La fregatura delle ricariche telefoniche

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 | 29 Marzo 2007

Negli ultimi dieci anni, il dover pagare cinque euro per ricaricare il proprio cellulare è stato uno dei fastidi più acuti di ogni italiano. La sensazione - umorale e non razionale - era quella di pagare “per nulla”, per un bene non acquistato, un servizio non reso. In linea di massima, siamo stati tutti mediamente soddisfatti delle tariffe a consumo che le compagnie hanno iniziato a proporci dopo la diffusione di massa delle Sim Card, partita nel 1997. Ma non abbiamo mai digerito quel “sopruso”.

In principio c’era solo TIM ed il massimo della convenienza era la tariffa “rossa”, la quale permetteva di spendere appena 195 lire al minuto dopo le 20.30 e 95 lire passate altre due ore. Nelle ore diurne, invece, era un salasso: 1950 lire al minuto, più Iva e scatto alla risposta. Usare il telefonino prima delle otto e mezzo di sera era pressoché inconcepibile. Poi arrivò Omnitel, poi fu la volta di Wind e il resto è vita quotidiana. La concorrenza ci liberò dalla schiavitù delle telefonate serali e tra le nostre preoccupazioni comparve il contributo di ricarica. C’era anche prima, ma lo abbiamo percepito come davvero odioso solo quando la neonata Wind – nel 1999 - ci propose di liberarcene, offrendoci i suoi primi piani tariffari solo a consumo, privi del contributo. Piuttosto che provocare un effetto a catena sulle altre compagnie, però, nel 2002 fu Wind ad adeguarsi allo standard delle tariffe con componente fissa e componente variabile (two part pricing). Di questo si tratta, in definitiva: il servizio di telefonia mobile a ricarica è stato sempre caratterizzato da una struttura di prezzo con la doppia componente. Le eccezioni – alcuni piani tariffari di H3G e della stessa Wind – sono più assimilabili a specifiche promozioni che ad una strategia alternativa al two part pricing.

Ma come nasce il contributo di ricarica? Una risposta la troviamo nelle pagine dell’indagine conoscitiva che Agcom e Antitrust avevano svolto sul tema pochi mesi fa: “Secondo quanto argomentato da Telecom, al momento del lancio del servizio l’operatore avrebbe inteso replicare la struttura two part pricing (…) dell’abbonamento, al fine di evitare una eccessiva asimmetria rispetto alle tariffe relative all’abbonamento. In particolare, il servizio in abbonamento prevede l’applicazione di un canone fisso mensile a carico dell’utente, di norma coincidente con la tassa di concessione governativa (5,16 euro al mese per i privati, le vecchie 10.000 lire), che invece non viene richiesta nel servizio prepagato.

Le compagnie, insomma, hanno replicato la composizione two part pricing tipica dei contratti di abbonamento, sostituendo alla tassa di concessione governativa il contributo di ricarica. La presenza di una tassa (nata negli anni Ottanta, quando il cellulare era un bene di lusso) ha condizionato la struttura del prezzo del servizio prepagato, nonostante la natura sostanzialmente diversa delle due componenti tariffarie. Il contributo di ricarica può quindi interpretarsi come una strategia degli operatori finalizzata a sfruttare l’asimmetria fiscale del servizio prepagato rispetto all’abbonamento. Ancora, l’inchiesta continua sottolineando che: “Il confronto tra le due modalità di pagamento assume ulteriore importanza se si considera che, come evidenziato da Telecom Italia e Vodafone – nonché da Wind per quanto concerne gli ultimi tre anni –, i piani tariffari di dette società per il servizio prepagato, al netto del contributo di ricarica, risultano sostanzialmente in linea con la parte variabile di prezzo dell’abbonamento. Di conseguenza, la convenienza economica per l’utente a scegliere l’una o l’altra modalità dipende dall’incidenza delle voci fisse: il canone per l’abbonamento (ossia la tassa di concessione governativa) e il contributo di ricarica per il servizio prepagato.”

Se scegli l’abbonamento o la ricarica il prezzo dei minuti di conversazione è sostanzialmente lo stesso, a variare è solo l’incidenza della componente fissa (fiscale nel primo caso e commerciale nel secondo). Ora, le statistiche rivelano che un utente medio consuma circa 15 euro al mese: per questo utente il contributo di ricarica ha una incidenza media del 18,3%, mentre la tassa di concessione governativa pesa per il 34,4%. Perché l’aggravio provocato dalle due componenti sia indifferente, ci vuole un traffico telefonico particolarmente elevato. Insomma, a causa della presenza dell’anacronistica tassa sul lusso del cellulare, l’abbonamento conviene a chi consuma molto (lo sceglie solo un utente su dieci) e le compagnie hanno potuto godere di una rendita di posizione sul contributo di ricarica. E’ la tassa che ha distorto il mercato: se si fosse eliminato quel balzello, la convenienza delle schede ricaricabili rispetto agli abbonamenti sarebbe venuta meno e i gestori avrebbero eliminato il contributo di ricarica, a vantaggio dei consumatori. Invece no. Il decreto Bersani ha fatto l’esatto contrario, è intervenuto d’imperio sulla struttura dei prezzi del servizio prepagato vietando il contributo di ricarica. Che sia una misura inutile è chiaro: se resta la tassa di concessione governativa sugli abbonamenti, resterà anche la convenienza delle schede prepagate e l’utenza rimarrà polarizzata.

Detto questo, possiamo mai immaginare che i gestori accetteranno un abbattimento per legge della loro redditività? Il mancato introito del contributo di ricarica si spalmerà sulle tariffe. Ne nascono decine all’anno, non avremo modo di accorgercene.

Più analizzo la questione, più mi torna alla mente lo spirito che anima il personaggio manzoniano di Antonio Ferrer, gran cancelliere di Milano, durante la carestia del 1628 raccontata ne I Promessi Sposi: “Costui vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. […] Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo”. Il calmiere del pane di Ferrer e l’abolizione del contributo di ricarica di Bersani hanno in comune la logica di fondo, ossia un intervento governativo teso a correggere per legge la struttura dei prezzi di un settore.

Ma già la metafora di Manzoni sull’alterazione fittizia dell’età anagrafica coglie la debolezza di questa impostazione, che trova la sua origine in una interpretazione equivoca delle logiche di mercato e del ruolo dello Stato. Nel mercato la competizione tra interessi contrapposti è la dinamica che conduce ad un equilibrio ottimale. Ad abbassare i prezzi in un dato settore ci pensano, da un lato, la concorrenza tra imprese rivali e, dall’altro, la promozione della tutela dei propri interessi da parte dei consumatori. Lo Stato, se proprio vuol far qualcosa, può usare la leva che gli è propria, la leva fiscale. La cosa curiosa è che finalmente – dopo appelli, critiche ed emendamenti al Bersani provenienti dall’opposizione, tesi ad abrogare la tassa di concessione governativa sugli abbonamenti – il Governo si è accorto dell’abbaglio ed ha cercato di correre ai ripari, recependo l’ordine del giorno Della Vedova sull’argomento ed ammettendo implicitamente l’inefficacia del loro provvedimento dirigista. Il mercato è una cosa complessa e seria, è bene che se ne accorgano.

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E nella prima versione dei Promessi Sposi, il Fermo e Lucia, Manzoni è ancora più pungente a riguardo (v. link)

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