La festa di Tripoli

In quarant'anni il Colonnello Gheddafi ha cambiato faccia alla Libia

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 | 01 Settembre 2009

Con celebrazioni che dureranno sino all’alba si è aperto a Tripoli il quarantennale della “rivoluzione” di Gheddafi. Per nulla un festeggiamento in tono minore quello che vede protagonista sulla piazza Verde, ex piazza Italia, una folla oceanica e un corteo di mezzi militari d’ogni tipo, nonostante l’annunciata assenza di dei vari Sarkozy, Brown e Berlusconi, ma con la presenza di aerei (con le Frecce realmente Tricolori e non solo verdi), musici e artisti da ogni parte del mondo, Francia e Gran Bretagna comprese. Il Presidente del Consiglio era comunque presente domenica per la giornata d’amicizia in cui con il Leader libico ha inaugurato il primo tratto, poche centinaia di metri, della ormai famosa e discussa autostrada che dovrebbe essere costruita con quei 250 milioni di dollari annui che l’Italia donerà alla Libia a compensazione dei danni coloniali.

Oggi quel ventisettenne ufficiale libico che compì il colpo di stato quarant’anni fa non solamente è ancora saldamente al potere ma forse veramente per la prima volta, ha portato un paese con poco più di 5 milioni di persone a conseguire lo status e la rilevanza lungamente inseguite. Dopo aver mosso guerra a molti, oggi Gheddafi, nonostante tante scaramucce verbali, è in pace con tutti. Il colonnello è corteggiata da tante potenze mondiali nonostante le accuse di anti-democraticità del regime. Si è ricavato uno spazio geopolitico, l’Africa, in cui esercitare, con poche interferenze rispetto al passato, la propria leadership.

In una calda notte tra il 31 agosto e il 1° settembre del 1969, un gruppo di giovani ufficiali libici si impadronì delle istituzioni della Libia in modo sostanzialmente incruento. In poche ore si assicurarono il controllo delle principali città, disarmando la polizia e le guardie di scorta alle principali istituzioni del paese, talvolta ottenendo pronta collaborazione, altre volte contrastando sporadiche azioni di resistenza facilmente piegate. Il golpe fu per tutti un vero mistero. I primi gesti dei giovani ufficiali libici mirarono a dare un’immagine moderata del nuovo regime. La mattina stessa dopo il colpo di stato, convocati i diplomatici occidentali, veniva loro chiaramente precisato che il movimento rivoluzionario “vuole instaurare un regime repubblicano, intende rispettare i trattati, gli accordi esistenti, gli impegni verso l’ONU, la lega araba e i diritti umani, nonché gli accordi con le compagnie petrolifere” e inoltre “è in grado di affermare che non ci devono essere preoccupazioni per l’incolumità delle collettività straniere”. Non sarà proprio così.

Questi primi comunicati erano firmati da un non precisato esponente della “Repubblica libica araba” che sarebbe stato presto identificato in Muammar Gheddafi. Fin dall’inizio il Colonnello dimostrava, tenendosi celato, uno straordinario intuito per sapersela cavare nei momenti critici.
Oggi la Libia è un paese ben diverso da allora. L’obbiettivo di Gheddafi però rimane lo stesso: la conservazione del potere. Ciò può essere ottenuto solamente con una crescita economica che gli permetta ancora una volta di accreditarsi come “guida” del suo popolo. L’anelito rivoluzionario verso una società diversa, come auspicata nel Libro Verde da lui scritto nel 1977, non è fine a se stesso. Anzi, dopo la rinuncia al “nemico esterno”, identificato a seconda delle circostanze nell’Italia colonialista o nell’America imperialista, questo sentimento è rimasto come fonte principale di legittimità del regime in un paese che, prima dell’arrivo di Gheddafi, era pressoché privo di una identità nazionale definita. Questi richiami però oggi non possono essere accompagnati da rivendicazioni politiche od economiche nei confronti dell’Italia che il trattato dello scorso anno ha definitivamente escluso.

