Lunedì 22 Dicembre 2014
Indecisione sull'Afghanistan

Il 2009 di Obama in politica estera: bocciata la "mano tesa" verso l'Iran

2 Gennaio 2010

L'amministrazione Obama non è intervenuta finora con provvedimenti che abbiano davvero impresso un cambiamento in senso positivo al corso sfavorevole degli eventi ereditato dall'amministrazione Bush, di cui ha piuttosto proseguito le politiche adottate nella sua ultima fase. Ciò è particolarmente evidente nel campo della politica internazionale e della guerra al terrorismo.

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Alla domanda «che voto ti daresti per quest’anno?», Barack Obama ha fatto vedere di pensarci su qualche secondo prima di fornire una risposta che molto probabilmente aveva già preparato. «A good, solid b-plus», si è rivolto con tono sicuro a un’accondiscende Oprah Winfrey, nota conduttrice televisiva e utile supporter del presidente americano. «Abbiamo ereditato il più grande insieme di sfide di ogni presidenza dai tempi di Franklin Delano Roosvelt», spiega Obama, e su questo è difficile dargli torto. Ma i numerosi successi in economia e in politica internazionale vantati nel salotto della Winfrey, se e quando possono essere considerati effettivamente tali, non sembrano frutto delle svolte radicali tanto propugnate dal presidente americano in campagna elettorale. La sua amministrazione finora non è intervenuta con provvedimenti che abbiano davvero impresso un cambiamento in senso positivo al corso sfavorevole degli eventi, così da giustificare una valutazione tanto generosa del proprio operato nel suo primo anno di governo. Di fronte a una situazione di emergenza e a ristretti margini di manovra, Obama non ha potuto fare altro che dare continuità alle politiche che l’amministrazione precedente aveva avviato nella sua fase finale per far fronte alle numerosi crisi che hanno investito gli Stati Uniti, senza dubbio generate anche dagli errori dello stesso Bush.

Ciò è particolarmente evidente nel campo della politica internazionale e della guerra al terrorismo. «Siamo sulla via d’uscita dall’Iraq», ricorda in primo luogo Obama all’intervistatrice, come ad assumersene il merito quando è stato Bush a firmare nel dicembre 2008, poco prima di lasciare la Casa Bianca, lo Status of Forces Agreement (SOFA) con il governo iracheno, l’accordo che regola il ritiro graduale delle truppe americane dal paese e fissa al 31 dicembre 2011 la data entro cui il ritiro dovrà essere completato, stabilizzazione politica e sviluppo delle forze di sicurezza irachene permettendo. Pertanto, Obama, archiviate le promesse di ritiro immediato sbandierate durante la corsa alla Casa Bianca nelle vesti di antitesi di Bush, ha semplicemente dato continuità a quanto deciso dal suo predecessore a livello strategico attraverso la definizione degli aspetti operativi, compito demandato al generale Raymond Odierno, comandante della coalizione multinazionale nominato da Bush in luogo di David Petraeus passato al Central Command dopo il successo del surge iracheno. Obama ha pure confermato al Pentagono il secondo segretario alla Difesa nominato da Bush, Robert Gates. Per inciso, va osservato che anche la contestata pratica delle extraordinary renditions ha ottenuto la riconferma, mentre i cancelli di Guantanamo non sono stati ancora chiusi.

