L’edizione 2010 del tradizionale Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace, reso noto due giorni fa dal cardinale Martino, era fortemente atteso. Anzi, Benedetto XVI stesso era atteso al varco dei problemi ambientali ed egli non se ne è sottratto.
Nei paesi dell’Europa centro settentrionale e specialmente in Germania la sua enciclica Caritas in veritate è stata oggetto di severe critiche quando non di autentiche stroncature proprio sulla questione dell’ambiente e in particolare dei cambiamenti climatici. Per fare solo un esempio, Markus Vogt, teologo di Monaco di Baviera e Segretario della Commissione per la Salvaguardia del Creato della CCEE - il Consiglio delle conferenze episcopali di tutta Europa – ha sparato a zero sul Papa in due articoli, uno apparso in Italia sulla “Rivista di Teologia Morale” e l’altro in Germania sulla rivista specializzata “Amos International”. Egli sostiene che nell’enciclica ci sono troppi silenzi sui cambiamenti climatici, che manca i principio di “sostenibilità”, che non si tiene conto di quanto dicono le scienze naturali e conclude “Nel testo non si trova quasi per nulla un contributo ad una maturazione della dottrina sociale della Chiesa con riferimento alla prospettiva ecologica e di politica dello sviluppo”.
Era quindi logico che i detrattori dell’insegnamento ecologico di Benedetto XVI lo aspettassero al varco del Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, dedicato appunto al tema “Se vuoi coltivare la pace custodisci il creato”. Benedetto XVI non ha disatteso l’appuntamento, ribadendo però il proprio insegnamento e, quindi, scontentando probabilmente ancora una volta tutti coloro che tendono a caricare i temi ideologici di eccessive forzature ideologiche e ne fanno il terreno avanzato della modernizzazione della Chiesa. Ma la Chiesa sa che quando dovesse andare troppo d’accordo con il vento del mondo e con i teologi compiacenti, non farebbe fino in fondo il proprio lavoro.
Il succo del Messaggio può essere trovato in un passaggio del paragrafo 13 dove il papa dice che “una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla più importante della stessa persona”. La Chiesa – continua – esprime perplessità “dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo”, perché elimina la differenza tra l’uomo e gli altri esseri, “favorendo una visione egualitaristica della dignità di tutti gli esseri viventi. Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo”. Secondo la Chiesa all’uomo va confermato “il ruolo di custode e amministratore”, ruolo di cui non deve abusare ma a cui non deve nemmeno abdicare: “Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana”.
In altri termini il Papa conosce bene le insidie ideologiche che si nascondono dietro il nuovo ecologismo e di cui è stato teatro anche il recente summit Onu di Copenhagen. Sa che della scienza bisogna ragionevolmente diffidare perché spesso le sue previsioni vengono forzate e utilizzate in senso propagandistico: perfino Al Gore è stato smentito ieri proprio dallo scienziato da lui citato per dire che tra circa 7 anni i ghiacci polari saranno drasticamente ridimensionati. Sa anche che il concetto di “sostenibilità” è ambiguo e la Chiesa non lo utilizzerà nei propri documenti finché non verrà sufficientemente chiarito in senso umanistico. La sostenibilità non è solo “naturale” ma umana; non va perseguita contro lo sviluppo umano ma tramite esso; non riguarda solo le risorse o la biodiversità ma anche e soprattutto il benessere dell’uomo e il bene comune. Del resto la Caritas in veritate metteva in guardia dai negatori dello sviluppo alla Latouche, perché sono in realtà negatori dell’uomo. Anche il concetto di “precauzione” non è stato mai adoperato dal magistero della Chiesa e infatti non lo è nemmeno in questo Messaggio. E’ preferibile parlare di prudenza o di responsabilità, dato che la parola precauzione vorrebbe dire non agire mai, non assumersi responsabilità perché prima bisogna valutare tutte le conseguenze, cosa del resto impossibile da fare. La precauzione non può essere paralisi deresponsabilizzante.
Nel Messaggio per la giornata della pace appena reso noto, Benedetto XVI non nega che le questioni ambientali abbiano un impatto sulla povertà, né che richiedano profondi ripensamenti del modello di sviluppo, né che comportino la presa in esame di una maggiore sobrietà - che non vuol dire tuttavia solo risparmiare l’acqua quando ci si lava i denti o adoperare le lampade a basso consumo – ma ripropone la convinzione che se non c’è un ripensamento dell’umanità su se stessa e se non si torna a leggere nella natura un discorso su di noi (il “creato”, appunto e non solo un mucchio di pietre) non si riuscirà ad acquisire una nuova responsabilità morale prima ancora che politica.
Sia chi disprezza la natura materiale, sia chi la rispetta più dell’uomo come se fosse in se stessa qualcosa di divino, in fondo non ne legge il messaggio e non accumula sapienza. Si tratta, in fondo, di atteggiamenti ambedue solo tecnici.

