L'economista americano Jeffrey Sachs ha relazionato, di fronte alla Commissione Sviluppo del Parlamento Europeo, lo scorso 5 maggio, la sua posizione rispetto alle decisioni prese dal Parlamento stesso in relazione agli aiuti di “primo soccorso” per l'emergenza alimentare globale. Mr Sachs è stato advisor dell'ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, ed è il pentito ideatore della “terapia shock” di strategia del mercato che venne applicata alla Bolivia nella metà degli anni '90 e nell'Europa orientale dopo la caduta del muro di Berlino.
Il nocciolo del discorso è stato spostare l'attenzione dagli
aiuti umanitari, semplice palliativo, ad altri aiuti di tipo strutturale come
cura più che sintomatica della food crisis. Una riflessione volta a superare le
tante parole che si spendono nel nostro continente (ma anche negli US) senza
nessuna risoluzione concreta.
In aggiunta a questo regime ridotto delle possibilità dei
paesi poveri, vanno annoverati i vari sconvolgimenti climatici degli ultimi
anni, che hanno ovviamente colpito la produzione del cibo col cambiamento dei
tipi di clima che hanno condizionato le stagioni di raccolta.
Sachs suggerisce invece un terzo passaggio, aggiungendo la sua opinione a quelle maggiormente critiche nei confronti dell'utilizzo di biocarburante: “Dovremmo tagliare significativamente i nostri programmi sul biocombustibile, che erano comprensibili in un periodo di prezzi alimentari molto più bassi e di più basse riserve di cibo, ma che non hanno senso ora, in un periodo di globale scaristà di cibo”.
Al commissario Peter Mandelson (http://www.loccidentale.it/node/17189)">come già sottolineato),
l'economista americano replica con una semplicissima constatazione logica: è
vero che il World Food Programme delle Nazioni Unite, la World Bank e molti tra
gli stessi scienziati americani stanno criticando le politiche statunitensi sul
tema, ma queste avrebbero un impatto maggiore sullo scenario mondiale solo perché
si tratta di un programma di portata molto più ampia di quello europeo. Il
punto è che la modesta estensione del cibo, per esempio il frumento, oggi
utilizzato per produrre biocarburante è da moltiplicare in Europa
considerevolmente in proiezione per i prossimi anni; inoltre i terreni di
coltivazione dei cereali vengono trasformati da terreni coltivati a grano a
terreni coltivati a colza o altre materie prime per la produzione di biodiesel.
Il tutto sì con un impatto inferiore a quello statunitense, ma sempre e
comunque con un impatto che è un sacrificio inutile considerando gli scarsi
effetti positivi ambientali ed i comunque presenti effetti negativi sui prezzi.
A parte questo ambientalismo un po' raffazzonato di fondo, dovuto forse al senso di colpa diffuso di chi proprio per intenti ambientalisti ha determinato le politiche di USA ed Europa nella direzione che oggi tutti deprecano, l'input che proviene dall'economista e speriamo approdi nelle menti degli europarlamentari è molto importante: non serve tanto stanziare ingentissime risorse finanziarie per inviare soccorsi ai bisognosi; è necessario (come in Malawi) forzare le economie più deboli ad aumentare ed ottimizzare la produzione. Con gli stessi investimenti ma col coraggio di lasciare l'emergenza ancora sanguinante per un po', senza tamponarla, l'Europa potrà davvero fare qualcosa per risolvere la “food crisis” e riportare il mercato alimentare mondiale ad una situazione di sostenibilità per le popolazioni più povere.


Quello che ha detto il