Un’autocritica sull’utilizzo “politico” dell’antifascismo. Una stoccata a Fini ma la conferma che “l’antifascismo rimane l’unica religione civile della Nazione”. E’ un finale con il botto quello che si concede la Fondazione Magna Carta per la chiusura della terza edizione della Summer School dedicata quest’anno ad Oriana Fallaci. Un faccia a faccia sul ruolo dell’antifascismo nella storia d’Italia che si è svolto nella bellissima cornice di villa Tuscolana tra l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ed il vicepresidente vicario del PdL al Senato, Gaetano Quagliariello. I fuochi d’artificio li ha accesi proprio l’ex primo inquilino di Montecitorio che se da un lato ha voluto sgombrare il campo chiarendo di non voler parlare dell’attualità politica dall’altro non ha mancato di bacchettare Fini ed i protagonisti della recente polemica sul fascismo.
Bertinotti parte da lontano, denunciando “l’erosione dei sistemi democratici e della stessa sovranità popolare”. Una crisi che per l’ex presidente è ben più grave di quella che si verificò negli anni Venti del Novecento visto che “non si va verso società di tipo totalitario ma piuttosto verso regimi leggeri senza alcuna opposizione o di un modello di società alternativa”, una crisi che ci pone di fronte ad una realtà politica “dove esiste l’alternanza e non l’alternativa e dove i Parlamenti figurano sempre più come dei governi allargati”. La dura analisi dell'ex presidente della Camera giunge a costatare la presenza di “una democrazia rattrappita caratterizzata da regimi a-democratici, a-politici, a-fascisti ma anche a-antifascisti”. In pratica la morte delle idee e dei valori. E qui giunge la stoccata all'attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini, che considera simbolo di questa crisi, come conferma il suo discorso di insediamento giudicato da Bertinotti “a-fascista, a-antifascista, a-politico. La deideologizzazione che Bertinotti riscontra nelle parole del presidente della Camera tende a portare con sé la cancellazione delle idee forti e in ogni cosa è uguale all’altra”. Ma mettendo in discussione “il paradigma che l’Italia è una repubblica antifascista - continua Bertinotti - può accadere che un ministro della Repubblica si permetta di dire quello che ha detto. Se il paradigma resta, questo non succede”. Chiaro il riferimento alle recenti parole del ministro della Difesa La Russa riguardo la brigata Nembo ed i caduti di Salò ed a quelle del sindaco Alemanno sul fascismo. Il fendente lanciato da Bertinotti porta ad individuare in pratica nello stesso Fini il responsabile delle dichiarazioni di questi giorni di Alemanno e La Russa.
Non solo attacchi agli avversari ma anche il tempo di un’autocritica quando Bertinotti ammette che sull’antifascismo sia stato commesso uno errore, restringendolo all’interno del dibattito politico. Un uso a fini politici che quindi per l’ex presidente della Camera ha fatto male allo stesso antifascismo e che adesso impone un’opera di “liberazione” dai confini della polemica politica. Su questo punto si trova d’accordo anche Gaetano Quagliariello. Il senatore forzista fa notare come fino agli anni ‘50 “l’antifascismo abbia rappresentato una forza viva e morale del nostro Paese. Dal 1953 questo non accade più ed esso subisce un processo di ingessamento”. Questa crisi però per Quagliariello non mette in dubbio il “valore morale dell’antifascismo” ma impone di “considerare l’intera stagione dell’antifascismo senza esclusioni e forzature. Ciò non significa edulcorare quanto accaduto nel ventennio ma capire effettivamente quello che è successo attraverso un disarmo bilaterale ed un’analisi obiettiva dei fatti”. Il ruolo dell’antifascismo per Bertinotti continua ad essere centrale per il Paese al punto da essere “l’unica religione civile possibile ed il centro della nostra narrazione storica”. Un punto che trova parzialmente d’accordo Quagliariello convinto piuttosto che l’antifascismo debba “essere considerato parte della trama della narrazione” aprendo di fatto anche a quelle componenti storiche che hanno contribuito allo sviluppo ed alla crescita del nostro Paese. Infine da un anti ad un altro e cioè all’antiberlusconismo che secondo il vicepresidente dei senatori PdL al Senato sarebbe conseguenza della visione da parte della sinistra che “le classi politiche abbiano una propensione al sovversivismo”. Questa visione ha impedito la comprensione del fenomeno visto che “ci sono voluti quattordici anni affinchè questa stagione potesse essere valutata col metro della politica, di ciò che una classe politica fa o non fa per rispondere ai bisogni dei cittadini”. Accusa a cui però si sottrae Bertinotti il quale ammette di non aver mai banalizzato Berlusconi né di averlo considerato “fascista o criptofascita ma piuttosto un fenomeno complesso del Paese legato al pensiero liberale ed a quello populista”. “Alla fine – conclude serafico l'ex presidente della Camera – banalizzare non porta mai fortuna”. Se ne sarà accorto anche il centrosinistra che da tempo dava per finita la stagione di Berlusconi.

