Venerdì 10 Febbraio 2012
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Giornali, nazionalismi e "common law"

America e Gran Bretagna si spaccano sulla condanna di Amanda Knox

9 Dicembre 2009

La sentenza di condanna in primo grado a ventisei anni di carcere inflitta ad Amanda Knox ha provocato una levata di scudi da parte dei mezzi di informazione americani, che tendono a prendere le difese della ragazza e a mettere in evidenza quelli che considerano difetti della giustizia italiana: la maggioranza delle prove sono indirette; la giuria non è stata tenuta in isolamento; l’atteggiamento della polizia è stato eccessivamente duro. Scrive Rachel Donadio del Miami Herald Tribune: “la sentenza non sembra aver chiarito cosa successe esattamente la notte della morte di Meredith Kercher”. E Time Magazine titola: “Amanda Knox ha subito un giusto processo?”, riportando sul suo sito internet le parole pronunciate dopo il verdetto da Amanda: “ho paura di perdermi, di aver cucita addosso la maschera dell’assassino”.

Nel Paese di origine di Meredith, l’Inghilterra, i media invece prendono tutt’altra posizione, elogiando la giustizia italiana e felicitandosi per il verdetto. The Observer titola “Meredith, e non la Knox, merita la nostra attenzione”, mentre The Times pubblica un’inchiesta da titolo ”Il processo Kercher: Amanda Knox incastrata dalla lussuria e dalle bugie”. Se si prende in considerazione che entrambi i Paesi, Stati Uniti ed Inghilterra, sono considerati patria del giornalismo d’inchiesta e della libertà d’informazione, ma soprattutto entrambi sono governati da sistemi legislativi e giudiziari di common law, allora si capisce quanto l’elemento nazionalistico incida in questa vicenda. Due modi diametralmente opposti di giudicare i fatti e la giustizia italiana, funzionali alle opinioni pubbliche dei rispettivi Paesi.

L’interessamento per la vicenda da parte del segretario di stato americano Clinton è un fatto importante, poiché rileva dei dubbi da parte americana nei confronti della magistratura di un Paese amico e alleato come l’Italia. Significa, per di più, interferire negli affari interni di uno Stato sovrano, in violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite. Insomma, potrebbe aprirsi un’altra piccola ferita nei sempre buoni ancorché delicati rapporti politici tra Roma e Washington. Tuttavia, al di là dei possibili attriti tra Italia e Stati Uniti (il Ministro Frattini ha placato subito i toni), chi esce leso da queste polemiche non è l’immagine del nostro Paese all’estero, ma soprattutto il giornalismo, fagocitato in un gioco che esalta le appartenenze nazionali e pone in secondo piano l’obbiettività e la realtà dei fatti. È sacrosanto ricordare la presunzione di innocenza di cui gode ogni imputato - quindi anche Amanda Knox - fino all’emanazione della sentenza definitiva. Ciò nondimeno, teniamo al contempo presente il rispetto dovuto alla magistratura di un Paese democratico.

Il procuratore Mignini, autore delle indagini, non ha voluto entrare nel merito delle polemiche; ha però detto: ”ci sono state indagini accuratissime e sono stati quasi venti i giudici che si sono pronunciati in primo grado accogliendo tutte le tesi avanzate dall’accusa”.

Commenti
Paolo Samogin
09/12/09 08:48
Non è affatto vero che la
Non è affatto vero che la stampa britannica giudichi corretto il processo subito da Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Forse l'opinione popolare sara così orientata. Andate a leggervi quello che scrive su l'Observer di domenica 6 dicembre il giornalista John Hooper!
Anonimo
10/12/09 17:31
Paolo Samogin
Paolo Samogin bla bla bla...
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