Sul fronte interno il consenso sul principio dell’apertura economica pare non abbia grandi oppositori nonostante una sempre più crescente divisione tra le due anime della dirigenza libica. Da una parte vi è quella riformista, personificata dal figlio Saif al Islam ritornato in auge nelle ultime vicende, fautore di una transizione in senso più occidentale e propositore anche di riforme politiche che includano la revisione delle strutture del paese, anche nel senso della creazione di una costituzione scritta con diritti e doveri. Dall’altra vi è la vecchia guardia più attenta alle questioni interne, ad una ridistribuzione diretta al popolo dei proventi del petrolio, alla eliminazione di alcune strutture amministrative, e maggiormente resistente alla liberalizzazione dell’economia.

In un paese dove non esiste opposizione e le uniche piccole e curiose forme di favore o dissenso verso il regime vengono espresse indossando rispettivamente la maglia della Juve (di cui Gheddafi tiene quote di minoranza) o quella dell’Inter (l’acerrima rivale), il leader non viene mai messo in discussione. A Gheddafi, che gioca il ruolo di federatore politico, tocca quindi il dosaggio di tempi e modi dell’apertura. La sfida della Libia di oggi rimane quella dello sviluppo che mostra i suoi segni più evidenti nelle centinaia di cantieri, soprattutto di aziende edili cinesi, che stanno trasformando il paese e nella presenza massiccia di stranieri che in essi lavorano. Basta andare a fare un giro nella medina della capitale tra le strette vie della vecchia città per incontrare intere zone popolate di sudanesi, ciadiani, eritrei, ecc… Non tutti vogliono venire in Italia, quasi tutti hanno saputo che la Libia ha stretto le maglie. Proprio domenica mentre Gheddafi e Berlusconi inauguravano l’autostrada una nave con 70 somali è stata bloccata dal pattugliamento congiunto messo in atto dalle due marine. Se la risposta a breve alla questione dell’immigrazione sembra funzionare bene, in prospettiva la soluzione non può che essere lo sviluppo del paese, capace di assorbire non solo la crescente disoccupazione giovanile libica, ma anche il costante flusso di immigrati che entrano nel paese.
 

Commenti

Mancava giusto un po' di agiografia di un dittatore...

Per amore della mia parte politica posso capire e sopportare molto, ma l'elogio del dittatore solo perchè il nostro leader zoppicante ha commesso l'errore di dargli credito è francamente intollerabile.

Aggiungo che qualsiasi minus habens sarebbe capace di ottenere un minimo di sviluppo di un paese produttore di petrolio avendo a disposizione quarant'anni di potere assoluto.

L'articolo esalta Gheddafi perchè dopo 40 anni (non 10, nè 20, nè 30) di potere assoluto, prima aiutato dall'URSS, poi dai proventi del petrolio, oggi dai cinesi e dalle idee balzane del nostro governo, è riuscito a ricavarsi, cito "uno spazio geopolitico, l’Africa, in cui esercitare, con poche interferenze rispetto al passato, la propria leadership".
Fra altri quarant'anni, forse, porterà la Libia a essere un paese moderno. Forza Gheddafi che sei il migliore.

non mi pare affatto agiografico nè comico l'articolo anzi... Dimostra quanto Gheddafi sia stato più abile di noi, e in parte lo sia ancora, a fare i propri interessi

Come fa poi ad essere un errore di berlusconi dargli credito...? è 40 anni che gli diamo credito e non possiamo fare altrimenti vista la nostra dipendenza petrolifera. e vedo che ultimamente gli stanno dando credito tanti che fanno finta di disprezzarlo... USA e GB ad es. purtroppo è semplicemente realpolitik

ops!

Come barzelletta farebbe anche ridere...

"In un paese dove non esiste opposizione e le uniche piccole e curiose forme di favore o dissenso verso il regime vengono espresse indossando rispettivamente la maglia della Juve (di cui Gheddafi tiene quote di minoranza) o quella dell’Inter (l’acerrima rivale), il leader non viene mai messo in discussione."

devo dire che è una analisi lucida che ha un oggettivo riscontro con il reale. complimenti.

Questo Varvelli ne capisce davvero di politica estera, perchè non lo segnalate a Frattini?

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