«Abbiamo approvato il miglior piano possibile», dice poi Obama riferendosi all’Afghanistan. Anche in questo caso, però, l’idea di rimodulare la strategia in Afghanistan, sulla scia del surge in Iraq, risale a Bush, il quale aveva manifestato chiaramente prima di uscire di scena l’intenzione di concentrare quella porzione di energie liberate dal teatro iracheno per sbloccare la situazione di stallo che si era venuta a creare nella stabilizzazione dell’Afghanistan. In quest’ottica s’inseriscono i circa 20 mila marines schierati in primavera su disposizione di Obama per rafforzare la sicurezza in vista delle elezioni presidenziali afghane della fine di agosto. D’altro canto, lo stesso Obama ha scommesso una fetta consistente della sua credibilità sull’esito del conflitto in Afghanistan, la «war of necessity» che a partire dalla campagna elettorale ha insistentemente contrapposto alla «war of choice» irachena voluta erroneamente da Bush. Ciononostante, per avere una nuova strategia è stato necessario attendere quasi un anno; l’annuncio della sua approvazione è stato dato dal presidente americano solo lo scorso 25 novembre, con un discorso all’accademia militare di West Point che ha chiuso mesi di polemiche sulla ritrosia del presidente a dare il via libera all’invio di altri 30 mila soldati come richiesto dal generale Stanley McChrystal, comandante della coalition of the willing di Enduring Freedom e della missione ISAF della NATO, alla luce della “densità operativa” chiaramente insufficiente rispetto alla vastità del teatro di guerra.

Secondo alcuni detrattori, l’attendismo di Obama sull’invio di rinforzi sarebbe riconducibile al timore di perdere consensi all’interno dell’opinione pubblica, sempre più insofferente verso la guerra, e del Partito Democratico, dove l’ala più liberal è in agitazione avendo puntato su Obama affinché apportasse cambiamenti radicali nella politica estera americana che facessero davvero dimenticare Bush. Stando ad altre tesi, invece, non incompatibili con la precedente, il presidente americano avrebbe atteso l’esito delle elezioni afghane per verificare quale tra i candidati sarebbe stato il suo interlocutore politico nell’implementazione della nuova strategia, e/o dell’inverno per consentire ai contingenti alleati di metabolizzare il piano elaborato da McChrystal nel periodo solitamente meno intenso delle ostilità. In ogni caso, Obama ha offerto spesso la netta impressione di voler prendere le distanze dal conflitto e dalle responsabilità che il ruolo di comandante in capo delle Forze Armate degli Stati Uniti implica inevitabilmente in sede decisionale.

 «Sono io che devo rispondere ai loro genitori se non tornano vivi dalla guerra»: dichiarazioni come questa, rilasciata il 19 settembre all’emittente televisiva NBC e riferita al dispiegamento di truppe aggiuntive in Afghanistan, unitamente ad altre dichiarazioni pubbliche che lasciano intendere la voglia di deporre le armi, non hanno certo contribuito a rinsaldare negli americani la fiducia verso le possibilità di vittoria, mentre si tratta di musica per le orecchie attente dell’indomita guerriglia. Dai segnali di debolezza provenienti dal fronte interno nemico questa trae nuova linfa che ne rafforza la convinzione di poter costringere al ritiro anche la super potenza americana dopo quella sovietica. La variabile psicologica continua quindi a giocare a favore dell’insorgenza, rendendo ancor più arduo il compito degli uomini di McChrystal, chiamati a strappare l’iniziativa, la cosiddetta “inerzia operativa”, a talebani e qaedisti, per spezzare la loro superiorità tattica e convincere finalmente la popolazione, il “centro di gravità” delle operazioni, che il suo unico e affidabile security provider è costituito dalla presenza internazionale.

Che Obama abbia poi accordato le tempistiche della nuova strategia alla sua agenda politica è difficilmente smentibile. La data indicata per l’inizio del ritiro graduale dei soldati dall’Afghanistan è luglio 2011, in vista della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del novembre 2012 che Obama sembra voler vincere facendo leva anche sulla chiusura definitiva del capitolo iracheno e sull’inizio della fine in Afghanistan. Benché dal punto di vista della Casa Bianca ne abbia tutta l’aria, è tuttavia inesatto parlare di exit strategy, come peraltro Obama ha inopinatamente fatto in passato. La parola chiave della nuova strategia in ambito NATO è transition: l’obiettivo è portare a compimento il passaggio della leadership e della ownership alle autorità afghane nel mantenimento della sicurezza, così da poter procedere al ritiro delle truppe sul modello iracheno; a ciò saranno indispensabili il consolidamento di un modello di governance afghano in grado di garantire la stabilità politica e lo sviluppo socio-economico del paese nella direzione di una diffusa modernizzazione.  

