“E’ una posizione politicamente e istituzionalmente ineccepibile: quando si riforma la Costituzione la maggioranza ha il dovere di provare a coinvolgere l'opposizione. Ma ciò non può mettere nelle mani della minoranza un potere di veto. Però non c'era un caso Fini da chiudere”. Il vicepresidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, commenta così le parole del presidente della Camera.
Se non c’è un caso Fini, perché Bondi gli ha detto che non può fare il controcanto al Pdl?
“Bondi interpretava una opportunità politica che condivido. Ma sono anche convinto che le opinioni del presidente della Camera vadano sempre rispettate, a volte contrastate, ma senza mai perdere l'aplomb istituzionale necessario”.
Fini avverte anche che il rischio di riforme fatte a maggioranza è il referendum che può spazzar via tutto. È il motivo per cui la Lega vuole l'accordo con il Pd. Non è così?
“E un dato di fatto, visto come sono andate le cose anche l'ultima volta. Però, le riforme riescono o quando c'è un grande accordo o quando l'opinione pubblica ha la consapevolezza che si sta giocando una grande sfida non su strane alchimie ma per modernizzare il paese. In Francia, il passaggio alla V Repubblica fu epocale, vissuto con grande passione”.
Dunque preferite davvero la sfida referendaria?
“Non c'è una terza via: o c'è l'accordo con l'opposizione o si coinvolgono gli italiani, trasmettendo il senso di una grande scelta di modernità. Altrimenti è meglio che le riforme non si facciano”.
Per il Pd Franceschini il sogno di Berlusconi è la Francia, sì, ma quella del re Sole.
“Se pensa che si debba rafforzare uno Stato che non funziona più, bene. Se allude ad un progetto assolutista, è una battuta di retroguardia, vetero di sinistra”.
Anche per Fini, sostenitore del modello francese, la legge elettorale va cambiata. Perché dite no?
“Il problema è mal posto. In Italia si è sempre pensato che la legge elettorale potesse definire i sistemi istituzionali, salvo poi scoprire che non è così. Una cosa è il quadro istituzionale, fissato in Costituzione, altro le leggi elettorali, strumenti empirici che si adattano alle circostanze storiche. Se siamo d'accordo su questo, si può anche ragionare: tutto è perfettibile. Ma dopo aver definito il sistema”.
Il finiano Urso evoca il “rischio Cile”. Lei non teme un premier forte che si nomina il Parlamento?
“Il rischio Cile mi sembrava una fesseria quando ne parlò Berlinguer, figuriamoci se ne parla Urso”.
Quanto peserà, sul cammino delle riforme, la tensione tra Colle e palazzo Chigi?
“Credo che sia già superata e che quanto dice Frattini – guardare alla sostanza al di là delle parole – sia la via per rimarginare ancor più i rapporti”.
Il fastidio dl Berlusconi per regole vissute come inciampi non giustifica i timori dei finiani e del Pd?
“Dovremmo, invece, di quanto l'evitare un conflitto tra potere politico e potere giudiziario in questi 14 anni abbia distratto dalla realizzazione dei programmi delle maggioranze che si sono succedute. Sarebbe il modo per leggere quel che è accaduto ed anche alcune insofferenze di Berlusconi”.


Basta dialogo con
Si pensi alle cose serie