Lunedì 21 Maggio 2012
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Avete mai provato a spiegare Veltroni a un francese?

8 Aprile 2008

Spiegare Veltroni a un francese. Doveva accadere anche questo. Il fatto è che, tramite di Marc Lazar amico e collega di Science Po di Parigi, una gentile giornalista di “Le Monde” nei giorni scorsi mi ha chiesto di fare una chiacchierata sul leader del Pd. L’appuntamento è in fondazione alle 11. Mi chiede un giudizio. Cerco di tenermi sull’oggettivo, sciorinando vizi e virtù. Infine, le dico che Veltroni mi sembra privo di ancoraggi. Che la politica è durata e che questa caratteristica, alla lunga, inevitabilmente si evidenzia. Gli racconto di Crozza e della battuta di Berlusconi su “Walterino sette doppiezze”. Ci metto un po’ a spiegarmi. Ma quando la mia interlocutrice capisce, la sua critica sembra ben più erosiva della mia. Vuol sapere perché ha rotto con i socialisti e non si dice socialdemocratico. Perché non prende posizione sui temi etici in senso schiettamente progressista. Perché si dice “un democratico americano”. E cosa voglia dire quella definizione qui da noi in Continente. Insomma un fuoco di fila dal quale emerge lo sgomento di una benpensante della sinistra europea di fronte a questo strano animale politico nostrano. Ci manca poco che mi si metta a piangere sulla spalla sconsolata. E che io mi trasformi, senza volerlo, in un avvocato difensore o, peggio, nello psicoterapeuta in grado di decodificare i tormenti del “giovane Walter”.

L’occasione per riappropriarmi di un’identità mi viene offerta subito dopo da un incontro animato da Suad Sbai al Circolo culturale Averroé. La strada dove si trova il circolo è tutta un programma: via della polveriera! Ci arrivo con difficoltà, trasportato da uno strano taxista che si rifiuta di consultare lo stradario (mi dice che è roba di sinistra!) e chiede ansiosamente informazioni ai pedoni, beccando per di più quasi tutti turisti. Come Dio vuole, arriviamo. In programma c’è un incontro dei diversi presidenti delle comunità immigrate, con Fini, Mantovano e me. Il lieve ritardo non mi impedisce di ascoltare dai nostri interlocutori analisi sull’integrazione, la prevenzione, la cittadinanza piene di buon senso e pragmatismo, prive di ogni concessione alla retorica e all’ideologia. Il pensiero va alla gentile giornalista francese lasciata pochi minuti prima: se avesse ascoltato ragionamenti dei rappresentanti di comunità immigrate che denunziano come un incubo qualsiasi forma di multiculturalismo non avrebbe capito più nulla. Avrebbe probabilmente pensato che l’Italia è un Paese capovolto, dove tutti si divertono a fare la parte dell’altro!

E’ l’ultima tappa, però, quella che mi riconcilia definitivamente con le radici. Parto per Bari, la città dove sono cresciuto e dove ancor oggi risiede la maggior parte della mia famiglia. Ci vado in aereo con Elisabetta Gardini e Alfredo Mantovano, con i quali debbo intervenire all’ennesima manifestazione sulla biopolitica: l’ultima della serie. All’arrivo trovo mio nipote Enrico, militante in erba del PdL, e Gennaro Racanelli, un amico dei tempi del liceo che non vedo da 30 anni, ora dirigente di Forza Italia a Sannicandro di Bari. Un brivido d’emozione mi percorre la schiena. Non so perché, ma il ricordo va a quando Gennaro simulò una crisi epilettica per piegare le resistenze del professore di storia e filosofia che aveva intenzione di rimandarlo. E poi a quando, all’uscita dalla maturità, dichiarò al giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno che non gliene fregava niente del diploma, perché lui aveva uno zio in America dal quale si sarebbe recato per fare fortuna. Il giorno dopo il giornale titolava su di lui a sette colonne “C’è ancora chi si affida allo zio d’America”, provocando l’indignazione dei genitori per quella millantata fuga lontano dalla famiglia.

