Lunedì 21 Maggio 2012
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Alitalia, ma il protezionismo su Malpensa a cosa serve?

1 Aprile 2008

L’Italia soffre di un male interiore. Soffre di estremo vittimismo, un sentimento che si è fatto strada come un cancro nelle menti dei suoi cittadini. Arrivando anche alla classe dirigente del paese, il vittimismo sta mettendo in ginocchio anche il nostro sistema economico.

Il caso Alitalia ed il neo-protezionismo paventato dall’ultimo libro di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, sembrano distanti anni luce, ma in comune hanno il sentimento di cui sopra. Si pensi alla compagnia aerea nazionale. Un tempo, nemmeno troppo remoto, era all’eccellenza della tecnica e del valore aggiunto di un’azione quasi quotidiana come un volo in aeroplano. La nostra livrea era simbolo di qualità, di cortesia e di affidabilità. In meno di 15 anni e dopo 15 miliardi di euro bruciati come fossero bruscolini, dopo gestioni economiche scellerate, dopo innumerevoli querelle sull’Italianità, siamo arrivati alla stretta finale (forse…), dimenticando una delle regole principali dell’economia, quella del rapporto costi-ricavi.

Sembra incredibile che fior fiore di manager, impegnati con i più complicati indicatori di bilancio, si siano dimenticati, in tutti questi anni, quello più semplice. Se i costi sono superiori ai ricavi, l’impresa non può continuare sulla strada intrapresa. Un esempio per tutti, gli stipendi del top management. Di pochi giorni fa la notizia che Ryanair, il principale vettore low cost, ha congelato tutti gli emolumenti dei suoi amministratori, dal Ceo in giù, per far fronte ad un aumento dei costi che rischiava di essere dannoso per il futuro della compagnia.

Lo stesso Jean-Cyril Spinetta, numero uno di Air France-Klm, guadagnava circa sei volte meno di Giancarlo Cimoli, ex presidente di Alitalia. In quest’ottica, puramente gestionale, si possono capire alcuni motivi per cui l’unica soluzione possibile per la società della Magliana sia quella di passare attraverso i faldoni del Tribunale Fallimentare. Anche perché i termini si stanno avvicinando notevolmente. Nonostante le smentite da parte di alcuni esponenti del Governo Prodi, la liquidità di cassa di Alitalia non può durare in eterno, ma nemmeno per il 2008. 180 milioni di euro, questa è verosimilmente la cifra relativa al cash flow, utile solo per sopravvivere fino a giugno.

Ma ora entrano in gioco l’Italianità ed il vittimismo relativo. Come? Semplice. Nel nostro paese sono i sentimenti, il cuore, a farla da padrona contro la razionalità dei dati di bilancio. Si pensi al caso Pan American World Airlines, un tempo la più grande compagnia aerea esistente. Il suo fallimento è stato decretato l’8 gennaio 1991, dopo oltre 50 anni di storia dell’aviazione e decenni di cattiva gestione aziendale. Dalle sue ceneri si è rafforzata Delta Airlines, Casualmente, Pan Am ha avuto gli stessi problemi di Alitalia: troppa eterogeneità dei velivoli, scarsa lungimiranza nei confronti del mercato, sprechi interni, costi maggiori ai ricavi. Il governo americano in quel caso decise di non intervenire ed il risultato è che il mercato aereo statunitense gode di buona salute, i costi per singolo biglietto a carico del consumatore si sono abbassati e la competitività è cresciuta.

Ma in Italia no, preferiamo guardare sempre agli interessi particolari, come Malpensa, piuttosto che ragionare a mente lucida. Il protezionismo portato avanti nei confronti di Alitalia e dell’hub lombardo non sta facendo altro che allungare i tempi di un’operazione che doveva essere compiuta almeno un decennio fa. Il mercato gioca attraverso le sue regole e se il vento gira contro di noi, non dobbiamo chiederci come reagire, bensì il motivo di questo salto di vento. In Italia invece no, non stiamo a chiederci come mai Alitalia è giunta a questo punto e cosa fare ora, ma ci curiamo solo che resti italiana a tutti i costi.

L’Italia è un paese di eccellenze, le quali vengono riconosciute tali quando sono gli altri a dircelo. Proteggere il mercato interno, senza saper riconoscere quali sono i nostri punti di forza significa solamente sprecare tempo. E qui entra in gioco il vittimismo, quello che ci fa vedere tutto nero non appena sentiamo una voce che parla del nostro paese. Più semplici che cercare sempre nuove argomentazioni, le scuse che riusciamo a trovare sono molteplici. Forse Tremonti, probabilmente il massimo esperto del sistema fiscale italiano, si dimentica di tutti i casi di eccellenza aziendale che negli ultimi anni si sono fatti conoscere ed hanno cominciato a colonizzare la Cina, come la Geox di Mario Moretti Polegato. O come tutto il vantaggio competitivo dettato dalla qualità della nostra produzione. Si pensi anche solo al caso automobilistico: sul mercato italiano sono presenti sia autovetture cinesi che automobili italiane e tedesche. Il consumatore sa riconoscere la qualità superiore di un prodotto europeo e snobba a piè pari quello di Pechino. Osservando le vendite di Great Wall e Gonow (due grossi marchi cinesi di auto), è lapalissiano che non v’è storia competitiva fra noi e loro.