Ma le condizioni sul terreno non autorizzano all’ottimismo. L’arretratezza delle capacità delle forze di polizia e di sicurezza locali fa sì che queste siano ancora fortemente dipendenti dall’assistenza degli alleati nello svolgimento delle proprie funzioni, mentre l’ingovernabilità della situazione politica interna complica oltremodo il processo di stabilizzazione e institution building. A ben rappresentare tale situazione è la figura del presidente Hamid Karzai, riconfermato nel suo incarico malgrado lo scandalo dei brogli elettorali e il bailamme che ne è conseguito. Per quanti progressi si possano compiere rapidamente nell’addestramento dell’esercito e dei poliziotti afghani, e nella costruzione di un tessuto socio-politico che permetta il consolidamento delle istituzioni dello stato centrale, in Afghanistan l’impegno degli Stati Uniti e degli alleati della NATO resta di lungo periodo, tenuto conto altresì dell’incidenza negativa delle vicende del vicino Pakistan. All’orizzonte non si vedono neppure lontanamente scadenze temporali e Gates, realisticamente, ha tenuto a precisare che se pure a luglio 2011 potrà iniziare il ritiro insieme al trasferimento della responsabilità della sicurezza alle forze locali, secondo i desideri del presidente, la velocità del processo dipenderà «dalle condizioni sul terreno. Manterremo lì un numero significativo di forze per un considerevole lasso di tempo dopo quella data».

«In Afghanistan there is an endstate, but not an end date», puntualizzano alla NATO, sebbene la definizione di una data precisa in cui valutare i risultati ottenuti dall’implementazione della nuova strategia «può servire a trasmettere un senso di urgenza alle autorità locali affinché moltiplichino gli sforzi per realizzare pienamente la transizione». Il principale destinatario di questo senso di urgenza non può che essere il presidente Karzai, atteso alla prova dei fatti dopo un primo mandato che ha deluso le attese al punto che la campagna di delegittimazione internazionale che lo ha investito in corrispondenza della passata vicenda elettorale è interpretabile come un segnale di avvertimento nei suoi confronti. Karzai non gode più della fiducia incondizionata degli alleati e senza il loro sostegno difficilmente potrà portare a termine il secondo mandato. Per questa ragione, dovrà ottenere risultati concreti sia sul versante della lotta alla corruzione, per minimizzarne l’incidenza negativa sul processo di institution building e sulla ricostruzione, che sul versante della stabilizzazione politica.

A tal proposito, riconciliazione e reintegrazione sono tra le priorità del presidente afghano. Se lo scopo più volte indicato da Obama e Gates è smantellare e distruggere al Qaeda e i suoi alleati nella regione, convincere gli insorgenti non ideologizzati e i cosiddetti governatori ombra a riconnettersi al tessuto sociale e politico, nonché le componenti più imbevute di fondamentalismo islamico a deporre le armi, è un elemento centrale della nuova strategia. Anche in questa circostanza, però, non siamo di fronte a una novità introdotta dall’amministrazione Obama. Il dialogo con i talebani “moderati”, e il ridimensionamento degli obiettivi strategico-militari e strategico-politici che esso implica rispetto a quelli che gli Stati Uniti si erano prefissati all’indomani dell’11 settembre, è stato l’ultimo Bush a intentarlo con la sponda di Karzai e la mediazione dell’Arabia Saudita.

