Venerdì 10 Febbraio 2012
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La strategia del Cremlino

L'accordo sul gas rafforza la cooperazione tra Mosca e Pechino

17 Ottobre 2009
Cin cin tra i due primi ministri, Putin e Wen Jiabao.

Il 13 ottobre, nella ricorrenza del 60esimo anniversario della ripresa delle relazioni bilaterali tra Mosca e Pechino, Putin e il premier cinese Wen Jiabao hanno firmato numerosi accordi in ambito militare, commerciale e, soprattutto, energetico. La strategia russa della gestione delle proprie risorse naturali a fini politici si è così arricchita di un nuovo, importante tassello, che va ad innestarsi nella più ampia partita energetica giocata dal Cremlino per mano delle aziende di stato, Gazprom e Lukoil in testa.

A Pechino, sono stati conclusi accordi sulla reciproca notifica del lancio di missili balistici; sul miglioramento delle relazioni transfrontaliere e della fiducia reciproca; sul commercio di macchinari e prodotti elettronici; sulla costruzione di una ferrovia ad alta velocità; sulla salvaguardia di sovranità, sicurezza e integrità territoriale. Quel che ha destato maggiore interesse negli osservatori occidentali, è stato quanto deciso in ambito energetico: un accordo quadro che disciplina l’esportazione di gas dalla Russia siberiana, la costruzione di nuove gasdotti da rendersi operativi tra il 2014 e il 2015 e di una raffineria comune che dovrebbe lavorare il petrolio che, in base ad un accordo ventennale, arriverà dalla Siberia sulle coste cinesi con una nuova pipeline di 2000 chilometri. Non sono mancate poi discussioni sulla possibile cooperazione in campo nucleare.

L’intesa russo-cinese lancia un importante segnale politico, che conferma gli accordi di partenariato strategico del 1996, dimostrando che le due potenze regionali euroasiatiche riescono a gestire con successo le divergenze bilaterali, a fronte del conseguimento di superiori vantaggi comuni. Che si voglia chiamare spirito di Shanghai (ossia la buona disposizione reciproca tanto propagandata attraverso la Shanghai Cooperation Organization, della quale sono entrambe fondatrici) o mero pragmatismo, il risultato non cambia. La Russia, ricca di risorse naturali che utilizza come strumento di politica estera, e la Cina, dall’abbondante liquidità e con un’economia bisognosa di energia, si sono scoperte più complementari che rivali.

La ‘scoperta’ non è certo di questi giorni, giacché la cooperazione russo-cinese in ambito energetico è attiva da tempo. Basti pensare che l’ambizioso progetto di costruzione dell’oleodotto Eastern Siberia Pacific Ocean (ESPO), la cui operatività è prevista entro l’anno 2009, per il primo tratto, ed entro il 2013-2014 per il secondo, risale al 2002. A lavori ultimati, l’infrastruttura consisterà di un sistema di pipeline di 4700 chilometri che porterà dalla Siberia Orientale ai mercati del Pacifico di Giappone, Corea, e Cina 50 milioni di tonnellate annue di greggio, 30 dei quali si stima che andranno a beneficio solo di quest’ultimo fruitore. Sono inoltre in corso negoziati per l’esportazione in Cina di una quota dell’energia elettrica prodotta in Mongolia, sulla base di accordi con la russa Rosatom.

Dall’ottica del Cremlino, i recenti accordi russo-cinesi in ambito energetico non sono altro che uno dei risvolti della variegata ‘diplomazia energetica’ messa in atto da Mosca, con l’intenzione di utilizzare le risorse naturali come strumento di politica estera. Le ricorrenti crisi energetiche, che interessano l’Europa ad ogni inasprimento dei contrasti bilaterali tra Russia e Ucraina, ne sono una ben nota dimostrazione.

Alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento ricercata dall’Europa, il colosso energetico russo risponde con un duplice strategia, fatta di nuove pipeline (soprattutto, in risposta a Nabucco, il tentativo europeo di reagire al monopolio delle rotte) e dell’accaparramento di quote significative nelle aziende statali di altri paesi, siano essi produttori o di transito per le forniture europee.

Mosca è, infatti, promotrice di North Stream, il gasdotto che entro il 2015 dovrebbe portare il gas russo fino in Germania, passando sui fondali del Baltico, aggirando in tal modo la Polonia, con la quale ha difficili relazioni bilaterali; e dell’analogo progetto South Stream, da realizzarsi entro lo stesso anno, che dovrebbe rifornire l’Europa dalle steppe asiatiche transitando per la Turchia e non più per l’Ucraina.

Evitare il controllo della Russia sugli approvvigionamenti energetici europei diventa ancor più complicato se si considerano gli stretti rapporti che Mosca detiene con le aziende di stato dell’energia in Algeria e in Libia, insieme ai reiterati tentativi di creare un’OPEC dei produttori di gas, coinvolgendo anche Iran e Qatar, con i quali il Cremlino ha già firmato a ottobre 2008 accordi per la costituzione di un cartello di produttori. Da ultimo, va segnalato il recente tentativo di Gazprom di acquisire il controllo dei transiti di gas in Croazia e Ungheria, che rappresentano un ulteriore nodo delle rotte europee.