Alitalia è vittima del vittimismo, degli interessi particolari, del neo-protezionismo che esclude a priori l’uscita della compagnia da Malpensa. Solo una riflessione su quest’ultimo punto: se Malpensa è così fondamentale, strategica, valorizzabile ed economicamente importante, di cosa ci stiamo preoccupando?

Commenti
unfetteredthinker
01/04/08 13:42
Vittimismo? certo, se si decide solo in base alla necessità.
Nel caso Alitalia sembrano scontrarsi diversi punti di vista sul libero mercato. Apertura o protezionismo l'alternativa. Ma il vero nodo in questo caso è il coinvolgimento degli Stati nazionali nelle compagnie aeree. L'ideala sarebbe vendere la partecipazione del Tesoro in Alitalia e lasciare che il mercato operi liberamente. AirFrance-KLM è la compagnia aerea leader in Europa. AirFrance ha una partecipazione dello Stato Francese del 18,6%. Sebbene sia una percentuale inferiore rispetto al passato è abbastanza per influenzare le scelte dell'azienda. Ci si chiede allora come mai il Governo italiano nella privatizzazione della compagnia di bandiera non abbia posto delle condizioni precise ad un operatore influenzabile da uno Stato estero, in particolare verso Malpensa, in cui molto denaro pubblico è stato investito. Ciò che collega Alitalia e Malpensa è la mancanza di prospettiva offerta dal governo Prodi. E' vero, l'Alitalia doveva essere privatizzata anni fa. Non si può pretendere però che la sua vendita avvenga come se ci si trovasse di fronte ad una qualunque azienda privata. Certo, Alitalia va venduta perché è un pozzo senza fondo. Tuttavia il coinvolgimento dello Stato italiano rende necessario che la vendita sia effettuata in modo trasparente e in modo utile agli interessi della comunità nazionale. Svendere Alitalia ad Air France senza un progetto chiaro sul mercato finalmente libero dei trasporti aerei nazionali è accettabile? Un ultima domanda: iniziare le procedure di fallimento per Alitalia, è da vittimisti o da coraggiosi? Se la risposta è “da folli” forse nel mercato non si crede poi così tanto.
Alessandro Lovati
02/04/08 16:14
Alitalia - Malpensa
Buon giorno, In merito all'articolo "Protezionismo Malpensa". Non, non ci siamo, forse non si riesce a far capire che non si vuole un protezionismo per Malpensa, ma si vuole evitare che Alitalia ceda ad Air France i diritti di volo sugli aeroporti italiani ed in particolare su Malpensa. L'Alitalia ha voluto diventare Alilazio? Peggio per la stessa. Ma non pretenda di mantenere slot e diritti e di passarli ai francesi. Si chiedeva una moratoria che non è stata concessa. Amen. Ora si tolgano definitivamente dalle scatole e lascino libero il campo a chi crede in Malpensa. Sempre a proposito di Alitalia, qualcuno può spiegarmi che fretta c'è di vendere (leggasi regalare) ai francesi? Prima Alitalia operando su Malpensa perdeva un milione di euro al giorno. Ora, avendo spostato quasi tutto a Fiumicino, dovrebbe guadagnarne almeno tre al giorno (o mi sbaglio?). Quindi, se aspettiamo solo qualche mese, sarà l'Alitalia ad acquistare l'Air France e non viceversa. Cordialmente, Alessandro Lovati
indaco1
10/04/08 00:52
Quoto quanto scritto da
Quoto quanto scritto da Alessandro. Di che protezionismo su Malpensa si sta parlando? Dove l'ha visto, l'articolista? Gli accordi bilaterali, quelli si sono una distorsione feudale del libero mercato, incluso un concetto che fa orrore anche scrivere, ovvero "vettore designato". In pratica fino ad ora si e' impedito di volare a chi poteva far concorrenza ad Alitalia. Soprattutto da Malpensa. E si vorrebbe che andasse avanti cosi' dopo la cessione. Ma siamo matti? Si apra veramente il mercato aereo, facendo Open Skies con tutte le nazioni che ci stanno, e accordi bilaterali piu' ampi possibili con altri. Parlare di protezionismo per Malpensa e' come incolpare la vittima della bruttezza del crimine. Prima di parlare e scrivere, informarsi, possibilimente non dai due principali quotidiani nazionali che fanno parte di gruppi finanziari che hanno interessi molto forti contro Malpensa e quindi sono di parte. Anche un eventuale ridimensionamento di Linate non sarebbe per protezionismo, ma solo buon senso... come fare le fermate dei bus vicino alle fermate dei metro' e non fare stabilimenti petrolchimici in quartieri densamente popolati. Prendiamo il lato positivo della situazione. Non c'e' piu' nessuno da proteggere, fallita o ceduta AZ. Apriamo veramente il mercato a favore dei consumatori e della connettivita' intercontinentale della nazione. I vettori andranno dove conviene.
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