Capitolo Iran. “Abbiamo raggiunto il consenso internazionale sulla necessità che Iran e Corea del Nord disabilitino (disable) le loro armi nucleari”, afferma Obama con soddisfazione, dando per scontato il possesso di ordigni atomici da parte del regime di Teheran, oltre che di Pyongyang. Voci tuttora contrastanti si rincorrono sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano; a quanti ritengono che la Repubblica islamica già disponga delle capacità di fabbricare una o più testate nucleari, fanno da contraltare coloro che invece stimano le capacità iraniane ancora più o meno lontane dall’obiettivo. Ad ogni modo, questa dichiarazione di Obama va categoricamente a smentire quanto accertato dal National Intelligence Estimate (NIE) del 2007, e cioè che Teheran avrebbe arrestato gli aspetti militari del suo programma nucleare nel 2003. Si tratta di un grosso punto a favore di Bush, dal momento che il NIE è stato utilizzato come arma di propaganda contro la sua amministrazione, pesantemente criticata dagli oppositori interni e internazionali per aver preferito la strada della contrapposizione con l’Iran, iscrivendolo nell’Asse del Male, a quella del dialogo diretto alla ricerca di un accomodamento generale sull’ampio spettro delle questioni pendenti, dall’Afghanistan all’Iraq, dal conflitto israelo-palestinese al nucleare.

Tra i fautori del grand bargain con il regime khomeinista troviamo proprio Obama. Inaugurando la diplomazia della “mano tesa”, il presidente americano ha lanciato a Teheran delle aperture senza precedenti, nella convinzione che bastassero le sue lusinghe a ridurre la leadership iraniana a più miti consigli. Il tentativo di dialogo si è però risolto, com’era prevedibile, in un buco nell’acqua. Così, per cominciare a ritagliarsi maggiori spazi di manovra in vista di una possibile escalation con Teheran, Obama ha smesso di dubitare sullo stato dell’arte del programma nucleare militare iraniano, dando persino già per acquisita la bomba atomica. Una simile affermazione a Bush sarebbe certamente costata l’accusa di voler creare ad hoc un nuovo casus belli per giustificare l’uso della forza contro la Repubblica islamica, riproponendo uno schema simile a quello alquanto discutibile che aveva condotto all’intervento militare contro il regime di Saddam Hussein in Iraq.   

In realtà, al di là della retorica e dei toni molto concilianti, con l’elezione di Obama neppure sul dossier iraniano la linea politica e diplomatica di Washington ha subito inversioni sostanziali rispetto all’era targata George W. Bush. Come sull’Iraq e sull’Afghanistan, Obama ha sviluppato le iniziative già avviate dal suo impopolare predecessore. Dopo trenta anni di gelo diplomatico, era stata infatti l’amministrazione Bush, a torto o a ragione, a riaprire con gradualità il dialogo formale con la Repubblica islamica sia sulla stabilizzazione irachena che sulla questione nucleare. Rappresentanti degli Stati Uniti avevano partecipato in qualità di osservatori ai colloqui promossi dal gruppo dei “5+1”, comprendente i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania, incaricato di negoziare con Teheran sul suo sospetto programma nucleare. Bush aveva condizionato il pieno coinvolgimento americano nelle trattative alla sospensione dell’arricchimento dell’uranio da parte iraniana, che non è mai avvenuta. Obama ha fatto cadere quest’ultima barriera all’engagement diretto della Repubblica islamica sul dossier nucleare, alla ricerca di quella soluzione diplomatica che lo stesso Bush aveva più volte confermato essere l’obiettivo degli Stati Uniti.

