Una storia di aiuti e cassa integrazioni

"Gli aiuti di stato alla Fiat hanno impoverito i contribuenti e l'azienda"

Intervista ad Alberto Mingardi di
 | 08 Febbraio 2010
fiat

Governo, sindacati e management Fiat si trovano a giocare una delle parite più difficili del momento. Uno stabilimento, quello di Termini Imerese - per il quale, ha detto stamattina il ministro Scajola, sarebbero pronte 8-9-10 offerte - si prepara a chiudere definitivamente i cancelli  (in quanto a produzione di autovetture) mentre sul fronte politico e mediatico da qualche giorno è scoppiata la polemica relativa agli incentivi. Peccato che a ricordare come la Fiat sia sempre stata al centro dell'attenzione della politica sia la sua stessa storia, con i lati positivi e negativi che questo ha comportato. Per Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, "i sussidi hanno impoverito i contribuenti e fatto male alla Fiat perché l'hanno resa un’impresa peggiore".

Mingardi, ma la Fiat è cresciuta in Italia e nel mondo con le sue capacità (senza neppure un euro dallo Stato, come ha detto Montezemolo) oppure con l'aiuto dei vari governi italiani?

La storia della Fiat è anche una storia di aiuti pubblici, di rottamazioni e di cassa integrazioni. Questo è dovuto in parte al fatto che Fiat, per quasi cinquant’anni, ha ricoperto in Italia il ruolo di unica vera grande impresa privata, in un’economia vieppiù controllata dallo Stato. A causa delle dimensioni e del peso occupazionale, Fiat si trovò inevitabilmente al centro di molti "scambi politici". Eventuali licenziamenti avrebbero causato disagio sociale, sgradito a chi stava al governo, ma negli stabilimenti Fiat si è anche celebrata buona parte della storia del movimento operaio e sindacale, e persino un pezzo della storia del terrorismo e della lotta al terrorismo. Insomma, voglio dire che non è sorprendente se l’impresa di Torino ha avuto da parte della politica sempre attenzioni particolari. Queste attenzioni particolari diventavano un travaso di soldi pubblici. Ciò però che non credo è che la Fiat sia "cresciuta in Italia e nel mondo" grazie a quei denari. Credo sia vero il contrario.

Allora il problema dov'è?

Nel fatto che i sussidi hanno impoverito i contribuenti, ma hanno anche fatto male alla Fiat. L’hanno resa un’impresa peggiore. L’afflusso dei sussidi - ma soprattutto il più grande aiuto che lo Stato abbia mai dato alla Fiat: cioè quote e dazi sulle automobili di importazione - ha reso Fiat meno efficiente, le ha consentito di ritardare i tempi dell’adattamento alle condizioni di mercato, le ha reso meno urgente ristrutturarsi, in diverse fasi della sua storia.

Ma è corretto classificare gli incentivi del Governo in favore del settore auto come aiuti di Stato per la Fiat?

Sono aiuti di Stato a favore del settore automobilistico e degli altri settori che si inseriscono sulla sua scia. Sostenere la domanda serve ad aiutare le imprese. E’ del tutto evidente che non c’è alcun "interesse pubblico" nel fatto che gli italiani cambino la macchina ogni tre o quattro anni...

Molti, tra cui la candidata alla regione Lazio Renata Polverini, sostengono che la Fiat abbia una responsabilità sociale nei confronti dei lavoratori di termini Imerese. E’ così?

Queste persone partono dall’idea che per un’impresa licenziare sia una festa. Non è vero. Il licenziamento, per non dire della chiusura di uno stabilimento, è sempre una tragedia. Non c’è gioia nel licenziare: io, imprenditore, perdo tutte le risorse che ho investito nel formare una persona. Quando si arriva al punto di chiudere uno stabilimento come Termini, vuol dire che si sta rivedendo profondamente la propria strategia del passato. Vuol dire che si è sbagliato. Gli sbagli sono costosi. E poi, responsabilità sociale verso chi? Mantenere aperto uno stabilimento inefficiente significa indebolire le condizioni di un’azienda nel medio periodo. Questo mette a rischio l’impresa nel suo complesso, quindi moltissimi lavoratori, il cui interesse è che l’azienda per cui lavorano produca manufatti che incontrano il favore dei consumatori, facendo profitto e quindi mettendosi in condizione di crescere (in questo caso, tornare a crescere). Mantenere artificialmente aperto Termini Imerese, quando la logica suggerisce il contrario, nuocerebbe a tutte queste persone. Nei loro confronti, l’amministratore delegato di Fiat non dovrebbe sentire alcuna responsabilità?

Berlusconi, dal canto suo, ha garantito che il governo farà di tutto per salvaguardare i posti di lavoro dello stabilimento di Termini Imerese.  Ritiene corretta quest’altra impostazione?

