Dall'estero

Per gli israeliani la letteratura italiana è viva e lotta insieme a loro

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 | 22 Febbraio 2009
fiera internazionale del libro di gerusalemme

Chi ha letto sul Corriere della Sera di martedì scorso l’ottima corrispondenza di Francesco Battistini dalla ventiquattresima Fiera del libro di Gerusalemme è rimasto forse un po’ sorpreso. Infatti, dal dibattito serale tra Roberto Calasso e Amos Oz, al Caffè letterario della kermesse gerosolimitana, è emerso che per lo scrittore israeliano la letteratura italiana è apprezzabile perché non “anemica”. Una dichiarazione imprevedibile, visto che in patria, sulla nostra letteratura, si pensa al contrario che sia un po’ asfittica, minimal, intimista, di respiro piuttosto corto. Quando non direttamente ombelicale.
Questa la frase, per intero, dell’autore di “Non dire notte”: “Una delle cose che mi affascinano della letteratura italiana del XX secolo, e anche di adesso, è la sua vivacità. E’ piena di vita, di humour, di gusto. Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Tutto il contrario di quell’anemica letteratura che arriva da molti paesi europei: negli ultimi anni, per dire, avrò trovato uno o due libri francesi che mi hanno emozionato davvero”. E, se è vero che gli autori citati non sono propri contemporaneissimi e non esattamente di primo pelo, Oz con l’espressione “anche di adesso” estende anche all’hic et nunc il suo entusiasmo per gli scrittori nostrani.

In effetti, quanto a letteratura, da qualche tempo sembra fluire una corrente costante tra Roma e Gerusalemme. Nella nostra lingua sono tradotti decine di scrittori che scrivono in ebraico e l’apprezzamento per la loro tutto sommato ancora giovanissima letteratura è in persistente aumento. E, accanto ai big (Avraham Yehoshua, lo stesso Amos Oz, David Grossman), si fanno strada nelle nostre librerie anche autori meno conosciuti come Etgar Keret, i cui libri appesi a una sghemba ironia sono pubblicati in italiano per i tipi di E/o. E gli scrittori israeliani sono stati di recente omaggiati anche dalla Fiera del libro di Torino che nel 2008 li ha voluti come ospiti di onore; si ricordano ancora le piuttosto pretestuose polemiche al riguardo, polemiche che molto avevano a che vedere con paturnie ideologiche e ben poco con i libri.

Il rapporto è biunivoco, cioè a doppia circolazione. Se in Italia cresce l’interesse per gli scrittori israeliani, allo stesso modo nello Stato ebraico aumenta la curiosità per la nostra letteratura. Come informava qualche mese fa sul suo giornale Giacomo Kahn, direttore del periodico romano Shalom, “l’italiano è diventato la terza lingua tradotta in ebraico, preceduta soltanto dall’inglese e dal tedesco”. L’interesse italofilo che si è manifestato alla Fiera di Gerusalemme non è infatti un fenomeno estemporaneo. Già a novembre dell’anno scorso, a margine della visita del presidente Giorgio Napolitano in Israele, l’Istituto italiano di cultura di Tel Aviv aveva organizzato il convegno “Dialoghi letterari” con la partecipazione di un’eterogenea pattuglia composta da qualche decina di intellos e scrittori italiani da Alessandro Piperno a Claudio Magris ad Alain Elkann a Susanna Tamaro. E, anche in quel caso, riflettori accesi.

Alon Altaras, scrittore israeliano (nella nostra lingua sono usciti “La vendetta di Maricika” e “Il vestito nero di Odelia”, entrambi per Voland) e traduttore in ebraico di molti autori italiani conferma a L’Occidentale l’interesse dei suoi compatrioti per la cultura italiana. “Il bestseller italiano in Israele è stato ‘La Storia’ di Elsa Morante, che ha venduto più di 60 mila copie”. Altri autori molto amati sono Primo Levi, Erri De Luca, Natalia Ginzburg, Eugenio Montale. L’origine ebraica di alcuni di loro - spiega Altaras – non c’entra, “anche perché, ad esempio, nei libri della Ginzburg c’è ben poco di ebraico”. Ma non tutti gli scrittori italiani tradotti in ebraico hanno suscitato uguale entusiasmo tra i lettori israeliani. Altaras ha tradotto Antonio Tabucchi (“che è piaciuto molto agli scrittori, ma meno ai lettori”), una scelta dei “Quaderni del carcere” di Gramsci (“che hanno avuto una diffusa circolazione in ambito universitario”), “Seta” e “Oceano Mare” di Alessandro Baricco che sono stati accolti con un po’ di indifferenza.

Chiacchierando con Altaras, che ora è impegnato a volgere in ebraico “Caos Calmo” di Sandro Veronesi e “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, si alternano conferme e sorprese: in Israele piace Italo Calvino, mentre Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri, pur pubblicati a più riprese, sono stati accolti con grande freddezza. Ancor peggio è andata a “Gomorra” di Roberto Saviano che è stato tradotto in ebraico ma, dice Altaras, “è come se non fosse neppure uscito”. Un insuccesso? “No, è proprio come se non fosse neppure uscito”. Sciascia, Camilleri, Saviano. Una volta segnalate tutte le non piccole differenze tra questi tre scrittori, sembra che, in controtendenza con molti altri paesi, in Israele regni il più totale disinteresse per una certa narrativa del Mezzogiorno. Eppure “Gomorra”, inteso come film, nelle sale di Tel Aviv non sta andando male.

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