Il mio Amarcord continua per le ore seguenti. Passo da casa a salutare mia mamma e poi, nell’albergo dove si svolge la manifestazione, è tutto un “ti ricordi di me..?”. Io dico sempre di si. In vero, mi ricordo una volta su quattro. E quando è questo il caso, mi spavento anche un po’. Il tempo, quasi sempre, è stato inclemente. Loro penseranno lo stesso di me. Forse, però, nel cuore è rimasto ancora un po’ di spazio per l’illusione di quel tempo. Ed è per questo, in fondo, che oggi siamo qui.

Assolvo anche all’ultimo debito con le radici. Al trullo che posseggo vicino Bari c’è un marmista che si chiama Angelo, intelligentissimo amico di famiglia che segue un po’ le nostre cose e l’estate è inseparabile amico nei giochi di carte. Anche lui, da sempre, è di Forza Italia e questo fatto mio padre, che gli voleva un gran bene, non riusciva a sopportarlo. Il 13 e 14 si dà il caso che a Locorotondo – comune che ricomprende il trullo – si voti anche per il sindaco. Angelo c’è rimasto un po’ male perché il candidato di Forza Italia non l’ha contattato. E’ un amico. Io ho provato più volte a sentirlo per dirglielo, ma senza successo. E questo è stato un piccolo cruccio che mi sono trascinato dietro per tutta la campagna. Oggi a Bari me l’ha ricordato ma questa volta ci sono riuscito: “Antonio, ti prego, fatti sentire da Angelo. Se lo merita. E poi, sennò, quest’estate come facciamo per lo scopone?”. Ricevo ampie assicurazioni e riparto col cuore in pace: dopo Napoli, Bari e Angelo ogni debito con le radici è saldato. Posso tornare in Toscana per il gran finale.

Sono stanco. Il viaggio in aereo non è privo di qualche turbolenza. Elisabetta Gardini è un po’ inquieta. A differenza di Sandro Bondi prende l’aereo, ma con difficoltà: se Sandro è un uomo dell’Ottocento di quelli che facevano le traversate oceaniche in nave, Elisabetta è una donna della seconda metà del XIX secolo! Stiamo per scendere quando mi dice: “ho intravisto il comandante dell’aereo. Mi sembra sia Berlusconi!”. Di un tratto comprendo che c’è chi è più stanco di me. Mi consolo.

Diario di un candidato


Commenti
unfetteredthinker
08/04/08 15:30
per non dire dei tedeschi!
Io ho provato a spiegare Veltroni ad un socialdemocratico tedesco... ma come gli si spiega che il PD non è nè nel Partito Popolare Europeo nè nel Partito Socialista Europeo? Quando si spiegano queste cose a chi italiano non è ho l'impressione di fare l'avvocato del diavolo. Facendolo pure gratuitamente mi pare di condividerne l'idiozia...
Francesco P.
08/04/08 18:53
Leggendo dalla Francia
Leggendo dalla Francia quello che scrivono i giornali di Veltroni sembra che le difficoltà nel collocarlo politicamente siano unanimi! Comunque le ultime dichiarazioni e la lettera a Berlusconi confermano che, pur cambiando nome, il PD(S) non ha perso quel senso di superiorità morale di chi ritiene sempre di poter insegnare qualcosa all'avversario politico, mostrando le proprie virtù civiche e umane! Non se ne può più! Speriamo che le urne sanciscano la sconfitta dello "strano animale" Veltroni!
Anonimo
09/04/08 21:19
Sono molto contento che hai
Sono molto contento che hai citato LOCOROTONDO
giorgiomaria
11/04/08 18:32
l'articolo è uscito oggi, 11 aprile, in Francia
l'articolo è apparso su le monde di oggi. eccone uno stralcio: Les Italiens ont accolé à Walter Veltroni un adjectif : " Buonista ". De bonne volonté. " La bonté érigée en idéologie ", interprète Gaetano Quagliariello, proche de Berlusconi. De Veltroni, on dit aussi : " Une main de fer dans un gant de velours. " En d'autres termes : méfiez-vous du buonista.
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