .
Ebbene, premesso che sono assolutamente a digiuno di conoscenza di questi argomenti e studi socio-economoco-finanziari, che il mio punto di osservazione degli eventi è 'in basso in basso' (svolgo la libera professione di ingegnere, da solo confrontandomi soprattutto con il mondo dell'industria), partendo proprio dai riscontri del mio essere inserito in un delimitato settore del mercato aggiungo una nota a quanto ho appena letto.
Nota che, per me, avvalora la tesi proposta (reaganismo non colpevole o non del tutto colpevole).
Alcuni anni orsono (3-4-5, non ricordo esattamente) discutevo con persona più addentro di me in questioni economico-finanziarie ed evidenziavo lo svilimento dei rapporti tecnico-economici sia miei con i Clienti sia, più in generale, fra Cliente investitore e Fornitore di beni e servizi: osservavo che, a partire dai primi anni di questo secolo, si sentiva più forte lo svilimento del rapporto, a nessuno importava cosa si stesse facendo, era importante solo avere la carta firmata (la responsabilità è assunta da un terzo e io Cliente sono coperto!), la qualità del progetto o in generale la qualità dell'attività tecnica ha importanza relativa (l'importante è il basso costo, tanto, se qualcosa non va o se qualcuno si fa male, c'è l'assicurazione!), si sentiva l'assoluta mancanza di rispetto per la persona che esegue l'attività tecnica e a maggior ragione per l'attività tecnica; il tutto, naturalmente, condito da incarico ricevuto a valle di proposta conveniente sia sotto l'aspetto del tempo sia, soprattutto, sotto l'aspetto del prezzo.
Si sentiva, quasi si toccava, un unico obbiettivo da raggiungere da parte di tutti: la massimizzazione della cresta sui quattrini che passano (quattrini che, sia in entrata sia in uscita, non necessariamente devono rappresentare il buon prodotto venduto o acquistato); con altre parole, considerando la quasi completa terziarizzazione delle attività, il soggetto fornitore (quello che chiede a me tecnico un aprestazione professionale) predilige far girare i soldi (massimizzando il proprio guadagno) rispetto al fare bene il proprio mestiere soddisfacendo le esigenze del proprio Cliente e ottenendo il giusto compenso (per sè e per i suoi tezi).
Fatto notare ciò, ho posto la domanda: forse, tutto questo svilimento è la continuazione, l'onda lunga, il risultato delle politiche economiche di Reagan, iniziate circa venti anni fa ?
L'interlocutore, già allora, mi rispose senza esitare: questa situazione imbarbarita è dovuta non a Reagan ma alla politica del presidente Clinton !

Visto che scrivo, colgo l'occasione per sottoporre un'altra mia curiosità. Da un lato sono convinto dell'esistenza della crisi (affiorata oggi ma nata in anni passati) ma mi colpisce, con stupore, la tempistica di alcuni eventi: sino a metà dello scorso anno 2008 abbiamo assistito a progressiva impennata del prezzo del petrolio e dopo, in pochi mesi, al suo ridimensionamento sino al livello attuale (1/3 - 1/4 del massimo), fatto non legato ai consumi (certamente oggi non consumiamo il 60-70% in meno della quantità di petrolio) ma, secondo me, mera specuilazione; oggi, a partire dalla fine del 2008, è scoppiata la crisi globale!

Mah ! Che misteri !

Flavio Felice, mi sembra di capire, ritrova le cause, almeno la maggior parte, della crisi odierna nelle scelte effettuate 'illo tempore' dal presidente USA Clinton.
Di parere diverso è il successivo commento.

A me, a completo digiuno da conoscenze e studi socio-economico-finanziari, è capitato in anni passati (4-5, forse 6 anni fa) di discutere con persona preparata in materia di come fosse imbarbarito il modo di lavorare: un Cliente chiede e un Fornitore vende solo sulla base del minor tempo promesso e, soprattutto, del minor prezzo convenuto; il Fornitore in particolare promette minor tempo e accetta un prezzo più basso poiché, nell'ambito della usuale terziarizzazione di tutto, sa di trovare un proprio Fornitore che accetta tempi e prezzi per quanto sballati possano essere (e giù in cascata sino a chi si occupa effettivamente del lavoro, sapendo che non rispetterà i tempi e per pochi soldi); per non parlare della qualità di beni e servizi forniti, assolutamente scadente nella maggior parte dei casi (tanto c'è l'assicurazione !); e poi i pagamenti che, convenuti dilazionati (dai 60 ai 90/120 giorni data fattura è il m inimo !), arrivano sempre più tardi.
In tutto questo, si tocca la mancanza di rispetto per il lavoro e soprattutto per chi lo fa !
Prevedevo allora che la situazione non poteva durare così e, prima o poi, sarebbe saltato il sistema.

A fronte di questa situazione sottoposta al mio interlocutore, posi la domanda: forse questo andazzo è l'onda lunga della politica reaganiana ? Arrivata a farsi sentire anche in Italia a più di 20 anni dalla presidenza Reagan ?

L'esperto interlocutore, senza esitazione e con assoluta certezza, rispose che l'imbarbarimento cui si stava assistendo non era conseguente la politica di Reagan ma dovuto alla politica del presidente Clinton !

Leggendo la nota di Flavio Felice mi sembra di poter pensare che effettivamente Clinton sia uno dei maggiori responsabili della situazione attuale.

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