Mancano 24 ore all’assemblea dei mille che lo investirà ufficialmente come segretario del Pd e Pier Luigi Bersani stringe i tempi e tira le somme di questi primi dieci giorni da leader del Partito democratico. Un periodo breve ma intenso speso nel tentativo di definire il puzzle delle cariche di partito ma anche di piazzare le prime tessere nel mosaico delle candidature per le Regionali di marzo, ancora in larga parte in alto mare.
Bersani, in questi giorni, ha incontrato i presidenti della Camere e i leader di tutti i partiti d’opposizione. Ha aperto un dialogo sulle riforme istituzionali specie con Gianfranco Fini e Renato Schifani, dicendosi disponibile a collaborare su legge elettorale, regolamenti parlamentari, Senato federale. Una rotta dialogante ma non troppo che cercherà di illustrare ai suoi nell’assemblea di domani. Al contempo sta lavorando a una difficile impresa: coinvolgere quanto più possibile le minoranze del partito nella nuova gestione, contenendo le perdite conseguenti al suo insediamento e al ritorno alla strategia ulivista di inclusione delle sinistre.
La cerimonia degli addii continua. Dopo l’uscita di Francesco Rutelli e il ritiro dalla politica di Massimo Cacciari ieri si è aggiunto l’annuncio di Massimo Calearo - ex presidente di Federmeccanica e uno dei fiori all’occhiello delle candidature veltroniane - che ha comunicato di non riconoscersi in una svolta a sinistra come quella che si sta consumando nel Pd, con conseguente passaggio nel Gruppo Misto. Una fuga che potrebbe non esaurirsi qui. Per questo il segretario, incontrando i maggiorenti del partito, non perde occasione per ribadire l’intenzione di voler procedere con una “gestione plurale”, con il coinvolgimento delle minoranze. A Dario Franceschini, ad esempio, è stata proposta la guida del gruppo alla Camera, e, sia alla sua componente che a quella di Ignazio Marino, verrà chiesto di assumersi la responsabilità di qualche dipartimento nell’esecutivo del Pd, mentre Piero Fassino potrebbe essere confermato nel suo ruolo di responsabile Esteri.
Per la presidenza del partito c’è da sciogliere il nodo collegato al nome di Rosy Bindi. La pasionaria ex Ppi, infatti, ha il problema della doppia carica, essendo anche vicepresidente della Camera. Il Codice Etico del Pd prevede all'articolo 3 l'incompatibilità tra cariche istituzionali e di partito. C’è, però, chi vorrebbe procedere a colpi di deroghe come fa ad esempio Livia Turco, secondo la quale l’ex ministro “saprà svolgere benissimo il ruolo di garanzia” di presidente del Pd non incompatibile con la vicepresidenza della Camera.
Quanto alle regionali, la prima posizione in discussione, un po’ a sorpresa, è quella di Mercedes Bresso in Piemonte. Il rutelliano Lorenzo Dellai preferirebbe puntare sul nome di Sergio Chiamparino ma il bersaniano Gianfranco Morgando fa sapere che il Pd intende continuare a puntare sulla Presso. I Verdi, con cui Bersani ha avuto contatti in settimana, ma anche Sinistra e Libertà e Rifondazione chiedono volti nuovi in Campania. C’è poi l’emiliano Vasco Errani che avrebbe espresso a Bersani il desiderio di avere incarichi diversi ed eventualmente occuparsi del partito. Anche Claudio Martini per la Toscana scorso ha annunciato che non si ripresenterà per favorire il ricambio. In discussione anche la ricandidatura di Rita Lorenzetti, in Umbria, così come resta da coprire la casella del Lazio per una corsa che appare decisamente in salita per il Partito Democratico.
Di certo la selezione dei candidati finirà per fare da cartina da tornasole dei vari “mal di pancia” che attraversano il partito. Stasera, ad esempio, gli ex Popolari dopo l'uscita di Francesco Rutelli dal Pd saranno al centro di un “conclave” in vista dell’assembela di domani al quale sono attesi anche esponenti del mondo associativo e sindacale. Alla riunione parteciperà l'ex ministro Giuseppe Fioroni – ma non Dario Franceschini - e numerosi parlamentari. Nei giorni scorsi è aumentato il malessere tra molti ex Popolari secondo i quali non si è fatto abbastanza nel Pd per trattenere Rutelli. Nel pomeriggio si riuniscono anche i delegati della mozione Marino, in un hotel del centro di Roma mentre una riunione dei parlamentari bersaniani - inizialmente prevista per questa sera - è stata disdetta per lanciare un segnale di pace e assicurare che l’assemblea di domani si tenga in un clima di serenità. Un gesto di apertura che fa da preludio alla difficile opera di ricomposizione e ricucitura interna a cui Bersani proverà a dare corpo fin dal suo intervento di domani.

