Il quinquennio fu effettivamente terribile. Da piazza Fontana a Piazza della Loggia, in mezzo circa quattromila attentati perlopiù di matrice neofascista, e il Belpaese direttamente sull’orlo di chissaché… Mimmo Franzinelli, autore di La sottile linea nera (Rizzoli), cerca di mettere ordine in questa fitta rete di eventi tremendi e di punti interrogativi persino più laceranti. E lo fa con perizia, ricorrendo a carte giudiziarie, ricerche d’archivio, e tante altre fonti ancora.
Il punto di vista è chiaro e esibito. All’origine di quella super destabilizzazione, un connubio esplosivo fra eversione di estrema destra e apparati dello Stato. Obbiettivo: da un lato arginare la cosiddetta deriva a sinistra, dall’altro tenere tutti col fiato sospeso in attesa di capire a quale santo votarsi. Ovvero, di volta in volta, farsi fiancheggiatori di ribaltoni golpisti oppure compagni di merende di opzioni più moderate e/o presidenzialiste.
Data la cornice, può capitare però che gli attori in campo non sempre si muovano in maniera simmetrica. Così se gli appartati tamponano o deviano, magari con pezzi di servizi che non vanno poi così tanto d’accordo e, non di rado, si pestano i calli a vicenda (è il caso fra vertici delle barbe finte militari dei ripetuti colpi bassi fra Vito Miceli e Gianadelio Meletti); gli operativi invece puntano al bersaglio grosso e si buttano spavaldamente nella mischia. Fra quest’ultimi, l’ibrido è norma. Ci si imbatte così in idealisti evoliani, imbevuti di superomismo, accanto a vecchie cariatidi di Salò per arrivare a una zona magmatica dove imperversa una ragazzaglia spinta all’azione da una miscela di machismo, emarginazione giovanile, disperazione. Infine ci sono le figure doppie, mezzi estremisti mezzi confidenti, magari del genere infiltrati fra i gruppuscoli dell’altra sponda oppure del tipo fautori di quel nazimaoismo, allora abbastanza in voga in taluni circuiti particolari, che consentiva, almeno a filo di logica, di tenere i piedi in più scarpe ipotizzando complicati via vai fra le estreme basati sul comune spirito antisistema e antiborghese.
Antefatto dell’intero percorso il celeberrimo convegno romano del 1965 tenutosi all’hotel Parco dei Principi durante il quale, alla presenza pezzi da novanta dello stato maggiore e dei servizi, uno degli eroi negativi dell’intera vicenda, Giudo Giannettini, teorizza infiltrazione e azione parallela, mentre altri sostengono la necessità di costituire gruppi di elementi selezionati in grado di scatenare “una guerra totale contro l’apparato comunista e i suoi alleati”. Il resto è storia nota. Il 12 dicembre del 1969 la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, la finta pista anarchica, i depistaggi, le indagini a senso unico. Stesso andazzo nei torbidi negli anni successivi. Identiche disinvolture investigative per la strage bresciana. Un esempio: la sconsiderata iniziativa del vicequestore Aniello Diamare che “ordina a un’autobotte dei vigili del fuoco di rimuovere le macchie di sangue e i brandelli di carne disseminati” un po’ ovunque nella piazza dell’eccidio. Franzinelli insiste molto sulla scarsa “lealtà democratica” di pezzi dello Stato ed è particolarmente critico verso il comportamento di taluni esponenti di primo piano dell’Arma, perlopiù considerata fedelissima.
Il libro racconta con una certa ampiezza anche le storie, quasi sempre tragiche, di alcuni, ai tempi, big del neofascismo, specie di certi “sambabilini”, nome derivante dalla piazza milanese “occupata” dai neri il quegli anni, di cui oggi si stenta persino a ricordare l’esistenza.
Mimmo Franzinelli, La sottile linea nera, Rizzoli, pagine 478, euro 20,00.

