Era il 1890 quando Maupassant, nel suo La vie errante, ritrasse Tunisi come una città perfettamente tripartita – araba, francese ed ebraica. A predominare sembravano però essere gli ebrei, grazie a quella vitalità di chi nella città tunisina poteva davvero sentirsi a casa come in pochi altri luoghi del mondo. La capitale della Tunisia faceva parte di una costellazione di città-mosaico mediterranee in cui da secoli coesistevano lingue, culture, tradizioni e religioni diverse. Se gli ebrei erano di casa ad Orano come a Salonicco, a Tangeri come a Bengasi, altre città, da Alessandria ad Istanbul, da Aleppo a Smirne ospitavano un incredibile crogiuolo di popoli e credi.
Gli ortodossi coesistevano coi cattolici e i copti e gli armeni pregavano affianco ad ebrei e musulmani. Comunità greche e turche sembravano integrarsi con quelle israelite ed arabe mentre il più recente apporto di francesi, inglesi e italiani aveva garantito un tocco europeo a luoghi inesorabilmente esotici. Questo secolare melting-pot si dissolse nel giro di qualche decennio, dapprima travolto dalla violenza della Shoah, seguita poi dalla cieca affermazione del nazionalismo arabo e dal dilagare del conflitto israelo-palestinese il cui triste corollario è stato la sparizione di antichissime comunità ebraiche, da Fes a Gerba, da Algeri a Damasco che non hanno potuto reggere il peso della furia omologatrice. Ultima testimonianza oggi di quello storico cosmopolitismo è probabilmente il Libano che, tuttavia, ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane la possibilità di far coesistere tra loro genti e fedi diverse.
Uno straordinario romanzo, Ultima notte ad Alessandria di André Aciman, pubblicato nel 2009 da Guanda (euro 17, pp. 335) ma apparso negli Stati Uniti già nel 1995, racconta le atmosfere, i sapori, le vite di quella esemplare città-mosaico che fu Alessandria fino al tremendo epilogo che portò all'eclissi di una floridissima stagione storica. Aciman, docente di Letterature comparate alla City University di New York, non ha fatto altro che attingere alla sua memoria e ai ricordi della sua grande famiglia sefardita: nato nella città egiziana nel 1951, fu costretto ad abbandonarla precipitosamente nel 1965 a soli 14 anni. Sono gli stessi Aciman a rispecchiare l'intreccio di culture e tradizioni tipicamente alessandrino: trasferitisi da Costantinopoli alla metropoli egiziana nei primi decenni del Novecento, italiani per passaporto, imparentati con ebrei orientali e tedeschi, a casa parlavano comunemente ebraico, arabo, ladino (il dialetto degli ebrei di origine iberica), italiano, francese e una manciata di altri idiomi. Seppur immersi nell'Oriente, si percepivano europei, non senza uno snobistico distacco dal loro mondo: memorabile, ad esempio, l'avventurosa vicenda dello zio Vili, cresciuto ad Istanbul e Alessandria, arruolato sotto le file dell'esercito italiano durante la Grande Guerra, fieramente sabaudista, concluse i suoi giorni in Inghilterra ad allevare cavalli come un vero gentleman.
La città egiziana non faceva altro che riflettere e moltiplicare il cosmopolitismo di questi percorsi familiari: l'élite levantina ed egiziana andava a scuola al Victoria College o al Lycée Francais. Si passeggiava lungo la Corniche degustando dolciumi greci e arabi e chiacchierando in francese o in inglese, in turco o in ebraico. Questo complicatissimo pot-pourri linguistico si rispecchiava tanto nei luoghi di Alessandria, dallo Sporting al Camp de César, da Bulkley a Glymenopoulus così come nei cognomi degli amici di famiglia: Molkho, Rosenthal, Dall'Abaco, Lombroso, Arditi, Arnold, Montefeltro. La guerra del 1956 che vide fronteggiarsi da una parte l'Egitto e dall'altra Israele con Francia e Gran Bretagna e, poi, la propaganda del nazionalismo panarabo fecero di ogni straniero in città un potenziale sospetto, un nemico da marginalizzare e poi espellere. In molti furono costretti ad abbandonare le rive del Mediterraneo già nel 1956; chi riusciva a restare, come André e i suoi genitori, sapeva che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Il fatidico giorno non colse di sorpresa gli Aciman: dapprima vennero nazionalizzati tutti i loro beni; successivamente, il foglio di espulsione garantì una sola settimana per chiudere definitivamente una vita e immaginarne una nuova.
Il romanzo di Aciman non è però soltanto il ritratto di un esodo, come molti altri ce ne sono stati nel lunghissimo Novecento; è semmai l'omaggio ad un luogo ormai scomparso in cui si intersecano i ricordi di un'infanzia felice e i destini di vite disperse dalla muta applicazione dei dettami nazionalistici. Il tutto narrato con un linguaggio sinuoso ed elegante e attraverso evocative descrizioni proustiane che, per fortuna!, rispetto a quelle dello scrittore francese guadagnano in semplicità.


anche Spalato era così
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