Giovedì 17 Maggio 2012
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"Con Prodi è cresciuta la minaccia per la sicurezza nazionale"

24 Luglio 2007

Intervista ad Alfredo Mantovano
di Emiliano Stornelli

I recenti fatti di Perugia, dove le forze dell’ordine hanno proceduto all’arresto di sospetti terroristi islamici esperti anche nella realizzazione di sostanze esplosive artigianali, sono l’ennesima dimostrazione del radicamento nel nostro paese di raggruppamenti islamici radicali che al riparo delle moschee, delle scuole religiose e dei cosiddetti centri culturali, svolgono opera d’indottrinamento all’imperativo categorico del jihad contro gli occidentali e di addestramento all’arte del terrorismo, indirizzata finanche ai bambini. Anche gli inconsapevoli e i minimizzatori dovrebbero aver aperto ormai gli occhi e aver preso finalmente atto della realtà. Alfredo Mantovano, senatore di Alleanza Nazionale e membro del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani (Copaco), ci fornisce un punto di vista informato e attento sul terrorismo islamico in Italia e svela le mancanze del governo Prodi in materia di sicurezza nazionale.

Qual è la sua valutazione sull’arresto dell’Imam di Perugia e sulla scoperta di una cellula jihadista locale?
C’è la conferma di un quadro preoccupante che forse qualcuno scopre solo adesso ma che in realtà si è consolidato nel corso degli anni. E’ la conferma dell’esistenza di una rete terroristica che ha già svolto in diverse città italiane una funzione di reclutamento, indottrinamento e addestramento di soggetti che poi sono stati inviati a farsi esplodere o a compiere ugualmente azioni di tipo terroristico prima in Bosnia e poi in Afghanistan e in Iraq, e che continua a prosperare con la complicità o la copertura di alcune moschee e centri culturali islamici, con l’indifferenza di tanti sia nel mondo culturale che nel mondo politico. Nel mondo culturale, in particolare, sono più attenti a censurare i libri di Magdi Allam che non a contrastare queste forme di odio, violenza e terrorismo che crescono e prosperano in casa nostra. 

Di oggi è la notizia che i pm della procura di Milano hanno espresso il loro parere negativo sulle “Black list” dell’Onu e dell’Ue che raccolgono i sospetti finanziatori del terrorismo internazionale, perché frutto “di decisioni adottate in base a sospetti e a conseguenti opzioni politiche” e pertanto non possono “costituire un elemento di prova penalmente rilevante” in sede di giudizio. E’ possibile intravedere anche in questa presa di posizione il tentativo di affermare contro il terrorismo la preminenza della via giudiziaria?
La procura di Milano in passato ha svolto le indagini più impegnative in materia di terrorismo. Nel caso delle “Black List” si è registrata una preoccupante disattenzione dovuta a un problema di adeguamento culturale da parte della magistratura giudicante e non di quella inquirente. Se, come si è detto oggi, il problema è la fonte politica di queste liste, la procura di Milano dovrebbe spiegare quale altra autorità se non quella che ha la responsabilità della sicurezza dei singoli stati può redigere queste liste. Poi è chiaro che la schedature nelle liste non è di per sé prova di attività terroristica, ma si tratta comunque di un dato rilevante perché determina un orientamento e rende più facile il compito dell’interprete e soprattutto del giudice. Ad ogni modo, non si può condividere che un fenomeno come il terrorismo venga affrontato solo per via giudiziaria. Determinante nel garantire la sicurezza nazionale è soprattutto la parte della prevenzione che compete al governo, alle forze di polizia e ai servizi di sicurezza. 

Gli attacchi che i servizi di sicurezza oggi subiscono da più parti possono minare la loro efficacia operativa nella funzione di prevenzione e contrasto del terrorismo?
Certamente sì. Il risultato più eclatante è stato la perdita di credibilità rispetto ai servizi di sicurezza dei paesi alleati, dovuto soprattutto al fatto che le utenze di cellulari e i nomi di testimoni e degli agenti dei servizi stranieri sono stati scoperti in modo abbastanza incauto nel corso di alcune indagini. Tuttavia, quel che deve preoccupare maggiormente è il taglio del 50% dei fondi e delle risorse destinate ai servizi di sicurezza stabilito dall’ultima legge finanziaria. Il taglio ha messo davvero in ginocchio la nostra intelligence che così si è trovata costretta a licenziare - e lo sta facendo - e a non poter pagare le informazioni come faceva in passato. 

