Finalmente. Ci avevano raccontato la favola della “fine delle ideologie”, anzi, con ancor più enfasi, di sapore spengleriano, ci avevano descritto minuziosamente la saga del “tramonto delle ideologie”, con tanto di cartello “Off limits”. Tutto celebrato con il fasto dei grandi trionfi e con bulimia retorica.
La sinistra che Tremonti definisce “mercatista”, quella “post-comunista”, ha partecipato con grande ardore a questo spettacolo postmoderno e ci ha insegnato che essa, sì, aveva sempre sbagliato, praticamente su tutto, dal trionfo del “bel sol dell’avvenire” al compromesso storico, ma oggi era in grado di salire in cattedra per raccontare al mondo la Verità: il marxismo non è mai morto. Esso vive ancora. Ha preso l’accento della City di Londra, soprattutto dopo l’exploit mercatista della “merchant bank a Palazzo Chigi”, opera del grande post-comunista D’Alema, e oggi è in grado di rivisitare l’intero percorso del liberismo. Dello striminzito liberismo destrorso. Perché il liberismo è di sinistra.
Dunque, loro, pur avendo perso, hanno oggi ragione, perché il liberismo che la globalizzazione pretende di imporre a tutti, senza più nessuna distinzione (egualitarismo? O livellamento antropologico?), è già qui in mezzo a noi: sono “loro” i liberisti. E sono liberisti perché globalizzati, punto primo, e hanno ragione perché “di sinistra”, punto secondo, prego prendere nota minuziosamente.
Ricolfi ha scritto un bel libro su questo schematismo ideologico, appunto: ideologico, della sinistra, secondo il quale essa ha oggi sempre ragione, anche quando, ieri, aveva palesemente torto. Le cose funzionano nel mondo della dialettica hegelo-marxista. Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che ammazzi i topi: Lenin docet, ieri come oggi. Sempre.
Ergo, questi esimi e colti neo-liberisti di sinistra sono anche oggi leninisti e se ne vantano. E perché se ne vantano? Semplice: perché, a destra, nessuno osa dichiarare guerra al trionfo di questo mefitico nichilismo che, in molti, in troppi, hanno definito ad abundantiam “tramonto delle ideologie”.
L’alibi per non pensare più la politica, perché, si sa, se aspiri ad un progetto politico, come minimo sei un costruttivista, ed Hayek, il principe del liberalismo, ti darà bacchettate dall’oltretomba finché la mano destra, quella sbagliata, non ti cadrà di netto. E rimarrà soltanto la sinistra. Che ieri era la mano maledetta. Parola di Cacciari. Lo scrisse in un volume dei primi anni Ottanta del secolo ormai alle nostre spalle, il “secolo breve”, in realtà lunghissimo, con varie protesi nel presente, un saggio collettaneo dedicato al tema dei temi: cos’è la sinistra? E il dòtto sindaco di Venezia si sbilanciò non poco su codesto ammennicolo ideologico, fino a screditare la sinistra perché sinisteritas è alterazione della retta via e, dunque, avversione agli schemi. Ma, alla fine, oplà!, redenzione in zona Cesarini: la sovversione degli schemi e, in fondo, la pelle rivoluzionaria della sinistra, così “sinistra” (da far paura anche a se stessa), è maledettamente bella e sempre attuale, non finisce mai come l’amore eterno degli stilnovisti. Questi uomini maledettamente “di sinistra” sono certamente “sinistri” (cioè, da evitare), ma insieme, come negarlo?, affascinanti, come Lenin e, in fondo, Pol Pot. Dunque, la sinistra è certamente sinisteritas, ma è per questo anche eternità pura, ideologia che non tramonta e può legittimamente, essa soltanto s’intende, assumere nuovi volti, prendere nuove pose, attingere a nuovi pozzi, andrà sempre bene. Perché di sinistra si muore per poi, come l’Araba Fenice, rinascere. Infatti Cacciari, in un’intervista sbalorditiva, ha dichiarato, senza colpo ferire: io ormai sono così liberale che proprio non riesco a concepire tutte queste pregiudiziali politicistiche e statalistiche. Liberal-liberista “ma anche” leninista: Veltroni aveva già capito tutto. Le fonti sono le fonti e chi ha studiato sa dove andare a pescare il metodo e i contenuti. Conclusione: i mercatisti-liberisti di oggi sono i leninisti non di ieri, ma di oggi, perché, proprio perché leninisti, si dichiarano oggi liberisti. Ecco perché Tremonti li bolla come “mercatisti”. Per la stessa ragione per la quale, ieri, erano materialisti storici.
Ebbene, tutte queste cose i liberisti proprio non le intendono. Un limite gigantesco che, per paura di travalicare la linea Maginot della resistenza al “colbertismo”, “neocolbertismo” e affini - che poi, per loro, è la bestia infernale di sempre: il protezionismo – non prendono nella dovuta considerazione. Rifiutandosi di conoscere la realtà per quella che è, diventano ideologi di qualcosa a cui non sanno neanche dare un nome.
Esempio prezioso: il caso Alitalia. E’ del tutto evidente che Air France non stia facendo un’operazione di mercato, ma un saccheggio manu militari con tanto di leva pubblica, transalpina, dunque di origine ENA, Ecole Nazionale de Administration, dunque roba forte, che fa male. Siamo nel pieno del colbertismo, neanche troppo riveduto e corretto: uno Stato, quello francese, che per ora non si pronuncia, ma ha mandato avanti Spinetta a fare le sue veci, che impone ad un altro Stato, azionista di maggioranza della sua compagnia di bandiera, di non usare i diritti aeroportuali, che prevedono accordi con Paesi comunitari ed extracomunitari (dunque, viene fuori anche una questione in punta di diritto internazionale), autoescludendosi, così, dal mercato e dal consesso internazionale.
In sostanza, autocertificandosi colonia o protettorato francese e drop out rispetto a tutto il resto del mondo. Una follia che soltanto un punto di vista ideologico, come quello dei liberisti nostrani, potrebbe considerare a prova di mercato. E questa è soltanto una delle clausole dell’accordo con Air France. Dunque, Berlusconi non ha soltanto difeso la cosiddetta “italianità”, ma ha difeso le regole del mercato e del diritto internazionale. Ciò risulta anche per quel che riguarda la difesa dei legittimi diritti sul patrimonio dell’Alitalia, che il governo deve vantare. Secondo Spinetta, esautorare il governo da questi diritti equivarrebbe a “salvare” l’Alitalia dal fallimento.
Certo, mandando a fondo le sostanze patrimoniali della nostra compagnia di bandiera, con la benedizione di chi dovrebbe vantare diritti di tutela nei loro confronti. Una follia iper-statalista e iper-colbertista. Si impedisce agli italiani di fare concorrenza in Europa nei trasporti aerei, con ciò blindando, di fatto, il mercato, non aprendolo, come vorrebbe la regola aurea del liberismo. Bene, tutto ciò è evidente, ma, per capirlo e rovesciarne i presupposti, all’apparenza “liberisti” e “mercatisti” (il che non è un bel complimento), ci vorrebbe più l’umiltà dell’osservatore ragionevole che il piglio arrogante dell’ideologo.
Per quest’ultimo, se la realtà smentisce la sua tesi, peggio per la realtà. Per chi, invece, osserva la realtà e prende atto dei fatti registrabili, facendo poi, alla fine, un’analisi circostanziata, vale la regola, anch’essa aurea, del matematico Alexis Carrel: "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.


belle parole
Ali italiane...
Risposta dell'autore a Daniele