Il Governo delle Regioni contro quello nazionale

Ecco perché queste elezioni Regionali sono cariche di significato politico

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 | 16 Marzo 2010

C’è il rischio di astensioni per le elezioni regionali in Italia perché l’elettorato d’opinione è disorientato.

Le elezioni locali in Francia hanno registrato un ampio numero di astensioni, in parte perché la gente è confusa sulla situazione e non sa come giudicare l’operato del governo di fronte alla congiuntura economica e ai problemi dell’integrazione razziale e dell’ordine pubblico, in parte perché non le ritiene politicamente importanti. La stessa tentazione, di non votare nelle elezioni regionali, potrebbe manifestarsi in Italia per due ragioni, una analoga e una simile.

La ragione analoga è che qui da noi l’elettorato di centro destra è confuso o disamorato a causa del fatto che la lista del Pdl per la provincia di Roma è stata respinta perché chi doveva presentarla è uscito dalla stanza a ciò preposta e vi è rientrato in ritardo.

Il decreto legge di interpretazione autentica  del testo delle norme elettorali vigenti ha stabilito che conta non la stanza, ma il palazzo in cui si trova il presentatore della lista, purché abbia con sé o nella stanza delle consegne, la prescritta documentazione. Ma la rilevanza di questo decreto legge è stata respinta dalla Corte d’Appello e dal Tar con cavilli di parte. Di queste controversie tribunalizie però, la gente non ha capito nulla.

Molti pensano che, data la tipologia degli avversari, quelli dl Pdl dovevano essere più attenti. E ne concludono che non vale la pena di andare a votare se coloro che dovrebbero rappresentarli in queste elezioni sono poco efficienti. E qui viene la seconda ragione, per il non voto nelle regionali, simile a quella che ha determinato la massiccia astensione francese, nelle elezioni locali. Si pensa che si tratti di un voto amministrativo privo di valore politico generale. Ma questa analogia con le elezioni locali francesi è profondamente errata.

Le elezioni locali francesi non influiscono affatto sul governo, che dipende dal presidente della Repubblica, che è eletto direttamente dal popolo. I votanti della destra di LePen hanno espresso il loro dissenso dalla linea di Sarkozy nei riguardi dell’ordine pubblico e degli immigrati perché a loro parere troppo permissiva. Ma per questa ragione si presenterebbero in massa a votare contro qualsiasi candidato alla presidenza della Repubblica che adottasse tale linea la prossima volta. Il loro voto di astensione ha una rilevanza politica indiretta.

In Italia il presidente della Repubblica non è eletto dal popolo, ma dalle due Camere in assemblea congiuntura. Dura sette anni e rappresenta l’unità nazionale. Tuttavia la sinistra in Italia pensa di premere su di lui, agitando la piazza, nella convinzione che egli possa essere turbato dal fatto che lui, con origini politiche di sinistra, si mantenga neutrale anche nelle controversie che danneggiano la causa della sinistra e avvalli provvedimenti legislativi di governi di centro destra, solo perché sono espressi dalla maggioranza corrente del parlamento e non presentano, a prima vista, violazioni della Costituzione.

La nostra sinistra, con queste pressioni, vuole indurre il presidente della Repubblica a “entrare nel merito” e a parteggiare per una causa, tramite una interpretazione estensiva dell’articolo 74 della Costituzione secondo cui “il presidente della Repubblica prima di promulgare una legge può, con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. Questa norma fu voluta dai costituenti per due ragioni. Innanzitutto per consentire al presidente della Repubblica di rimandare una norma al parlamento anziché di limitarsi a non firmarla quando ha dubbi sulla sua costituzionalità che non emergono in modo chiaro. Ciò in modo da consentire al Parlamento di riflettere sui suoi dubbi. Da questo punto di vista si tratta di una attenuazione della norma che consente al presidente della Repubblica di non firmare le leggi che gli sembrano “palesemente” contrarie alla Costituzione. Inoltre, lo scopo dell’articolo 74 è anche quello di dare stabilità al governo di fronte ad assemblee legislative che, con colpi di mano, possono votare leggi in contrasto con la sua volontà del governo, ponendolo a rischio di crisi.

