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I limiti della classe dirigente palestinese

Abu Mazen dice no a Israele ma è un copione già scritto (da Obama)

14 Luglio 2009
Il presidente palestinese Abu Mazen e Barack Obama

Non si può dire che Netanyahu non ci stia provando. Ma visti i risultati si accorgerà che è inutile insistere. Ci sta provando a fare la pace con i palestinesi, naturalmente. “Non c’è alcun motivo – ha detto – per cui il presidente Abu Mazen ed io non dovremmo incontrarci immediatamente, ovunque, nel Paese, per parlare di pace”.

Il mese scorso, nel suo discorso al Begin-Sadat Center, era stato anche più chiaro. Lo Stato palestinese si farà. A certe condizioni (qualcuno dice eccessive, come disarmare i palestinesi). Ma si farà.

D’altra parte che altro poteva fare Netanyahu? Con il suo discorso al Cairo, tutto inclinato su quello che Israele deve offrire e i palestinesi devono ricevere, Obama aveva già fatto capire al suo alleato (ma anche al dipartimento di stato, ai funzionari e ai diplomatici americani), che lo stato palestinese si farà.

Un paio di giorni fa è intervenuto anche “il ministro degli esteri” dell’Unione Europea, Solana: “Se le parti non sono in grado di mettersi d’accorso, allora la comunità internazionale dovrà mettere una proposta sul tavolo”. La proposta è che il Consiglio di Sicurezza proclami “la adozione della soluzione 2 popoli 2 stati e accetti lo stato di Palestina tra i Paesi membri delle Nazioni Unite”.

Solana e gli europei  la pensano come Obama. I palestinesi dovranno impegnarsi a non minacciare la sicurezza di Israele. A tutto il resto provvederà Israele: dare lavoro, ricostruire l'economia, accogliere i rifugiati, “congelare” gli insediamenti dei coloni (un verbo che avrebbe fatto rabbrividire la Arendt).

Il capo negoziatore palestinese Erekat ha commentato: “Non abbiamo nulla da obiettare. E’ il momento che la comunità internazionale faccia qualcosa per fermare la minaccia israeliana”.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha fatto di meglio. Ha rifiutato l’invito di Netanyahu, spiegando che i palestinesi non siederanno al tavolo delle trattative fino a quando “l’espansione delle colonie” nella West Bank non sarà bloccata del tutto. In un’intervista al giornale egiziano Oktober, Abu Mazen ha chiesto anche che Israele conceda ai palestinesi “la contiguità territoriale tra la Cisgiordania e Gaza”.

E’ lo stesso Abbas a cui Ehud Olmert offrì il 93,5 per cento della West Bank, e che rifiutò. Abu Mazen viene della scuola “diplomatica” di Arafat che a suo tempo fece fallire i negoziati di Clinton (e molti altri), dopo che il presidente americano aveva spinto l’alleato Barak a sottoscriverli. In quel caso Israele era pronta a cedere tutta Gaza (come ha fatto Sharon) e il 97 per cento della West Bank.

I palestinesi vogliono il 100 per cento della loro terra. La loro storia è una lunga serie di rifiuti, a partire dal piano delle Nazioni Unite del ’47. Si sono sempre opposti all’esistenza di due stati che potessero vivere uno accanto all’altro. Ancora oggi, Hamas getterebbe volentieri a mare gli israeliani.

L’intransigenza di Abbas è anche dettata da esigenze di politica interna. L’anno prossimo in Cisgiordania e a Gaza si vota, e Fatah mira a rafforzarsi ai danni di Hamas, sullo sfondo dei negoziati inter-palestinesi del Cairo. I sondaggi (nella West Bank) danno il partito del presidente favorito. Abu Mazen è in cerca di consenso, non solo tra i "moderati".

Il presidente palestinese, in ogni caso, non sta facendo altro che seguire la linea dettata dal presidente Obama: la soluzione 2 popoli 2 stati e il congelamento degli insediamenti israeliani. Ed è qui che i nodi tornano al pettine. Al discorso del Cairo. Alla “pace” tra America e Islam, che passa principalmente dalla soluzione del conflitto palestinese.

E’ stato Obama a legittimare la “diplomazia della forza” palestinese, spiegando che – se gli Usa e Israele sono davvero amici, e se tra loro si comportano in modo “onesto” – gli insediamenti ebraici tra il Giordano e il Mediterraneo non possono rientrare nello stato di Israele, perché lo dice la comunità internazionale.

“Il presidente – scrive John Podhoretz su Commentary – ha informato i suoi amici (israeliani, ndr) che su quegli acri di terra sono stati costruiti impropriamente ed illegalmente degli insediamenti, e che la loro presenza mette in pericolo la creazione dello stato palestinese, che Obama ritiene una necessità politica e morale”. Israele credeva di avere un amico "onesto".

Commenti
marco
20/07/09 13:49
I palestinesi hanno
I palestinesi hanno ricevuto,nel corso degli anni,montagne di denaro.Servito ad impinguare i conti della nomenklatura,il voto di scambio,l'acquisto di armi per le azioni terroristiche.Ora Israele dovrebbe,Obama e Solana impongono,:dare lavoro,(ai cittadini di un altro stato),ricostruire l'economia,(di un altro stato)e,ciliegina sulla torta,accogliere i rifugiati.Cioè suicidarsi.Con questo Obama e "europa" hanno toccato il fondo.Per la verità, l'eurabia lo ha toccato da tempo.
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