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Mulini a vento

Un mercato del lavoro per i giovani? Senza i vincoli dell'Articolo 18

10 Febbraio 2010

Grazie all’impertinenza di Renato Brunetta ed alla lucidità di Pietro Ichino il tema della riforma del mercato del lavoro è tornato nel dibattito politico. Dopo mesi passati sulla difensiva a cercare di contrastare le ricadute sociali della crisi economica internazionale, cercando anche qualche improbabile uscita auto-consolatoria sulla bontà del nostro sistema di welfare (il migliore del mondo!), oggi si torna finalmente a discutere del tema. Un tema che è decisivo per le sorti del Paese, per sapere in che modo e con quale velocità l’Italia riuscirà ad uscire dalla crisi e ad agganciare la ripresa economica internazionale.

La questione del “precariato” è stata per lo più agitata dalla cultura della sinistra sindacale come arma di attacco all’economia di mercato e come strumento di rivendicazione di maggiori tutele legali e rigidità contrattuali. Ma è sinora mancata una lucida analisi del fenomeno e delle possibili strategie di risposta.

La moltiplicazione delle forma contrattuali dei rapporti di lavoro è fenomeno complesso che si registra in tutte le economia contemporanee. Con la rivoluzione tecnologica e con la globalizzazione dei sistemi economici è entrato definitivamente in crisi il modello dell’impresa fordista, modello che fra l’altro si basava sulla centralità assoluta del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Da questo punto di vista la diversificazione dei rapporti di lavoro e la prepotente emersione di lavori (e lavoratori) atipici è un fenomeno inarrestabile, rispetto al quale non avrebbe alcun senso assumere atteggiamenti di tipo luddistico (il luddismo fu quel movimento che, per salvare il tradizionale lavoro manuale, si proponeva di distruggere le macchine introdotte con la rivoluzione industriale).

Ma se questo è vero occorre riconoscere che esiste una variabile tutta italiana del fenomeno che è collegata appunto alle rigidità del nostro mercato del lavoro. Mentre in via generale i rapporti di lavoro atipici dovrebbero riguardare unicamente le situazioni in cui è atipica anche l’offerta di lavoro, in Italia il ricorso al lavoro atipico è stata anche la strada attraverso la quale le imprese hanno assunto nuovo personale senza cadere nelle forche caudine dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E’ inutile girarci intorno, il nodo della questione è proprio l’articolo 18. Non è del resto un caso che il libro bianco sul lavoro curato da Marco Biagi, contestualmente all’introduzione delle norme sulla flessibilità dei contratti di lavoro, proponeva proprio il superamento della tutela reale del posto di lavoro prevista dall’articolo 18 con un moderno modello di tutela di tipo risarcitorio, come quello previsto negli altri paesi europei. 

In questa prospettiva l’unica strada per affrontare il problema del “precariato” e per ridare piena dignità al lavoro delle giovani generazioni è creare le condizioni per cui le imprese facciano ricorso a forme contrattuali flessibili esclusivamente nei casi in cui l’esigenza di lavoro sia effettivamente flessibile. Per tutti gli altri casi le imprese devono essere incentivate ad assumere i lavoratori a tempo indeterminato. O quanto meno non devono essere incentivate a fare il contrario. Il problema non è quello di ostacolare i licenziamenti ma quello di spingere le imprese ad assumere. Il problema non è tutelare il posto fisso ma tutelare e promuovere il lavoro!

E naturalmente una riforma del genere dovrebbe anche essere accompagnata dalla revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali, il quale – nonostante gli encomiabili sforzi fatti dal Governo nel pieno della crisi – rimane ancora oggi frammentato e discriminatorio, poiché esclude del tutto dal regime di tutela alcune categorie di lavoratori. L’introduzione di una indennità temporanea di disoccupazione che prenda il posto di istituti quali la cassa integrazione o la mobilità rappresenta un obiettivo strategico che, oltre ad essere più giusto, avrebbe fra l’altro il vantaggio di aprire il mercato del lavoro, disintermediandolo dalla negoziazione fra governo, sindacati e associazioni di categoria che produce solo effetti distorsivi della concorrenza e rendite di posizione.

E’ comprensibile che il Presidente Berlusconi sia ancora scioccato dal fallito tentativo del 2002 di riformare l’articolo 18. La questione però è tutta ancora li e sarebbe grave non affrontarla proprio adesso quando si scorgono i primi segnali di uscita dalla crisi che le imprese dovrebbero poter sfruttare assumendo nuovo personale senza i vincoli di una legislazione in materia di lavoro divenuta ormai obsoleta.
 

