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Cosentino sì, Cosentino no

Alla Campania non serve un nuovo governatore ma un commissariamento

23 Ottobre 2009
Nicola Cosentino e Mara Carfagna

Diciamo la verità, la richiesta avanzata da Gianfranco Fini di ridiscutere la candidatura di Nicola Cosentino alla presidenza della regione Campania non può essere ridotta a una iniziativa strumentale per guadagnare visibilità o spazio nel PdL, per sé o per persone a lui vicine, ma pone un problema politico reale. Quello della commistione tra politica e criminalità organizzata o tra politica e malaffare. Un problema serio, cui non si può rispondere con il paradigma garantista della presunzione di innocenza. In altri termini, la richiesta di Fini, non va intesa come un veto alla persona, ma come la presa d’atto di una situazione degradata che occorre fronteggiare con decisione.

Bisogna allontanare, agli occhi dell’opinione pubblica italiana e internazionale, anche il più remoto sospetto di una collusione, diretta o indiretta, tra malavita e vita politica. Per questo probabilmente, però, una candidatura alternativa a Cosentino non è sufficiente. Serve una misura più drastica. Anziché andare a nuove elezioni regionali occorre, in Campania, commissariare la regione per un lungo periodo.

Dopo oltre dieci anni di gestione del centro sinistra, la situazione è largamente degradata. Non solo l’ordinaria amministrazione è garantita assai male, ma anche le scelte programmatiche sulle quali le amministrazioni regionali hanno investito negli anni scorsi sono rimaste del tutto insoddisfatte. Dalla gestione dei rifiuti, alla riqualificazione del territorio, alla formazione professionale, alle politiche di sviluppo.

L’inefficienza va certo imputata in primo luogo all’incapacità degli uomini politici che hanno governato in questi anni, ma occorre considerare anche una più complessiva inadeguatezza. Si tratta di prendere atto di una realtà non piacevole. Il decentramento (lo si chiami regionalismo o federalismo) realizzato in questi ultimi anni ha fatto registrare una vertiginosa caduta di efficienza nei servizi pubblici della regione. Per contrastare questa tendenza non è sufficiente un semplice cambio di maggioranza politica, preliminarmente occorre riassettare in modo drastico la macchina amministrativa. Un compito che non si può risolvere neanche con una grande coalizione a livello locale. Una scelta in tal senso non farebbe che accentuare quei tratti di gestione consociativa che sono stati uno sgradevole sottoprodotto del lungo dominio politico del centro sinistra.

In una situazione di congenita debolezza dell’amministrazione pubblica, sempre subordinata alla logica della gestione del consenso e non alla ricerca dell’efficienza, il cambio di colore politico della giunta regionale non risolverebbe il problema ma scaricherebbe sul centro destra un’eredità negativa che sarebbe difficile fronteggiare, vuoi per scarsa esperienza amministrativa, vuoi per la vischiosità dei mezzi con cui si guadagna il consenso. Le reti clientelari passerebbero di mano condizionando in modo negativo qualunque iniziativa volta al rinnovamento. Da qui alle infiltrazioni malavitose il passo è breve, per non dire inevitabile.

Il commissario governativo dovrebbe anzitutto epurare gli uffici, allontanando impiegati corrotti o incapaci, eliminare gli sprechi e le inefficienze, fissare standard di trasparenza e di equità cui gli uffici dovranno attenersi. Fare cioè quell’opera di manutenzione dell’apparato pubblico che un’amministrazione eletta non sarebbe, al momento, in grado di svolgere. In altri termini, occorre seguire su scala più ampia lo schema messo in opera per la soluzione del problema dei rifiuti. Solo dopo un lasso di tempo non breve, quando si saranno recise le connessioni tra politica e malaffare, si potrà pensare a un ritorno alle urne.

D’altronde questa sospensione temporanea della politica locale avrebbe una ricaduta positiva anche in termini di consenso. L’opinione non pregiudizialmente schierata apprezzerebbe la scelta del commissario come un segnale concreto di ricercare l’interesse generale prima dell’interesse di parte. Di solito la democrazia si corregge con la democrazia. Questo assioma di carattere generale conosce però delle eccezioni. Oggi, la Campania è una di queste eccezioni.

 

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