Come diceva il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, la verità all’inizio è ridicola, quindi negata, e alla fine “accettata come una cosa che era ovvia a tutti fin dall’inizio”. Allora, partiamo dall’ovvio: non c’è la più piccola possibilità che il sentiero tracciato da Obama nel suo discorso del primo dicembre possa arrestare, o anche solo frenare il precipitare verso la sconfitta degli Usa in Afghanistan. Nessuna possibilità. Il presidente Obama e i suoi collaboratori hanno lavorato per tre mesi, solo per travasare il vino vecchio in botti più grandi. Quel discorso non contiene neanche una singola nuova idea, nessun nuovo approccio al problema, né offre suggerimenti per un conflitto che tutti sono d’accordo nel dire che gli Stati Uniti stanno perdendo. Al contrario, dopo 94 giorni l’amministrazione ha deliberato di “dislocare più uomini, spendere più soldi, insistere ancora”. Suonava sinistramente simile al discorso sulla “ferita sanguinosa” di Mikhail Gorbaciov, che fu il prologo a un’analoga escalation sovietica in Afghanistan, nel 1986. Però l’esperienza sovietica in Aghanistan non è il termine di paragone che generalmente si prende in considerazione parlando delle scelte di Obama. Ciò di cui si parla è invece il Vietnam. Il presidente lo sa, e parte del suo discorso è stato dedicato a confutare un tale parallelo. E’ stato uno sforzo strenuo, ma inutile. Afghanistan è il Vietnam in tutto e per tutto.
Nel suo discorso il presidente ha elencato tre motivi che renderebbero differenti le due guerre; e sono tutti completamente sbagliati. Il primo, è che la guerra viene condotta da una coalizione di 43 paesi, come se l’ampiezza di un comitato potesse magicamente determinare l’esito del conflitto (una reminiscenza della matematica bushiana sulla coalizione anti-Iraq). La verità è che, a eccezione di una manciata di nazioni, si tratta di una coalizione di pacifisti. In effetti, in Vietnam le truppe americane erano affiancate da più truppe alleate di quanto non stia accadendo oggi. Solo nove paesi sui 43 della coalizione contano più di mille soldati in Afghanistan; altri nove ne hanno dieci (esatto, non arrivano neanche alla dozzina), o meno. E anche se Australia e Nuova Zelanda hanno inviato un ristretto gruppo di reparti d’elite, solo Gran Bretagna, Canada e Francia stanno fornendo forze consistenti disposte a condurre operazioni militari convenzionali. Ciò porta il contributo militare della coalizione a circa 17 mila effettivi. Gran parte degli altri 38 “partner” hanno regole d’ingaggio tanto rigide da impedir loro di fare qualsiasi cosa che presenti un vero pericolo. Le truppe turche, ad esempio, a sentire il personale americano della zona non escono mai dalla loro base nella provincia di Wardak. Al contrario, in Vietnam c’erano sei paesi che combattevano a fianco degli Stati Uniti. Soltanto la Corea del Sud dislocava più truppe combattenti (50 mila) di quante ne abbia l’intera coalizione oggi in Afghanistan. Anche Filippine (10.500), Australia (7.600), Nuova Zelanda (500), Tailandia (circa 1.000) e Taiwan erano presenti sul campo. Citare l’ampiezza della coalizione in Aghanistan non porta acqua alle tesi di Obama.
Il presidente ha proseguito dicendo che i talebani non godono di vasta popolarità in Afghanistan, mentre i Viet Cong facevano parte di un vasto movimento indipendentista popolare che godeva dell’appoggio di gran parte dei vietnamiti. Anche questo è sbagliato. Né i Viet Cong allora, né i talebani adesso hanno mai goduto dell’appoggio di più del 15% della popolazione; è quanto afferma Daniel Ellsberg, l’alto ufficiale del Pentagono che fece coraggiosamente filtrare i documenti segreti che rivelavano il prolungato inganno dei militari nella guerra del Vietnam. L’argomento finale del presidente, quello secondo cui la guerra in Afghanistan è differente perché il Vietnam non ha mai attaccato il territorio americano, è un’esca. La storia è piena di giuste cause che hanno perduto. Suggerire che le due guerre avranno esiti differenti perché la causa americana in Afghanistan è giusta (e quindi, se ne deduce, in Vietnam non lo era) è un argomento specioso. Il corso e l’esito di una guerra sono determinati dalla strategia, non dalla giustezza di una causa e nemmeno dal coraggio dei soldati.
La verità è che l’Afghanistan sembra una replica del Vietnam. Il regime presieduto da Hamid Karzai è una cleptocrazia completamente screditata. Le forze armate nazionali afgane (ANA), messe in piedi per prendersi carico del conflitto quando la coalizione se ne andrà non sarebbero capaci nemmeno di trovare di cosa nutrirsi, meno che mai di respingere la montante marea talebana. Il centro studi americano Army Lessons Learned ha determinato statisticamente che le ANA non conteranno mai più di 100 mila effettivi, perché il 30 per cento dei suoi soldati o non rinnova l’arruolamento al termine dell’anno, o diserta. Le ANA sono sproporzionatamente di etnia tagika, l’uso di droga tra le sue fila è un problema serio, tutte le reclute sono analfabeti e, nonostante una disoccupazione del 40%, il mese scorso hanno registrato appena la metà degli arruolamenti previsti. I media americani, nella loro regressione al 1963, non fanno altro che riproporre comunicati stampa del Pentagono che gonfiano largamente la reale dimensione dell’apparato militare afgano, che conta attualmente meno di 60 mila uomini, dei quali solo 32 mila sono assegnati a reparti combattenti.
