Beniamino Placido, che ci ha lasciato lo scorso 6 gennaio a 80 anni, suscitava immediatamente simpatia, un po’ per la curiosa assonanza fra il suo nome e il suo stile, e ancor di piu' per la somiglianza fisica con Woody Allen, quell'aria vagamente timida e circospetta, lo spirito sarcastico. Come Allen nel mondo del cinema, cosi' Placido nel giornalismo - e soprattutto nell’analisi sociale e di costume - e' riuscito a coltivare la citazione colta accanto ad una ironia salvifica, con punte di (benvenuto) snobismo che non sfociavano mai nell’erudizione presuntuosa o nei toni solenni del predicatore.
Nato nel ’29 a Rionero in Vulture, Placido introduce nel dibattito culturale italiano - di un'Italia sulla strada della modernizzazione - un forte e ritrovato orgoglio identitario, il suo meridionalismo dallo specifico accento lucano. Proveniente da studi classici non ne resta imprigionato ma li reindirizza proprio verso quella modernita' che sta attraversando il Paese, riuscendo a utilizzare il linguaggio televisivo con sempre maggiore curiosità e profondita', catturando l'attenzione dei lettori e degli addetti ai lavori, fino a nobilitare la critica televisiva come un codice di interpretazione della realta' alternativo e complementare a quello letterario o cinematografico.
Dopo l'esperienza in radio, la comunicazione pubblica e istituzionale (lavora alla Camera dei Deputati), e una cattedra di americanista alla Sapienza di Roma, approda ormai avanti negli anni a quella che sara' la sua indimenticata rubrica sulle pagine del quotidiano la Repubblica, “A parer mio”, destinata ad incoronarlo fra le penne piu' autorevoli dell'allora neonato quotidiano di Scalfari - con oltre millecinquecento pezzi all'attivo. Ma anche ore ed ore di televisione in diretta, da “Lascia o Raddoppia” ai fagioli di Raffaella Carra', sempre in cerca di una formula che non tradisca la "buona tv", dove alto e basso, intento divulgativo e rifugio nazional-popolare, si fondono per farsi specchio della societa' italiana, senza censure o facili moralismi.
La domenica, sempre su Repubblica, c'e' un'altra rubrica fissa, “Nautilus”, e sono gli anni dei dibattiti con i grandi scrittori e giornalisti suoi contemporanei, da Arbasino a Ceronetti. Con Indro Montanelli conduce il quindicinale “Eppur si muove”: progressista Placido, conservatore Montanelli, disposti ad analizzare, insieme, i vizi e i pregi italici, quelli esibiti e quelli piu' nascosti. Placido sorprende e diverte, muovendosi sulla scia di “16/35”, il programma di critica cinematografica che nel 1978 lo aveva portato in seconda serata Rai.
Estro e pacatezza lo contraddistinguono quando parla di televisione, con un distacco sconosciuto alla critica parruccona che non va oltre la demonizzazione del mezzo televisivo. E' il “metodo Cechov”, spia del suo amore per la cultura russa, illustrato con dovizia di particolari nel saggio “La televisione col cagnolino”: “il dottor Cechov è buono, conosce tutte le nostre debolezze e ce le perdona tutte. Ci perdona persino se guardiamo la tv”.
Lo ricordiamo direttore culturale del Salone del libro di Torino e critico letterario - nel 1970 seppe decretare il successo di Bukowski in Italia con un solo felice elzeviro su “Storie di ordinaria follia” - e per i cameo in “Porci con ali” ed “Io sono un autarchico” dell’amico Moretti, in cui si fa il verso interpretando il ruolo del critico cinematografico. Era e sara' l’impertinenza a distinguerlo dai suoi eredi, perche', detto senza rimpianti, “essere impertinenti è l’unico modo di essere veritieri” ed essere veritieri, per un giornalista, vuol dire anche essere virtuosi.

