Un vecchio cavallone stava trascinando un grosso cocchio, quando una mosca gli si posò sulla fronte e disse: stiamo proprio facendo una faticaccia a tirare ‘sto peso. La mosca cocchiera delle antiche favole non è morta. Ne abbiamo un bell’esempio da come gli ambienti montezemoliani hanno cercato di mettere le mani sul fenomeno dell’astensionismo. In questa situazione – ha detto Andrea Romano direttore della lucacentrica fondazione Italia futura – non andare a votare è una scelta di qualità.
In realtà il voto per le regionali tenutosi tra i soliti fuochi d’artificio giudiziari, con le operazioni sabota-liste compiute contro il centrodestra combinando efficienza di attivisti radicali e toghe antipatizzanti di Silvio Berlusconi, tra par condicio che non dovrebbe funzionare solo per Michele Santoro, in questo terribile clima questo voto ha visto più o meno una partecipazione nella stessa percentuale di quella registrata per le europee del 2009. Insomma una tendenza, quella italiana, assai diversa dalla francese (quella sì realmente netta: 48 per cento di votanti alle regionali).
Comunque la tentata operazione astensione, che ancora oggi – per dovere di ufficio - stancamente si cerca di tenere in vita (vedi l’editoriale di Marcello Sorgi sulla Stampa) aveva un senso politico disperato ma non banale. Interpretava l’ansia di una serie di forze che sentono sfuggirsi il terreno sotto i piedi e cercano di resistere. In qualche modo anche certi ambienti che rivendicano una strampalata omogeneità con la grande finanza laica di Enrico Cuccia (una stagione splendida ma superata dallo stesso fondatore) e che in nome di questa chiedono di comandare tutto, hanno la stessa impostazione della bellezza dell’astensione. Così quelli che chiedono i due regimi per l’informazione televisiva: la comunicazione politica tutta impacciata tra mille vincoli, mentre gli approfondimenti privi di regole, con libertà assoluta di linciaggio. Carlo De Benedetti era (l’uomo è furbo e basta leggere Massimo Giannini per capire come ha colto il voto del 28-29 marzo) quello che cercava di dare un orizzonte a i vari sommovimenti per riportare l’Italia a un neoproporzionalismo che impantanasse Silvio Berlusconi.
Con tutti i pasticci che spesso riesce a combinare il centrodestra, il cuore della sua missione resta quella di consentire un’Italia in cui nell’economia conti il mercato, in cui nelle istituzioni contino i voti popolari, e nel confronto delle idee la possibilità di esprimersi alla pari. Alla fine è lo spirito antioligarchico che riunisce ceti popolari e borghesia rendendo possibili vittorie come quelle del Lazio e del Piemonte. E’ la cieca arroganza dei Tar, dei Santoro, delle procure di Trani, dei linciaggi a Bertolaso (e anche a Scaglia) che alla fine mobilita l’elettorato del centrodestra anche quando si sente un po’ annoiato da una non perfetta gestione della cosa politica da parte dei suoi leader. Alla fine prevale la lucofobia (qualche volta un po’ maniacale) che c’è in tanti di noi.
Sia chiaro questo è un modo di aprire una via non di percorrerla. In questo “modo” c’è anche quella che Giuseppe De Rita chiama un’identificazione semplificatrice dell’individuo con il leader: una forza potente ma alla lunga inadeguata. Naturalmente c’è anche tanta e crescente capacità di governo, da Giulio Tremonti a Maurizio Sacconi, da Roberto Maroni a Luca Zaia. Ma ogni vittoria “semplificatrice” richiede che questa capacità si accresca. O le delusioni saranno amare.


Anche contro Bertolaso
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