In aggiunta, pur non menzionandola pubblicamente per distinguersi dal “guerrafondaio” Bush e lanciando moniti a mezzo stampa nei confronti d’Israele affinché non ricorra all’uso della forza, Obama ha mantenuto sul tavolo l’opzione militare contro le installazioni nucleari iraniane. Sulle orme di Bush, Obama ha pure agitato la minaccia di un irrigidimento delle sanzioni, in particolare nel settore energetico, dovesse il regime khomeinista continuare a percorrere la strada della non cooperazione. Lo stesso vale per i risultati: ad oggi quelli ottenuti finora da Obama sono deludenti come lo sono stati quelli di Bush. I negoziati tra il “5+1” e Teheran, ripresi ad ottobre, si sono rivelati inutili al pari dei tentativi portati avanti in precedenza dalla trojka europea e dallo stesso “5+1”. L’ennesimo ultimatum (non ultimativo) per accettare la recente proposta sull’arricchimento dell’uranio scadrà il 31 dicembre ed è assai improbabile che la Repubblica islamica si convinca ad accettare, dopo mesi di marce avanti e indietro, ripensamenti e controfferte, nel suo consueto stile negoziale. Teheran non intende infatti rinunciare alla piena autonomia nella realizzazione del ciclo nucleare, pur continuando a non fare nulla per rassicurare la comunità internazionale sulle sue intenzioni.

Nondimeno, nella Repubblica islamica non vi sarebbero comunque le condizioni politiche interne per addivenire a un accordo sul nucleare. Il moto popolare scoppiato in seguito alla contestata riconferma alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad alle elezioni di giugno, sta assumendo sempre più le sembianze di una rivoluzione antiregime strisciante contro cui pasdaran e basiji usano il pugno di ferro in esecuzione delle direttive della guida suprema, Ali Khamenei, che ha pubblicamente ordinato l’eliminazione dell’opposizione. Le manifestazioni di protesta si svolgono con cadenza quasi quotidiana, animate soprattutto dalla componente giovanile della popolazione, quell’Onda Verde che ad ogni occasione – che sia la morte dell’ayatollah Montazeri o la ricorrenza religiosa sciita della Ashura – scende in piazza per contestare il regime. Il bollettino della repressione riporta un numero crescente di arresti (anche di personalità di spicco), morti e feriti, mentre si riducono gli spazi per l’attività politica dei “nemici della rivoluzione” a causa dell’intervento coercitivo delle bande armate del regime.

Per i piani di Obama, lo scoppio dell’Onda Verde potrebbe essere stata una sciagura, poiché ha destabilizzato e tolto autorevolezza alla leadership ufficiale iraniana con cui il presidente americano intendeva negoziare. Nella speranza di realizzare il tanto agognato grand bargain, Obama ha scelto di non schierarsi apertamente dalla parte della contestazione per non rendere ancor più ostile il suo presunto interlocutore ed essere accusato di voler favorire un cambio di regime in Iran alla stregua di Bush. Ma le accuse di ingerenza negli affari interni iraniani e di sobillare la rivolta da Teheran sono piovute ugualmente sugli Stati Uniti, oltre che su Gran Bretagna e Francia, benché Obama si sia limitato a sporadiche dichiarazioni di preoccupazione o al massimo di “diplomatico” biasimo per la repressione dei manifestanti, evitando di mettere in discussione la Repubblica islamica nella sua legittimità ed esistenza. Il presidente americano forse sperava che l’Onda Verde potesse presto lasciare spazio alla bassa marea, ma anche il prosieguo degli eventi non ha giocato a suo favore.

La “mano tesa” di Obama si è così trasformata in una “neutralità” benefica che ben si combina con il dichiarato sostegno politico, militare ed economico di Russia e Cina al regime khomeinista. Più che di consenso internazionale contro una bomba nucleare iraniana, sembra il caso di parlare di consenso internazionale a sostegno della teocrazia islamica di Teheran. Va osservato, oltretutto, che nessun consenso internazionale contro il nucleare militare iraniano è mai stato raggiunto, contrariamente a quanto affermato da Obama ai numerosi telespettatori del talk show di Oprah Winfrey. Mosca e Pechino non guardano infatti all’eventualità di un Iran potenza nucleare con gli stessi occhi preoccupati dell’Occidente e d’Israele, e restano contrarie nei fatti alle sanzioni energetiche. Il “reset button” nelle relazioni con Mosca, e la conseguente sospensione dello schieramento del sistema di difesa missilistica in Europa centro-orientale, sono valsi finora soltanto qualche dichiarazione possibilista da parte russa, più o meno vaga a seconda della circostanza, circa l’adozione di sanzioni sulle importazioni iraniane di carburante. D’altro canto, sull’argomento pare che Pechino non abbia bisogno di simulare alcuna accondiscendenza.

