Lunedì 21 Maggio 2012
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Autonomia, libertà, fiducia

Deve essere l’individuo e non lo Stato il principale motore dell’economia

14 Ottobre 2010
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Nel dibattito sulla dimensione dello Stato e sul ruolo che dovrebbe svolgere nel sostegno ad una società attiva una partita importante, eppure trascurata, gioca la libertà personale intesa come affermazione della propria individualità attraverso il processo di scelta. Se una persona ha diverse possibilità tra cui scegliere e se esercita la propria scelta con consapevolezza, non solo è libera, ma è anche autonoma e la scelta fa germogliare e rafforza questa sua condizione di essere autonomo, capace di perseguire il proprio disegno di vita. La libertà è quindi condizione affinché si manifesti l’unicità di ciascun uomo, realizzata attraverso il controllo autonomo sulle scelte della propria vita. Si tratta di una interpretazione della libertà che, poiché riguarda la capacità di realizzare il proprio progetto di vita, ha da fare anche con il senso di giustizia sociale e con la dimensione dello Stato. Vediamo perché.

Giustizia sociale e libertà sono intimamente legate. Un alto grado di disuguaglianza (ingiustizia) è accettabile solo se conseguenza di comportamenti ascrivibili alle scelte responsabili delle persone. Se in una società il successo del mio vicino dipende dal fatto che sia un gran lavoratore e se è mia convinzione che anche per me sarebbe possibile raggiungere i suoi risultati se solo il mio impegno fosse pari, percepirò eventuali differenze sui redditi rispettivi come riflesso di un processo equo di distribuzione delle risorse.

Se essere liberi è essere autonomi ed essere autonomi è avere controllo sulle proprie scelte, saranno proprio le persone autonome a ritenere il successo economico la conseguenza di un processo equo di distribuzione delle risorse e ad esprimere preferenze politiche per sistemi redistributivi di dimensione modesta e poco invasivi. La percezione dell’autonomia si candida quindi a giocare un ruolo significativo nella determinazione della dimensione ottimale e nel disegno del welfare state.

Prendiamo il caso dell’Italia. Utilizzando informazioni tratte dal database del World Value Survey, è possibile notare che dove è più alto il livello di autonomia delle persone, maggiore è la fiducia in se stessi e più elevata la percezione che le proprie condizioni economiche dipendano dalle capacità e dall’impegno profuso piuttosto che dalla fortuna o da privilegi e rendite di posizione. Nelle aree del paese dove maggiore è il livello di autonomia, è più favorevolmente accettata la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, perché percepita come legittima conseguenza del diverso impegno e delle differenti capacità dei singoli. Al contrario, nelle aree del paese in cui il livello di autonomia è basso, è diffusa l’opinione che l’impegno non paghi e che siano la fortuna (per esempio, essere nati in una famiglia benestante) o il privilegio (avere amici o parenti influenti) le determinanti principali del successo economico. Non dovrebbe sorprendere, quindi, se in queste aree la disuguaglianza è considerata ingiusta ed è condiviso il sostegno a politiche pubbliche di riequilibrio della distribuzione del reddito, proprio per la diffusa percezione di ‘illegittimità’ che pesa sul successo economico.

Ma dove risiedono gli individui più autonomi? Le figure 1 e 2 mostrano che le aree con la maggiore concentrazione di persone che si ritengono autonome sono il Nord-Est e il Nord-Ovest; quelle che mostrano bassi livelli di autonomia sono, invece, il Sud e le Isole. E c’è di più. Un’analisi dei dati riportati nella Figura 1 rivela che, per esempio, nel Nord-Est l’elevato grado di autonomia è associato ad un maggior favore verso una distribuzione diseguale del reddito. Diversamente, nelle isole il basso livello di autonomia è correlato ad una diffusa opinione che le differenze tra i redditi debbano essere compensate. Da un esame della Figura 2, inoltre, emerge che le aree del paese con un più alto grado di autonomia sono anche quelle più dinamiche e più ricche poiché la diffusa consapevolezza che l’impegno e le capacità individuali pagano nel tempo incentiva gli individui a investire su se stessi e a scommettere sulle proprie capacità.

Possiamo estrarre due conseguenze per la politica economica. Anzitutto, quel sistema economico che ha garantito benessere al Mezzogiorno attraverso politiche assistenziali ha anche spiazzato il livello di autonomia degli individui innescando un circolo vizioso che oggi è difficile rompere. Le politiche redistributive finalizzate a colmare il differenziale di reddito tra le regioni del paese hanno alimentato la mancata crescita del Mezzogiorno: maggiori trasferimenti di reddito, minore autonomia, minore fiducia nel merito e nelle capacità individuali, minore crescita economica.

Secondo, poiché la riforma dello stato sociale non può essere realizzata se non con il consenso degli elettori, è impensabile che ciò accada senza il passaggio da un sistema economico in cui le capacità, l’impegno ed il merito degli individui non sono valorizzati ad un altro in cui gli individui si affidano alle loro capacità convinti di essere artefici del proprio futuro. Questo passaggio, basato sulla centralità dell’individuo, sulla sua libertà di scelta, sui principi della concorrenza e della sussidiarietà rappresenta quel cambiamento di ampio respiro, al tempo stesso economico e culturale, che non solo modifica il funzionamento dei settori tradizionali del welfare, ma contribuisce a riproporre l’individuo e non lo Stato come principale motore dell’economia, vendicando i precetti del liberalismo.

