L’Italia soffre di un male interiore. Soffre di estremo vittimismo, un sentimento che si è fatto strada come un cancro nelle menti dei suoi cittadini. Arrivando anche alla classe dirigente del paese, il vittimismo sta mettendo in ginocchio anche il nostro sistema economico.
Il caso Alitalia ed il neo-protezionismo paventato dall’ultimo libro di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, sembrano distanti anni luce, ma in comune hanno il sentimento di cui sopra. Si pensi alla compagnia aerea nazionale. Un tempo, nemmeno troppo remoto, era all’eccellenza della tecnica e del valore aggiunto di un’azione quasi quotidiana come un volo in aeroplano. La nostra livrea era simbolo di qualità, di cortesia e di affidabilità. In meno di 15 anni e dopo 15 miliardi di euro bruciati come fossero bruscolini, dopo gestioni economiche scellerate, dopo innumerevoli querelle sull’Italianità, siamo arrivati alla stretta finale (forse…), dimenticando una delle regole principali dell’economia, quella del rapporto costi-ricavi.
Sembra incredibile che fior fiore di manager, impegnati con i più complicati indicatori di bilancio, si siano dimenticati, in tutti questi anni, quello più semplice. Se i costi sono superiori ai ricavi, l’impresa non può continuare sulla strada intrapresa. Un esempio per tutti, gli stipendi del top management. Di pochi giorni fa la notizia che Ryanair, il principale vettore low cost, ha congelato tutti gli emolumenti dei suoi amministratori, dal Ceo in giù, per far fronte ad un aumento dei costi che rischiava di essere dannoso per il futuro della compagnia.
Lo stesso Jean-Cyril Spinetta, numero uno di Air France-Klm, guadagnava circa sei volte meno di Giancarlo Cimoli, ex presidente di Alitalia. In quest’ottica, puramente gestionale, si possono capire alcuni motivi per cui l’unica soluzione possibile per la società della Magliana sia quella di passare attraverso i faldoni del Tribunale Fallimentare. Anche perché i termini si stanno avvicinando notevolmente. Nonostante le smentite da parte di alcuni esponenti del Governo Prodi, la liquidità di cassa di Alitalia non può durare in eterno, ma nemmeno per il 2008. 180 milioni di euro, questa è verosimilmente la cifra relativa al cash flow, utile solo per sopravvivere fino a giugno.
Ma ora entrano in gioco l’Italianità ed il vittimismo relativo. Come? Semplice. Nel nostro paese sono i sentimenti, il cuore, a farla da padrona contro la razionalità dei dati di bilancio. Si pensi al caso Pan American World Airlines, un tempo la più grande compagnia aerea esistente. Il suo fallimento è stato decretato l’8 gennaio 1991, dopo oltre 50 anni di storia dell’aviazione e decenni di cattiva gestione aziendale. Dalle sue ceneri si è rafforzata Delta Airlines, Casualmente, Pan Am ha avuto gli stessi problemi di Alitalia: troppa eterogeneità dei velivoli, scarsa lungimiranza nei confronti del mercato, sprechi interni, costi maggiori ai ricavi. Il governo americano in quel caso decise di non intervenire ed il risultato è che il mercato aereo statunitense gode di buona salute, i costi per singolo biglietto a carico del consumatore si sono abbassati e la competitività è cresciuta.
Ma in Italia no, preferiamo guardare sempre agli interessi particolari, come Malpensa, piuttosto che ragionare a mente lucida. Il protezionismo portato avanti nei confronti di Alitalia e dell’hub lombardo non sta facendo altro che allungare i tempi di un’operazione che doveva essere compiuta almeno un decennio fa. Il mercato gioca attraverso le sue regole e se il vento gira contro di noi, non dobbiamo chiederci come reagire, bensì il motivo di questo salto di vento. In Italia invece no, non stiamo a chiederci come mai Alitalia è giunta a questo punto e cosa fare ora, ma ci curiamo solo che resti italiana a tutti i costi.
L’Italia è un paese di eccellenze, le quali vengono riconosciute tali quando sono gli altri a dircelo. Proteggere il mercato interno, senza saper riconoscere quali sono i nostri punti di forza significa solamente sprecare tempo. E qui entra in gioco il vittimismo, quello che ci fa vedere tutto nero non appena sentiamo una voce che parla del nostro paese. Più semplici che cercare sempre nuove argomentazioni, le scuse che riusciamo a trovare sono molteplici. Forse Tremonti, probabilmente il massimo esperto del sistema fiscale italiano, si dimentica di tutti i casi di eccellenza aziendale che negli ultimi anni si sono fatti conoscere ed hanno cominciato a colonizzare la Cina, come la Geox di Mario Moretti Polegato. O come tutto il vantaggio competitivo dettato dalla qualità della nostra produzione. Si pensi anche solo al caso automobilistico: sul mercato italiano sono presenti sia autovetture cinesi che automobili italiane e tedesche. Il consumatore sa riconoscere la qualità superiore di un prodotto europeo e snobba a piè pari quello di Pechino. Osservando le vendite di Great Wall e Gonow (due grossi marchi cinesi di auto), è lapalissiano che non v’è storia competitiva fra noi e loro.
Alitalia è vittima del vittimismo, degli interessi particolari, del
neo-protezionismo che esclude a priori l’uscita della compagnia da Malpensa.
Solo una riflessione su quest’ultimo punto: se Malpensa è così fondamentale,
strategica, valorizzabile ed economicamente importante, di cosa ci stiamo
preoccupando?


Vittimismo? certo, se si decide solo in base alla necessità.
Alitalia - Malpensa
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