Venerdì 10 Febbraio 2012
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Cambio di strategia

La nuova ricetta della Russia nel Caucaso è “meno armi più politica”

7 Settembre 2009

La nuova crisi che infiamma il Caucaso russo induce il Cremlino a rivedere la sua intransigente strategia incentrata sulla forza militare. Da giugno ad agosto 2009 le vittime di attentati si sono triplicate, salendo a 436 rispetto alle 150 dell’anno scorso. Nello stesso arco di tempo il numero degli attacchi si è quasi raddoppiato, da 265 a 452. Sempre più spesso si tratta di attacchi suicidi, con effetti devastanti sulla popolazione civile.

Dalle repubbliche dell’Inguscezia e dal Dagestan, ormai in bilico tra stato d’emergenza e guerra civile, la rinnovata aggressività del terrorismo separatista si è estesa anche alla Cecenia. Una volta simbolo della disgregazione post-sovietica, la Cecenia è diventata l’icona della riconquista russa. Ma si è ridotta al dominio personale del presidente Kadyrov, perno della strategia militare russa ma a sua volta causa di notevoli problemi in fatto di diritti umani. I metodi ruvidi del presidente ceceno hanno seriamente appannato l’immagine internazionale del Cremlino. Ma quando il ricorso sistematico alla forza non assicura più la stabilizzazione del sistema, neppure Kadyrov può considerarsi inamovibile.

Il problema non è il presidente ceceno quanto l’intera strategia, di cui Kadyrov è il prodotto. Il potente arsenale bellico del Cremlino non riesce a debellare un terrorismo separatista male equipaggiato, ma alleato con l’integralismo islamico e in grado di controllare il territorio spostandosi tra i confini porosi delle micro-repubbliche caucasiche.

Anche sul versante interno la Russia paga il prezzo dei metodi di Kadyrov. Il presidente ceceno è nuovamente nell’occhio del ciclone per il suo supposto coinvolgimento nell’omicidio, lo scorso agosto in Inguscezia, dell’attivista dei diritti civili Natalya Estemirova. Una folla di manifestanti e attivisti si è radunata a Mosca per chiedere giustizia, unendosi poi ai famigliari delle vittime di Beslan, in un connubio molto pericoloso per il Cremlino.

Perciò sulla stampa russa iniziano a diffondersi analisi e commenti che esprimo una cambiamento di prospettiva: meno armi e più politica, con l’obiettivo di una graduale riconciliazione inter-etnica e inter-religiosa.

Una solida integrazione sociale è il requisito essenziale per spegnere i focolai del separatismo e dell’islamismo. Sebbene possa apparire inconsueto per gli stereotipi occidentali, anche la Russia sta sviluppando un buon livello d’integrazione sociale. Tra Russia e Caucaso, per esempio, nel grande centro urbano di Volgograd, ha fatto notizia il cosiddetto “Obama russo”. Si chiama Joachim Crima, è originario della Guinea-Bissau, ha 37 anni e da venti vive in Russia insieme alla moglie di origini armene. Si presenterà alle prossime elezioni di una cittadina della provincia di Volgograd. È sostenuto da “Russia Unita”, il partito di Putin che, per una volta, smentisce il suo controverso nazionalismo.
Anche la Russia si riscopre capace di integrare gli stranieri in una società multi-etnica. Anzi c’è già un secondo Obama russo: Crima sarà sfidato da Filipp Kondratyev, figlio di padre ghanese e di madre russa. 

A fianco dell’integrazione emergono scelte significative. Nel quinto anniversario della strage dei bambini di Beslan e nel primo giorno di scuola in Russia, il presidente Medvedev ha istituito un ombudsman nazionale per la tutela dei diritti dei bambini. Nell’appello alla tutela dei giovani il presidente si è rivolto in particolare ai funzionari e al clero musulmano del Caucaso affinché si impegnino a proteggere i giovani dalle influenze degli integralisti.

Medvedev ha proposto un vasto piano di interventi sociali, dal potenziamento dell’istruzione pubblica alla costruzione di impianti sportivi e canali televisivi per i giovani. E’ il segno che Mosca intende confrontarsi con la crisi del Caucaso in una prospettiva più politica che militare.

La svolta nel Caucaso può produrre effetti anche su scala nazionale, almeno negli ambiti dove la Russia è ancora lacunosa, in primo luogo i diritti umani. Il caso di Volgograd dimostra che, persino nelle regioni periferiche, la Russia è capace di produrre una società multi-etnica, tra Islam e chiesa ortodossa. E’ una sfida impegnativa perché corregge i grandi teoremi del potere russo. Ma è anche l’opportunità per recuperare consenso popolare e prestigio internazionale senza dover dipendere dalle maniere forti tipiche dell’autocrazia.
 

Commenti
Vlad
07/09/09 13:40
multietnicità
Intanto mi congratulo per l'articolo equilibrato ed obiettivo, quasi eretico per questo sito. Solo una piccola chiosa. L'Impero Russo, e poi l'Unione Sovietica, sono stati modelli di integrazione etnico-religiosa. Basti pensare che dei capi supremi dell'URSS solo il primo e l'ultimo (Lenin e Gorbaciov) sono russi, tutti gli altri appartengono a nazionalità differenti. Inoltre georgiani, ucraini, armeni ed ebrei sono stati parte della classe dirigente di Mosca fin dai tempi di Caterina II. Il fenomeno del razzismo in Russia è assolutamente recente, (ad esclusione dell'antisemitismo che ha radici antiche) ed è un lascito della crisi sociale degli anni 90. Durante il periodo sovietico centinaia di migliaia di africani, asiatici, cubani ed arabi si sono stabiliti ed integrati in Russia, spesso sposando cittadini sovietici.
Anonimo
07/09/09 22:31
sono d'accordo con il
sono d'accordo con il commento di vlad
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