E’ possibile fare un bilancio delle politiche del governo Prodi in materia di sicurezza e antiterrorismo?
Tutto quello che su questo fronte si può dire di un anno abbondante di governo Prodi - con riferimento sia alle questioni riguardanti i servizi di sicurezza sia ai tagli che anche le forze di polizia anche subito - è che, al di là delle intenzioni, questo esecutivo è oggettivamente complice del crescere del rischio criminalità in generale e del rischio terrorismo in particolare.

Quali politiche dovrebbero essere adottate nei confronti delle moschee?
La prima misura è di ordine culturale: bisogna togliersi dalla testa che le moschea per i musulmani siano l’equivalente della parrocchia per i cattolici. E’ qualcosa di più e di diverso. E’ un luogo di formazione e di aggregazione culturale e politica, quando va bene; spesso, però, è qualcosa di più, come dimostrano le indagini relative a Perugia e ancor prima Milano, Bologna, Napoli e così via.
La seconda misura riguarda più precisamente gli imam delle moschee. Se in una chiesa cattolica durante l’omelia un parroco incitasse all’odio e all’uccisione dei musulmani, tale parroco non durerebbe a lungo né in quella parrocchia né tanto meno nelle vesti di parroco. Questo è un esempio semplicemente teorico, ma nelle moschee accade realmente che gli imam incitino allo sterminio di cristiani ed ebrei. Allora, lo stesso metodo che useremmo nei confronti del parroco cattolico deve essere applicato verso gli imam musulmani radicali e verso chiunque altro nelle moschee e nei centri culturali islamici predichi la jihad e lo sterminio degli occidentali. 

Come valuta le politiche del governo Prodi sull’immigrazione?
Il governo Prodi non sta attuando alcuna politica dell’immigrazione. Sta aprendo le porte a tutti in maniera incontrollata e senza regole. Non è un caso che la novità degli ultimi mesi siano gli sbarchi di clandestini in Sardegna provenienti dall’Algeria che in precedenza non c’erano mai stati. Dall’Algeria i clandestini non riescono più ad andare in Francia e in Spagna, dove le frontiere si sono irrigidite, e trovano il loro porto franco in Italia. A ciò si aggiunge anche l’abolizione del permesso di soggiorno per fini turistici, quindi è possibile entrare tranquillamente in Italia dichiarando con una sorta di autocertificazione che si desidera rimanere per soli tre mesi anche se poi in realtà la permanenza supera la scadenza dei 90 giorni.

Qual è l’atteggiamento del governo Prodi verso l’Islam radicale radicato sul nostro territorio?
Da parte del governo Prodi c’è una certa benevolenza verso l’Islam radicale e ciò a causa della sinistra estremista, quella che tiene letteralmente in vita l’esecutivo e vede nell’immigrazione extracomunitaria l’equivalente dei proletari di 150 anni fa. Oggi i proletari non esistono più nelle fabbriche e li vogliono sostituire con gli immigrati. Questo gli immigrati non lo sanno, ma la sinistra estremista li considera come tali. Hanno sbagliato a suo tempo e continuano a sbagliare anche adesso.

Commenti
paolo
24/07/07 22:23
Mi permetto di dissentire su
Mi permetto di dissentire su un punto, ovvero che Prodi e il suo governo riguardo all'immigrazione siano "ostaggi" dell'estrema sinistra. Prodi oggi e' il migior alleato di Hezbollah, Hamas e mujadin vari in Europa e lo dimostra non solo a parole ma anche nei fatti aprendo le frontiere senza controllo, tanto piu' sapendo benissimo che l'integrazione diventa sempre piu complicata con l'aumentare dei soggetti che tendono ad aggregarsi fra comunita' omogenee culturalmente disgregando la societa'. Il progetto della sinistra e' chiarissimo, dividi et impera, e Prodi ne e' un cosciente artefice. CDX sveglia!!!!
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