L’altra componente della strategia per affrontare i talebani, “negoziare con i moderati”, è risibile per chiunque abbia familiarità con i ribelli. I talebani sono un virus. Non c’è nessuno con cui negoziare, e, dal loro punto di vista, niente di cui trattare. Inoltre, sanno che stanno vincendo. Nel frattempo, il piano del comandante in capo, generale Stanley McChrystal, mirato a rendere sicure le aree urbane (invece delle zone rurali, cioè proprio dove la ribellione sta incacrenendo) sembra un plagio del libro mai scritto “Come perdere una guerra in Afghanistan”, firmato congiuntamente da Alessandro Magno, l’Impero britannico e l’Unione Sovietica. La cosa più importante di tutte è stata la reazione del Pakistan al discorso obamiano. Secondo quanto riferito da un alto funzionario pakistano, Islamabad ha ordinato al suo principale servizio segreto militare, l’ISI, di iniziare immediatamente la ricostruzione e il consolidamento dei legami non dichiarati con i talebani afgani, in vista di un loro eventuale ritorno al potere. Non ci sarà più una genuina collaborazione da parte di quel paese (se mai c’è stata).
E’ a causa di tutto ciò che gli Stati Uniti sono destinati a una sconfitta sicura in Afghanistan. La nuova “strategia” di Obama non è per niente una strategia. E’ un cinico e politicamente motivato rimaneggiamento della condotta adottata in Iraq: dislocare un po’ più di truppe, aggiungerci qualcosa che assomigli a forze di sicurezza locali, e andarsene via il più rapidamente possibile prima che le cose si mettano veramente male. Anche il più ottuso ascoltatore del discorso presidenziale non può aver mancato di cogliere l’ovvio legame tra la data di ritiro delle truppe combattenti dall’Iraq (2010), la data dell’inizio di una riduzione degli effettivi in Afghanistan (2011), e il ciclo elettorale americano. Così, ci troviamo di fronte a un dilemma. Obama è uno degli uomini più intelligenti ad aver mai assunto la presidenza Usa. Ma nessuna persona intelligente può mai credere che aggiungere 30 mila truppe in Afghanistan, un paese grande quattro volte il Vietnam, per un anno o due, seguendo lo stesso piano che negli scorsi otto anni ha prodotto solo fallimenti, sia cosa che possa avere un qualche impatto sull’esito del conflitto.
Una delle frasi ricorrenti sulla bocca di Sherlock Holmes, il celeberrimo investigatore creato da sir Arthur Conan Doyle, è: “Quando hai eliminato l’impossibile, quello che resta, per quanto improbabile, dev’essere la verità”. La sola conclusione cui si possa arrivare, dopo aver eliminato l’impossibile, dall’esaminare il discorso del presidente, è che l’amministrazione ha preso una decisione difficile, ma pragmatica: la guerra in Afghanistan non si può vincere, e il secondo mandato presidenziale e il progresso della sua agenda in politica interna non possono essere sacrificati a una causa persa, come fu il Vietnam per il presidente Lyndon B. Johnson. Il risultato di questo calcolo è ciò che abbiamo sentito il primo dicembre: banalità circa senso del dovere e giustezza della causa, amnesie storiche e continuazione delle stesse politiche che sin dal 2001 hanno messo gli Stati Uniti in questo guaio; politiche suggerire sempre dallo stesso gruppo di folli, che continuano a fornire pessimi consigli alla Casa Bianca.
Noi crediamo che il presidente sappia perfettamente che l’Afghanistan è in tutto e per tutto il nuovo Vietnam, sia in politica interna che – come abbiamo scritto sulla Military Review questo mese – a Kabul e sulle montagne afgane, dove bravi soldati stanno sanguinando e morendo. E sta cercando la stessa, cinica via d’uscita che Richard Nixon ed Henry Kissinger seguirono nel 1968: negoziare la migliore alternativa possibile assicurandosi contemporaneamente un “rispettabile intervallo” tra il ritiro e il crollo del governo afgano (“decent interval”: in un documento risalente al 1971 reso pubblico di recente, l’allora segretario di Stato Henry Kissinger annotava che la Casa Bianca aveva deciso di ritirare le truppe ancora dislocate in Vietnam, e di creare nel contempo le condizioni che permettessero “un salutare intervallo prima che il destino del Vietnam del Sud si compia”. L’esercito nordvietnamita entrò a Saigon quattro anni più tardi, ndt). In carica da meno di un anno, l’amministrazione Obama è già stata sedotta dalla vecchia prassi secondo cui, a volte, dev’essere fatto qualcosa di sbagliato pur di essere rieletti e realizzare un bene più grande.
Tratto da Foreign Policy
Traduzione di Enrico De Simone


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La guerra di Obama