Ma in materia di sanzioni, è stata infine la stessa amministrazione Obama a fare un passo indietro. Di fronte alla mancata cooperazione di Teheran, robuste misure punitive sarebbero dovute scattare contro la Repubblica islamica come paventato sia dalla Casa Bianca che dal Dipartimento di Stato con il segretario Hillary Clinton. Ecco allora intervenire puntualmente il Congresso a sostegno della posizione ufficiale del governo americano. Fallito il tentativo di portare Russia e Cina dalla propria parte, il 14 dicembre la Camera dei Rappresentanti ha approvato un provvedimento a favore di una nuova tornata di sanzioni unilaterali, volte a impedire l’accesso al mercato americano alle compagnie in affari con Teheran nel settore energetico. Tuttavia, l’amministrazione si è espressa in senso contrario al provvedimento. «Sono preoccupato che questa legge […] possa indebolire anziché rafforzare l’unità internazionale e il supporto ai nostri sforzi», ha fatto sapere il vice segretario di Stato, James Steinberg, al senatore John Kerry, per invitarlo a procrastinare la discussione in Senato del documento votato alla Camera. Un segnale preoccupante questo, rivelatore della perdita di assertività della politica estera americana, che è cominciata in corrispondenza del “calar” dell’amministrazione Bush e ha trovato in Obama e nel suo entourage l’interprete ideale.

Sull’Iran, Washington sembra aver subordinato la propria capacità d’iniziativa al benestare di Russia e Cina, mentre continua a fare concessioni al regime khomeinista malgrado ogni evidenza indichi la necessità di una condotta più decisa: solo negli ultimi mesi sono venuti alla luce altri siti nucleari segreti iraniani, migliaia di nuove centrifughe sono state messe in funzione, centrifughe di nuova generazione verranno attivare entro il marzo 2011, il programma missilistico procede speditamente (con missili anche di lunga gittata, dotati di tecnologia sempre più avanzata e potenziali vettori di testate nucleari) ed è ripresa attivamente la destabilizzazione dei paesi del Golfo, in particolare di Yemen e Iraq (la breve occupazione di un pozzo petrolifero al confine iracheno ad opera di truppe iraniane è un avvertimento che gli Stati Uniti farebbero bene a non sottovalutare). È questo appeasement senza limiti di Obama verso Teheran a rappresentare l’unico, vero ma fatale cambiamento rispetto a Bush.

Tuttavia, il montare delle contestazioni in tutta la Repubblica islamica, sulla spinta emozionale impressa dalla morte dell’ayatollah Montazeri (divenuto la più autorevole voce critica del regime dopo esserne stato tra i principali artefici al fianco di Khomeini), l’inasprimento della repressione e l’aumento delle vittime hanno recentemente costretto la Casa Bianca ad un’evidente presa di distanza dal regime khomeinista. Il 28 dicembre, Obama ha duramente condannato «la decisione dei leader iraniani di governare attraverso la paura e la tirannia», invocando «l’immediato rilascio di coloro che sono stati ingiustamente detenuti» e dimostrandosi fiducioso «che la storia starà dalla parte di quelli che cercano giustizia». Un salto di qualità a livello retorico che potrebbe presupporre a un cambio di linea sulla questione iraniana, imposto dalla realtà dei fatti più che dalla volontà presidenziale. Con un novero di opzioni estremamente limitato a disposizione, e il tempo che non gioca certo a suo favore, Obama ha forse compreso che l’alleato giusto per venire finalmente a capo dell’enorme minaccia rappresentata dal regime khomeinista è il popolo iraniano in rivolta.

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n° 141 del 5 Aprile 2007.