Figura 1

Figura 2

 

 

 

Sebastiano Bavetta (Università di Palermo e University of Pennsylvania)

Pietro Navarra (Università di Messina e University of Pennsylvania)

 

Commenti
Nicola
14/10/10 09:44
FATTI, per cortesia
Mi trovo in sintonia con questo aticolo. Ma il PDL cosa ha fatto e cosa sta facendo per promuovere il merito, la valorizzazione di chi ha capacità ed è intraprendente? Chi cerca di avviare un'impresa si scontra con problemi inimmaginabili. A parte la quantità di tasse e l'evasione fiscale, esiste un'enormità di cavilli, leggi, etc (altro che impresa in un giorno o sportello unico... tutte balle!), vi rammento che molti operatori già presenti nel mercato (profondamente arretrati, scorretti e con la mentalità chiusa) agiscono con la strategia di bloccare ed ostacolare il nuovo allo scopo di difendere i propri interessi. Queste cose avvengono un po' in tutti i settori e a tutti i livelli. Provate ad aprire una banalissima attività commerciale o una piccola impresa e vedrete... Alla faccia del libero mercato! Guardate che certe cose non avvengono in nessuno Paese d'oltralpe! Siamo ormai a livelli scandalosi. Ma il PDL ha coscienza di questi problemi? O finge di non sapere e non vedere? Vi rendete conto che questa gente blocca l'economia e lo sviluppo? L'Italia ha bisogno di liberalizzazioni (non di certe privatizzazioni) e snellimento dello Stato. Il PDL (Centro-Destra) deve decidere se essere un partito liberale che promuove lo sviluppo, la libera ed onesta competizione sulla base di valori autenticamente liberali e meritocratici oppure il partito di un'élite di ricchi, privilegiati, conventicole e cricche che difendono le proprie posizioni acquisite e sedimentate. I bei discorsi e le belle parole come quelle dell'articolo non bastano. Per cortesia, un po' di FATTI. Se il PDL ed il Centro-Destra non capiranno certe cose, prima o poi perderanno il consenso che oggi hanno. Il consenso non è eterno. Per nessuno. Ricordatevelo.
Euplio Franco
14/10/10 10:58
Google
Perché negli USA 2 studenti che hanno una buona idea diventano miliardari ed in Italia diventano Co.Co.Pro.? Perché un mio amico, in possesso di una buona idea e capacità imprenditoriali, adesso lavora ad Hong Kong? Perché mio fratello, che lavora in Francia ed è iscritto all'AIRE, deve tornare in Italia per chiedere il duplicato della patente rubata a Le Havre, e poi ritornare per ritirarla (due viaggi)? ed altri milioni di et cetera. Cosa stiamo facendo ADESSO, ORA per fare in modo che il cittadino smetta di sentirsi suddito? Non sarà soltanto il terrore di creare dei disoccupati nel pubblico impiego il motivo di tanta inerzia?
Nicola
14/10/10 11:20
Basta politiche commerciali che frenano e paralizzano tutto
Faccio un esempio. Lo sviluppo oggi poggia sulla tecnologia e mi riferisco in particolare all'uso della tecnologia informatica. Chiunque voglia avviare un'attività di impresa deve affrontare, tra le varie spese, quelle relative al materiale informatico ossia softwares. Se il Governo, i signori Ministri ed i signori Parlamentari si informassero un po' (ma forse ne sono già al corrente) si renderebbero conto che qualsiasi software in commercio (mi riferisco a quelli di alcune ditte famose, ma non le cito) in Italia costa circa il doppio di quanto costi in USA, Canada e quasi tutti i Paesi dell'Unione Europea. Domanda: perché e a che scopo? Come può un Paese moderno (che dove competere in un mondo globalizzato dove ci sono Paesi che corrono a tutta velocità) tollerare che l'accesso alla tecnologia possa essere frenato da certe politiche commerciali così scandalose? Bisogna intervenire con autorità! La tecnologia (fondamentale per lo sviluppo) non può essere appannaggio solo dei ricchi, ma di tutti, in modo che possa usufruirne anche chi vale, cioè chi ha idee brillanti e valide. Ma forse a qualcuno tutto questo non conviene... Non si tratterebbe di limitare il libero mercato, ma di porre fine a politiche commerciali che lo frenano e lo paralizzano. Lo sviluppo e la crescita sono prioritari rispetto agli affari di corporazioni e lobbies.
Anonimo
17/10/10 09:20
Economia
Ma siamo proprio sicuri che sia così……….? I dati sembrerebbero dire proprio il contrario……Pensiamo ad esempio al Sud America. Gli satai che hanno aumentato la presenza dello stato in economia,come il Brasile ed il Venezuela, stanno evendo in questi anni un ciclo economico positivo con un benessere diffuso. Gli stati che invece negli ultimi anni hanno puntato sulle privatizzazioni, come l’Argentina e la Colombia, stanno attraversando un periodo di profonda crisi con un’enorme disoccupazione.
Anonimo
17/10/10 09:22
Economia (Errata Corrige)
Ma siamo proprio sicuri che sia così……….? I dati sembrerebbero dire proprio il contrario……Pensiamo ad esempio al Sud America. Gli stati che hanno aumentato la presenza dello stato in economia, come il Brasile ed il Venezuela, stanno avendo in questi anni un ciclo economico positivo con un benessere diffuso. Gli stati che invece negli ultimi anni hanno puntato sulle privatizzazioni, come l’Argentina e la Colombia, stanno attraversando un periodo di profonda crisi con un’enorme disoccupazione.
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