Ognuno fa la sua parte in commedia, ed è naturale che il governo si mostri preoccupato. Ma i problemi di cui oggi paghiamo il conto vengono da lontano. Come riqualificare quei lavoratori? Come rendere nuovamente attrattive quelle aree, per gli investimenti? Mi viene da sorridere quando qualcuno ipotizza che il governo sia in grado di attrarre un’impresa straniera, a Termini Imerese. Per carità, lo spero, come tutti, ma quali sarebbero i costi? Come pensa il governo di attirare un altro produttore di automobili, in un Paese dove anni di dirigismo e protezionismo hanno fatto sì che ve ne fosse uno soltanto?

Se davvero la Fiat dovesse rinunciare agli incentivi si tratterebbe quasi di una svolta epocale. Cosa c’è, secondo lei, dietro questa decisione?

Sul Sole 24 Ore di ieri si spiegava chiaramente come gli incentivi di cui si parla oggi sarebbero pochi, e concessi per un periodo più limitato che in passato. Tutto il sistema delle imprese ha interesse a sostenerli, perché tutti ambiscono a raccogliere qualche briciola che scivola giù dal paniere. Di tutte le forme di intervento pubblico, le rottamazioni non sono certo la più pericolosa - ma parliamo sempre di palliativi, in mercati viziati da un eccesso di capacità produttiva come quello dell’auto.

Quindi?

Quindi se finalmente si è recisa la “relazione speciale” fra Fiat e Stato, c’è solo da festeggiare. Fiat viene restituita al rischio e al mercato. E’ una buona notizia: per i contribuenti, e per la Fiat.

Da Alcoa a Fiat, dall'ex-Eutelia a Italtel, passando per la Glaxo, multinazionale farmaceutica inglese che si appresta a chiudere il centro ricerche di Verona e a mandare a casa circa 600 lavoratori. E’ un inverno al calor bianco per l'industria italiana? E soprattutto, di che cosa stiamo pagando il prezzo realmente?

Sono casi molto diversi. Ma prendiamo quello di Glaxo, che è abbastanza significativo. Abbiamo una grande impresa innovativa, che ha scelto di avere casa in Italia, per una parte importante delle sue attività di ricerca e sviluppo. Da anni i governi parlano di "innovazione", ma che cos’è l’innovazione? E’ quello che fa Glaxo e che fanno buona parte delle farmaceutiche. Implica investimenti straordinari, di grande importanza, su cui il ritorno è in larga misura incerto. Non sempre le cose vanno bene, e quando le condizioni esterne impongono un ripensamento si comincia naturalmente dai punti più deboli. Chiediamoci: l’Italia è ospitale, nei confronti di queste imprese?

Qual è la risposta?

"No". C’è grande incertezza del diritto, la tassazione è molto alta, il tetto alla spesa farmaceutica viene tagliato anno dopo anno, la formazione di professionalità di alto livello è difficile, la nostra università è poco attrezzata per collaborazioni all’insegna della ricerca, i servizi sono poco liberalizzati e quindi cari. La domanda non è perché una multinazionale dovrebbe lasciare l’Italia, ma perché dovrebbe restarci.  Troppo a lungo noi abbiamo vissuto alle spalle di poche, straordinarie eccellenze, in virtù delle quali si "perdonava" tutto un sistema. Sono problemi che precedono la crisi, ai quali la politica non è stata in grado di rispondere ponendo in essere le necessarie riforme.  

Crede che il Governo dopo aver esteso in deroga per un anno e mezzo gli ammortizzatori sociali esistenti precrisi ne debba pensare di nuovi?

Sugli ammortizzatori sociali, il governo si è mosso con prudenza, tenendo sempre presente il quadro della finanza pubblica. Visto quello che capita in Grecia ed in Spagna, più che una colpa mi sembra una virtù. Ma il punto non è, non può essere solo quello di affiancare le persone in un momento difficile della loro vita, come quello in cui perdono il lavoro. La questione è creare le condizioni in cui possano trovare un nuovo lavoro, presto. E per farlo non bisogna riformare gli ammortizzatori sociali ma tutto il resto, abbassare le tasse, semplificare le norme, liberalizzare. Tutte cose che in Italia tutti spergiurano di volere, ma nessuno fa.

Commenti

Frodi brevettali. La tecnologia ibrida doppia frizione con motore elettrico nel mezzo è stata “mutuata” da un brevetto che la Fiat non ha mai voluto acquistare, ma soltanto spudoratamente copiare. Invito e visitare il mio blog dove “vitalità” e disinvoltura dei progettisti Fiat appaiono in piena evidenza: http://propulsoreibridosimbiotico.blogspot.com/ Chiunque abbia a cuore una onesta etica industriale in difesa della proprietà intellettuale conosca la storia raccontata nel mio blog. Se le industrie possono permettersi impunemente di copiare le idee, in quanto per difenderle occorrono cause costosissime, a cosa servono i brevetti? Come possono i nostri giovani trovare coraggio intellettuale se i potentati economici schiacciano i diritti dei singoli? Se vi accingete a richiedere un brevetto oppure proporlo ad un’azienda, la mia esperienza con la Fiat può esservi utile per muovervi con migliore circospezione. Ulisse Di Bartolomei

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