Rimandando la legge al Parlamento, il presidente della Repubblica verifica se il governo vi ha realmente una maggioranza oppure no. E quindi se sia necessario o no sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.  L’onorevole Tosato, Dc, professore di diritto costituzionale, presidente della Commissione della costituente in cui questo testo era stato elaborato, spiegò che questa era la ragione della norma. In ciò si rifaceva alla dichiarazione con cui il presidente della Costituente Meuccio Ruini, giurista molto colto, già consigliere di stato, la aveva sostenuta in Commissione. Alla sinistra però non importano questi precedenti, che delimitano la portata dell’articolo 74 della Costituzione. Essa vuole far scendere il capo dello stato dal ruolo di arbitro a quello di protagonista, perché, priva della maggioranza, ubbidisce al proprio credo, quello secondo cui essa è carismatica e ha diritto a governare, anche se è minoranza, contro il volere della maggioranza. Questa stessa strategia vale per la sinistra, per il potere che può ottenere con il governo delle Regioni.

Esso, il governo delle Regioni, non serve solo per gestire la autonomia regionale, serve anche e soprattutto per costituire un contropotere - una diga e più di una diga - contro il governo nazionale. In passato, nell’epoca in cui a sinistra il maggior partito era quello comunista, questa strategia servì per fare delle Regioni rosse dei fortilizi, da cui svolgere una politica di potere e di clientele per contrastare quello centrale. Ciò mediante il sostegno a un ceto intellettuale impegnato, che avrebbe combattuto le sue battaglie nei giornali, nelle case editrici, nelle Università, nella Radio TV, nel mondo dello spettacolo cinematografico e teatrale, in quello della canzone, in quello della pittura e dell’architettura, nell’urbanistica, nel campo dei nuovi diritti. E mediante il supporto delle Regioni rosse vennero supportate e rafforzate le  cooperative, le non profit, le associazioni di “altro consumo”, quelle dell’ambientalismo, quelle dei diritti della donna, dell’infanzia. E naturalmente, in primo luogo, venne attivato il contropotere dei sindacati, esteso anche ai corpi autonomi dello stato, come le magistrature e i media.

Questa strategia, quando la sinistra ex comunista ha potuto ottenere il potere di governo, è stata estesa mediante leggi ordinarie e costituzionali che hanno consentito nuovi contro poteri di governo delle pubbliche istituzioni. E fra questi contro poteri, spiccano la Associazione nazionale dei comuni, l’Anci che discute con lo stato, sul “patto di stabilità interno” a cui gli enti locali debbono sottostare e la Conferenza stato-Regioni. Questa è diventata particolarmente importante da quando si è attuata la riforma della Costituzione che attribuisce alle Regioni vaste competenze di legislazione propria o concorrente con quella dello stato.

A capo della Conferenza stato-Regioni vi è un presidente che è espressione della maggioranza delle giunte regionali in cui ciascuna Regione conta per un voto. Le sinistre attualmente hanno la maggioranza della Conferenza stato-Regioni. Ed esse la hanno esercitata per bloccare e frantumare la legge varata dal governo Berlusconi riguardante le norme di rilancio dell’edilizia di abitazione. La discussione del nuovo testo è stata lunga, ne sono derivate interpretazioni riduttive e alla fine esso è stato ridotto alla irrilevanza operativa. Questo è solo un esempio dell’enorme potere che ha la Conferenza stato-Regioni, da cui consegue l’importanza per il centro-destra di ottenere la vittoria nella maggioranza numerica delle Regioni. Ciò al fine di poter assumere la presidenza di questa assemblea che può definirsi il terzo potere legislativo dello stato, oltre alla camera e al senato, il potere para legislativo che può bloccare o rovesciare la maggioranza delle due Camere.

C’è una ragione aggiuntiva fondamentale per cui il voto nelle Regionali ha una rilevanza politica nazionale, in particolare nel Lazio. Ed è il fatto che la Regione ha una estrema importanza politica in quattro settori che toccano la vita di tutti i cittadini e che limitano i poteri del governo nazionale. Essa ha il ruolo fondamentale per quello che riguarda il settore sanitario e quindi anche il settore delle Università, tramite le cliniche universitarie e le nomine, che ne derivano nei vari ambiti. In terzo luogo la Regione ha una estrema importanza nel settore turistico e in stretta connessione a ciò nel settore culturale.

In quarto luogo la Regione ha un ruolo decisivo nel settore della programmazione urbanistica e, con una arbitraria interpretazione, anche in quello dell’edilizia, che secondo la mentalità dirigista prevalente non riguarda il diritto di proprietà immobiliare dei singoli, ma le competenze urbanistiche con cui questo viene limitato. 

Il voto nelle regionali, per queste ragioni, è un voto con una grande valenza politica. E chi si astiene nelle elezioni regionali genera, con la sua condotta, un risultato politico. Questa è, del resto, la ragione per cui la sinistra, timorosa di vincere sul campo, ha deciso di cercare di vincere mediante un arbitro di parte che squalifica il giocatore avversario che le dà più fastidio.

 

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