Milano - Se molto è stato detto sulla meccanica perversa che ha portato all'attuale crisi finanziaria internazionale, il cui più tragico corollario è stato il contagio delle economie reali nella maggior parte dei paesi industrializzati, poco si è detto sulle cause profonde che ci hanno condotto dove siamo, con riguardo almeno all'epicentro statunitense. Certo, siamo più o meno coscienti che i guai siano cominciati quando si è concesso al ceto medio e medio-basso statunitense di vivere al di sopra delle proprie possibilità. E sappiamo anche che su tale negligenza benigna da parte delle autorità americane, venditori di ipoteche e banche hanno costruito, con buona pace del ceto politico-finanziario di Washington DC e New York, un castello dalle fondamenta a tal punto fragili da far crollare l'intera economia reale statunitense e con essa tutto il sistema economico-finanziario internazionale.
Se ancora oggi è necessario trovare soluzioni pro futuro perché una crisi di tale portata non si riproduca, si tratta di capire in primo luogo, partendo dal caso statunitense, quando e perché il sistema ha incominciato a fare acqua. Ed è qui che ci viene in aiuto il professor Raghuram G. Rajan. Indiano d'origine, ospite negli scorsi giorni del CAREFIN dell'Università Luigi Bocconi, Rajan ha formulato un'interpretazione suggestiva sulle cause remote dell'attuale crisi. Parliamo di uno studioso che, nel 2005, prese il coraggio a due mani dichiarando in presenza dell'allora governatore della FED, Alan Greenspan, che c'era il rischio che il sistema finanziario prendesse la via del baratro. Un intervento profetico che è gli valso un tardivo riconoscimento da parte del Wall Street Journal. Oltre ad essere stato il primo chief economist al Fondo Monetario Internazionale di passaporto non euro-statunitense, Rajan è attualmente consigliere economico del primo ministro indiano Singh e professore alla Booth School dell'Università di Chicago.
Professore, Lei sostiene che alla base dell'attuale crisi globale vi sia una sostanziale inadeguatezza del sistema educativo statunitense. Ci spieghi meglio...
Guardi, il mio punto di vista è questo: negli Stati Uniti si è verificato negli ultimi decenni un aumento dei livelli di ineguaglianza, in parte dovuto all'incapacità del sistema educativo di stare al passo con i cambiamenti tecnologici. Le persone non sono riuscite a ottenere l'educazione di cui avevano bisogno tanto nelle high school quanto nei college. Insomma l'educazione non è stata di buona qualità. Di conseguenza, in un mercato del lavoro che richiedeva competenze sempre maggiori che la maggior parte delle persone non avevano ricevuto, i redditi sono rimasti relativamente bassi soprattutto per le famiglie dei ceti medi e medio-bassi.
E questo che conseguenze ha avuto?
Diciamo che si è assistito ad una risposta che noi definiamo in gergo economico “dal lato dell'offerta”, ovvero i politici statunitensi hanno ritenuto che spingere il sistema a riconoscere un maggior flusso di credito verso questi segmenti della popolazione sarebbe stata cosa utile. Un atteggiamento che si è tradotto nella tendenza a spingere le persone all'acquisto di case e a creare le condizioni perché organizzazioni di varia natura fornissero credito in sufficienza per permettere a tutti gli statunitensi di avere un tetto. L'idea era che quando le persone possiedono una casa si preoccupano meno, sono più felici. Per capirci, finiscono col lamentarsi meno quando guardano alla miseria che gli viene riconosciuta a fine mese. Tutto il resto poi lo conosciamo già.
Insomma tutto è partito dalla politica?
Il sistema bancario e finanziario si è semplicemente adeguato a questa politica, portando ad un progressivo deterioramento della qualità del credito. Da notare come uno dei pochi punti di contatto tra le politiche delle amministrazioni Clinton e Bush sia stato proprio l'aver continuato ad alimentare un accesso rischioso alla proprietà immobiliare.
Questo è il passato. Veniamo al presente. Parliamo dei nuovi rischi. Qualche giorno fa Mario Draghi ha lanciato l'allarme debito per gli Stati e le banche. Si è intuito che Draghi abbia voluto implicitamente dire che, nel malaugurato caso di una nuova botta di arresto, gli Usa potrebbero rimetterci le penne. Lei condivide queste preoccupazioni?
Se si guarda ai paesi ove il rapporto debito/PIL si approssima sempre di più al 100 per cnetop, credo che il margine di manovra sia ormai quasi nullo! Intendo dire che, a voler tracciare delle analisi di lungo periodo, ci si accorgerà che la stessa fornitura di beni pubblici come le misure di sicurezza sociale, ad esempio la sanità, possono a loro volta rappresentare problemi enormi per la tenuta delle finanze pubbliche statali. Bisogna essere sicuri di avere le disponibilità perché tali politiche siano finanziate. Se a ciò si unisce un debito vicino al 100 per cento e magari misure di sicurezza sociale coperte solo a metà – ed è il caso degli Stati Uniti oggi – il rischio è che le persone comincino a dubitare che lo Stato sia effettivamente in grado di ripagare l'ammontare di risorse che ha preso in prestito. Se il dubbio si installa, la capacità degli Stati risulta danneggiata. Per dirla brutalmente: la fiducia negli Stati debitori non è infinita.
Il sistema è ancora fragilissimo allora?
Lo è a tal punto che, se un'altra crisi dovesse intervenire, il sistema non riuscirebbe a ingoiare un altro incremento del 25 per cento nel rapporto debito/Pil nel bilancio degli Stati. Il sistema crollerebbe sotto i colpi di un effetto domino. Credo che sia questo il punto su cui Draghi abbia voluto farci riflettere.
Senta professore, parlando di criticità ancora esistenti in seno all'economia mondiale Lei ha evocato dei “rischi nascosti”. Quali?
A parte il tema di cui abbiamo parlato, ovvero il rapporto tra ineguaglianza e risposta politica, credo si debba parlare dell'attuale struttura globale della crescita economica come di un rischio. Credo esista un eccesso di dipendenza che si traduce in una eccessiva fiducia che i paesi industrializzati ripongono nella crescita delle economie emergenti. Ciò deve cambiare, sta cambiando e cambierà. A mio avviso si dovrà permettere tanto ai paesi emergenti di mantenere la loro crescita, quanto ai paesi industrializzati di trovare nuove forme di crescita. Se questo equilibrio non dovesse cambiare, si avrà molto più protezionismo. Se, come è il caso oggi, i paesi industrializzati hanno un tasso di disoccupazione del 10 per cento mentre i paesi emergenti crescono al 10 per cento, non potrà esserci stabilità politica internazionale. Gli incentivi per politiche protezioniste cresceranno nelle economie mature. Ci sono già persone negli Stati Uniti che affermano che si dovrebbero imporre molti più dazi sui prodotti di fabbricazione cinese perché il governo di Pechino non vuole rivalutare la propria moneta. E poi c'è un altro problema: ogni accordo internazionale è soggetto alle politiche domestiche degli Stati. Ed è poco ma sicuro che le politiche domestiche diventeranno molto più problematiche d'ora in avanti, almeno sino a quando il quadro non migliorerà.
Quanto durerà questa situazione?
Durerà sino a quando la disoccupazione resterà ai livelli attuali e le persone andranno a cercare qualcuno con cui prendersela. E poi non è detto che i numeri sulla disoccupazione che circolano siano quelli reali. Io credo che la disoccupazione sia molto più alta. Ma questo è tutt'altro problema...