Con gli accordi di Pechino, quindi, la strategia russa per il controllo delle rotte energetiche si arricchisce di nuovi elementi, aggiungendo all’assertiva politica condotta nei confronti del mercato europeo anche il rafforzamento della posizione su quello asiatico, al quale si associano significativi segnali politici dei quali bisognerà senz’altro tenere conto in Occidente.

Commenti
Andrea-F
17/10/09 14:40
Se l'Europa continua a
Se l'Europa continua a vedere nella Russia uno spauracchio è ovvio che quest'ultima si rivolge ai mercati cinesi. Con grave danno per Europa e Russia stessa, più esposta al rischio geopolitico e demografico cinese.
Marcelo Lorca Torifio
19/10/09 16:46
Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene
Sarà interessante seguire da vicino gli sviluppi di questa "nuova fase di una cooperazione strategica a lungo termine", come l'ha definita il vice-premier Wang Qishan. Mentre sembrano lontanissimi i tempi delle accuse reciproche di eresia rispetto all’ideologia comunista, dopo il "telefono rosso" Mosca-Pechino, che posizione prenderanno i nostri rispetto ai programmi atomici della Corea del Nord, con il compagno Kim Jong-il? Gli ingenti interessi economici - in particolare di tipo energetico- e i flussi di capitali cinesi in Russia sembrano ormai caratterizzare quella che è qualcosa di più di una partnership privilegiata in un contesto multilaterale. Qual è, in proposito, l’opinione dell’autrice?
Marcelo Lorca Torifio
19/10/09 17:24
Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene
Sarà interessante seguire da vicino gli sviluppi di questa "nuova fase di una cooperazione strategica a lungo termine", come l'ha definita il vice-premier Wang Qishan. Mentre sembrano lontanissimi i tempi delle accuse reciproche di eresia rispetto all’ideologia comunista, dopo il "telefono rosso" Mosca-Pechino, che posizione prenderanno i nostri rispetto ai programmi atomici della Corea del Nord, con il compagno Kim Jong-il? Gli ingenti interessi economici - in particolare di tipo energetico- e i flussi di capitali cinesi in Russia sembrano ormai caratterizzare quella che è qualcosa di più di una partnership privilegiata in un contesto multilaterale. Qual è, in proposito, l’opinione dell’autrice?
Gatt1
20/10/09 14:34
e l'Iran?
il lettore Marcelo si preoccupa -e giustamente- del nucleare nordcoreano, ma c'e' un "nucleare" ancora piu' preoccupante, quello iraniano. Secondo l'Autrice come si comporteranno Russia e Cina rispetto a questa minaccia?
L. Di Placido
20/10/09 16:27
rispondo a Marcelo Lorca Torifio
È vero: i tempi del netto contrasto ideologico tra Russia e Cina sono stati ormai superati, in favore di un partenariato piuttosto promettente e reciprocamente vantaggioso. Ciononostante, non me la sentirei di trovare in tale rapporto qualcosa che vada oltre “una partnership privilegiata in un contesto multilaterale”. Una cosa è la volontà di capitalizzare al massimo sulla complementarietà di due economie vicine e di tradurre in termini cooperativi anche altri ambiti (ivi compreso quello militare), che rischierebbero di essere dannoso terreno di competizione. Un’altra è andare oltre, stabilendo rapporti che siano ben più di un più o meno duraturo matrimonio di interesse. Anche il tempo dei blocchi è finit o e con esso quello delle barricate, tanto più che entrambe le potenze regionali coltivano ambizioni globali e intrattengono fruttuose relazioni con i più vari attori internazionali nei più diversi contesti. Vendere gas e petrolio a Pechino, non tranquillizza le casse di Mosca, che comunque ha anche bisogno di mantenere proficue relazioni con l’UE e di stringere accordi con i produttori mediterranei o sudamericani o del Golfo. Allo stesso modo, la Cina ha bisogno di mantenere rapporti economico commerciali con i suoi numerosi partner nei diversi contesti del globo. A mio avviso, la varietà e l’articolazione degli interessi complessivi di ciascun Paese non permette esclusioni nette o rapporti sbilanciati. Riguardo alle ambizioni nucleari della Corea del Nord, Russia e Cina hanno più volte espresso profonda preoccupazione a riguardo, pronunciandosi anche congiuntamente in favore di una ripresa dei negoziati internazionali. Diverso è il caso del sostegno all’Iran…
Pino K.
21/10/09 06:20
!!!
Cina e Russia: attenti a quei due!!!
L.Di Placido
21/10/09 10:02
rispondo a Gatt1
Benché partner nella Shanghai Cooperation Organization –il foro regionale del quale l'Iran è osservatore- ed impegnati in ambiti cooperativi di qualche successo, sentirei di poter sostenere che la posizione di Russia e Cina nei riguardi del nucleare iraniano non può che restare di opposizione. La comparsa di un nuovo Stato con tali dotazioni determinerebbe uno squilibrio regionale difficilmente accettabile dalle due potenze, che non possono rischiare di trovarsi con un potenziale antagonista in un ambito di così elevata sensibilità. Date le attuali condizioni della cooperazione regionale, mi sembrerebbe ragionevole pensare ad un sostegno politico alla leadership iraniana, al fine di preservare l’equilibrio attuale, e, parallelamente, ad una sottile e ferma opposizione a programmi nucleari troppo ambiziosi e indisciplinati. Forse l’utilizzo di tecnologia ed esperti russi per la realizzazione degli impianti può essere letto come il tentativo di Mosca di controllare un processo ormai inevitabile.
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