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Commenti
Giuliana Levorato
10/02/10 12:50
Peccato
Peccato che nel voler riformare l'articolo 18, o per i problemi della Fiat, dell'Alitalia e Alcoa ecc. ecc., chi ci rimette è sempre il lavoratore, in termini di precarietà nel mondo del lavoro o perdita di posti di lavoro o mancanza di posti di lavoro per i giovani.
Luciano Cecchini
10/02/10 14:31
Un Italia lavora solo il 38,2% della popolazione !
Il problema di ricercare (meglio con il consenso di tutte le parti sociali) strumenti per facilitare, sia dal lato della domanda che dell’offerta, l’accesso al mercato del lavoro è questione di estrema importanza, soprattutto per l’Italia. Il nostro Paese ha infatti una peculiarità negativa. Rapportando gli occupati al totale della popolazione, considerando cioè chi in via diretta (con salari e stipendi netti) e indiretta (imposte e contributi) finanzia con il proprio lavoro la vita di tutti gli italiani, si scopre infatti che -sulla base dei più recenti dati statistici- in Italia lavora il 38,2 per cento della popolazione, nella Eurozona il 43,9%, nell’Unione Europea il 44,3% e negli Stati Uniti il 45,3%! Si dirà: è colpa della nostra struttura demografica con bassa natalità vita media elevata. Non è così, perché anche considerando la sola popolazione in età di lavoro (15-65 anni) la situazione non cambia e l’Italia resta in fondo a tutte le graduatorie. Ad esempio, Confindustria ha calcolato che nel 2007, nella UE-27 il tasso di occupazione età 15-24 è pari al 65,4% mentre in Italia lavora il 58,7% e dietro di noi ci sono solo la Polonia e Malta !
Giuliano
10/02/10 18:19
Precariato causato anche dall'art. 18 dello Statuto
Il precariato è il prodotto delle lotte politico-sindacali italiane degli anni 60-70 che hanno causato un aumento improvviso e spesso insostenibile dei costi del lavoro e della pressione fiscale sulle imprese con il seguente risultato: fallimento di molte aziende, passaggio allo Stato di altre salvate dalla politica, pratica soppressione dell'apprendistato, quasi impossibilità di licenziare un dipendente di cui a torto o a ragione non si aveva fiducia (art. 18 dello Statuto dei lavoratori). L’art. 18 è uno delle principali cause del deprecato lavoro precario. Dagli anni 80 in poi i governi si sono inventati i contratti di formazione-lavoro, i co-co-co ecc. proprio perché la disciplina dei licenziamenti individuali (e collettivi) aveva quasi azzerato le assunzioni a tempo indeterminato nelle imprese sopra i 15 dipendenti, oltretutto gravate da pesi fiscali e parafiscali molto sostenuti per ogni lavoratore assunto. La difficile licenziabilità ha forse aumentato la difesa del lavoro di chi c’è l’ha ma ha generato la difficile ricerca di un nuovo lavoro per quelli che lo hanno comunque perso e soprattutto per quelli che lo cercano per la prima volta. Risultato pratico: comparsa della disoccupazione di massa (a due cifre negli anni 70), lavoro sommerso in aumento, ridimensionamento della media-grande impresa (generalmente più moderna e innovativa), crescita della piccola impresa (l'unica che conservava flessibilità anche in uscita, non soggetta al famigerato art. 18). A metà anni 80, con assunzioni ormai rare al di fuori delle piccole imprese (e del settore pubblico che invece, accumulando futuri debiti, assumeva ancora molto rispetto ad oggi), i governi pensarono di incentivare le assunzioni con i contratti di formazione-lavoro, poi i co-co-co e infine, negli anni 90, con altre normative (legge Treu ecc.). E' nato così un secondo settore, con meno diritti e più basse retribuzioni che giustamente fa arrabbiare chi rimane a lungo in questo settore. Però parliamoci chiaro: abolendo puramente e semplicemente il precariato si trasformerebbe spesso un lavoratore in un disoccupato, tornando alla situazione della meta anni 80. L'unica cosa sarebbe quello di sopprimere il famigerato art. 18: senza un contratto di lavoro indissolubile le imprese medio-grandi sarebbero indotte ad assumere dipendenti a tempo indeterminato e licenzierebbero solo se con il dipendente si rompesse la fiducia, pagando il dovuto (ad es. sei mensilità, come in altri paesi). Olanda, Inghilterra, Irlanda, USA insegnano: dove il rapporto è più flessibile, si può perdere più facilmente il lavoro, o lasciarlo perché non piace o non piacciono le persone intorno, ma velocemente se ne trova un altro (e infatti tutti, anche gli sfegatati di sinistra della mia epoca e quelli di oggi, vogliono andare da quelle parti). Il precariato nel settore pubblico, poi, è un'altra storia, anche questa tutta italiana. Personalmente trasformerei anche nel settore pubblico il contratto a tempo indeterminato a vita in un contratto sì a t.i. ma in cui è previsto il licenziamento per esuberi o improduttività o quantomeno la mobilità obbligatoria. Altrimenti, passata la festa e gabbato lo santo, il passaggio dal contratto "precario" a quello vitalizio diventa sovente passaggio da un lavoro comunque prestato a un lavoro fintamente prestato (improduttività, assenteismo ecc.), pagato dal contribuente che lavora sodo sotto il privato.
16/02/10 16:10
la crisi
le idee non sono tutte uguali ma ci sono anche quelle stradeggiche!!!!!!!! o inviato questo messaggio anche a mara la crisi non e finita finiamola di spreculare soldi.il mio progetto vi dico di piu "i soldi non si perdono ma vanno triplicati"ristabbilendo tranquillita,lavoro e ripresa dell"economia al100% .come tutto questo il 3millennio
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