Deficit/Pil al 9,3%

Conti pubblici, Tremonti fa una politica tutta in difesa ma servono le riforme

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 | 03 Luglio 2009
Tremonti

Secondo l’Istat, il rapporto deficit/Pil ha raggiunto nel primo trimestre del 2009 il 9,3 per cento, a fronte del 5,7 dello stesso periodo del 2008. I numeri vanno letti con assoluta cautela, per evitare giudizi affrettati (il primo trimestre, come noto, è caratterizzato da un basso livello di entrate rispetto agli altri periodi dell’anno), ma è bene che questi dati rappresentino un salutare campanello d’allarme. A fine 2009, infatti, il deficit rischia seriamente di attestarsi oltre quel 4,6 per cento stimato dalla Relazione Unificata sull’economia e la finanza (Ruef) appena due mesi fa e, molto probabilmente, supererà anche il 5,4 per cento stimato dal Fondo Monetario Internazionale.

D’altro canto, gli stessi dati sul fabbisogno del primo semestre (49,5 miliardi, contro i 24 dello stesso lasso di tempo del 2008), diffusi dal Ministero dell’Economia, portano a credere che il passivo 2009 sarà superiore a quello stimato dalla Ruef di aprile di almeno 10 miliardi di euro. Rebus sic stantibus, il debito pubblico raggiungerebbe quota 116,5 per cento, almeno due punti percentuali in più rispetto alle stime governative primaverili.

Di chi è la colpa? E’ inutile dire che pesa anzitutto la recessione economica. Contrariamente a quanti hanno continuato a recitare la filastrocca “In Italia va meglio che negli altri paesi”, la contrazione dell’economia italiana è tra le più preoccupanti dell’area euro. Se le previsioni di finanza pubblica della Ruef si basavano su una ipotesi di riduzione del Pil del 4,2 per cento, le ultime rilevazioni della Banca d’Italia e del FMI indicano nel 5 – 5,5 per cento una forchetta più plausibile. E la crisi economica porta con sé il calo delle entrate. Secondo la stessa Ruef, circa il 97 per cento del minor gettito che si avrà nel 2009 rispetto alle stime della Relazione Previsionale e Programmatica (Rpp), realizzata con i dati disponibili a settembre 2008, “ha carattere ciclico, ossia è dovuto ad una riduzione automatica delle entrate fiscali a seguito della peggiorata congiuntura economica”.

Anche il trend di spesa è peggiore di quanto si pensasse lo scorso autunno. Secondo Tito Boeri e Pietro Garibaldi (“Le conseguenze dell’immobilismo”, 5 maggio 2009, lavoce.info), buona parte di queste maggiori uscite sono dovute ad una “massiccia operazione di redistribuzione di risorse a favore del pubblico impiego e dei percettori di pensioni”. Nonostante il calo del Pil, infatti, la spesa pensionistica e le risorse ad appannaggio del pubblico impiego continuerebbero a salire, assorbendo una quota sempre più consistente del reddito totale.

Insomma, se pure va dato atto al Governo Berlusconi – e al ministro Tremonti in particolare – di aver saputo resistere a tentazioni di spesa, scegliendo di finanziare le più importanti misure adottate negli ultimi dodici mesi con variazioni di bilancio e non con la “produzione” di nuovo deficit, non si può elogiare l’immobilismo. Perché se è vero che il “non fare” ha permesso il “non fare danni”, è altrettanto vero che le condizioni strutturali del settore pubblico sono capaci esse stesse di determinare un aggravamento della crisi.

Da un lato, il graduale deterioramento dell’economia avrebbe necessitato di una svolta liberale, fatta di liberalizzazioni e apertura dei mercati, in grado di produrre un positivo effetto anticiclico. In un certo senso, non potendo per evidenti ristrettezze di bilancio pensare di tagliare le tasse, il Governo avrebbe potuto ridurre la gravosa tassa dell’eccessiva regolazione. Dall’altro lato, proprio sui grandi comparti di spesa – le pensioni, il pubblico impiego, la sanità, gli enti inutili – si sarebbe dovuto incidere con coraggio, scegliendo la crisi come momento “propizio” per riforme e snellimenti quanto mai necessari. Non lo si è fatto, accettando che la crisi determinasse una redistribuzione implicita di risorse a vantaggio dei (soliti) iper-garantiti e a danno dei (soliti) precari, sulle cui spalle si poggia tutto il peso dell’aggiustamento.

“Un paese che mira solo a congelare lo status quo – ha scritto Mario Seminerio (“Come e perché in Italia anche la crisi è un’anomalia”, 25 giugno 2009, Liberal Quotidiano) - è condannato al declino, ed a raggiungere rapidamente condizioni di crisi sociale profonda”. Un giudizio perentorio, ma assolutamente condivisibile: la tentazione di attendere la ripresa economica è un lusso che l’Italia non può permettersi. Ed è bene che il Governo abbandoni questa piacevole illusione.

Commenti

Condivido ogni singola parola scritta in quest'articolo.
Purtroppo, sono pessimista: questo governo ha mostrato di non volere o non essere interessato alle liberalizzazioni (quelle vere, non quelle a parole). Per me, l'indicatore più eloquente è stata la faccenda Alitalia: un rigore a porta vuota nella grande sfida delle liberalizzazioni, che il governo ha fallito calciando praticamente in fallo laterale.
Infatti, con Alitalia praticamente fallita, nessuno l'avrebbe presa troppo a male se si fosse portato a termine il fallimento e liberalizzato del tutto il settore, comprese le tratte interne. Si è scelto invece di trasferire il monopolio pubblico verso il privato, congelando la situazione per 5 anni.
Davvero un mossa poco azzeccata.

Quando al ministro Tremonti sento dire che non ci sono soldi per fare le riforme, quando dice che ha dovuto resistere a tentazioni di spesa.. beh mi sento prso in giro.. ma l'Alitalia e tutto il carrozzone di soldi che si è portato dietro sembra che noi ce lo siamo dimenticati??
Solo a pensarci.. mi girano alquanto le scatole! Non venga a più dire che non c'erano un pò di soldi per poter aiutare le imprese!!

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