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Uomini di regime

Bilenchi, quell'intellettuale diviso fra l’Italia in camicia nera e l’Urss

10 Gennaio 2010

Sull’ultimo numero della rivista “Nuova Storia contemporanea” (novembre-dicembre 2009) si può leggere un intervento firmato da Paolo Buchignani dedicato a uno delle figure più interessante del panorama giornalistico-letterario del “secolo breve”. Lo scrittore in questione si chiamava Romano Bilenchi, era nato nel primo decennio del Novecento a Colle Val d’Elsa nel 1909 e, dopo essere stato fra i più attivi esponenti delle cosiddetta “sinistra fascista”, era passato, armi e bagagli, al piccì, dirigendo sino al fatale cinquantasei il “Nuovo Corriere” di Firenze, il più pregiudicato e “liberale”, fra i quotidiani fiancheggiatori di Botteghe Oscure. Dopo la chiusura del giornale, si era ritirato dall’agone pubblico, dirigendo sino alla pensione la “terza” della “Nazione”. Solo negli ultimi anni, dopo essersi riavvicinato al partito comunista, era tornato a riflettere su i suoi trascorsi, in particolare in uno dei suoi testi di densi e artisticamente azzeccati, “Amici”.

In precedenza, fra le more dell’attività di intellos discreto quanto fervente, Bilenchi, aveva pubblicato, peraltro con molta parsimonia e altrettanto lunghe pause, alcuni testi, in special modo racconti lunghi, che rappresentano, uno fra i contributi più significativi del primo Novecento nostrano.

Il pezzo di Buchignani è interessante per più di una ragione. Innanzitutto perché ricostruisce un clima e un ambiente, quello della “fronda” fascio-comunista, che ebbe un certo peso durante gli anni della dittatura. Si trattava, perlopiù, di giovani che scrivevano su quelle riviste giovanili, legate al Guf o alle federazioni locali del Pnf, nella fattispecie i fiorentini “Il Bargello” e “L’Universale” di Berto Ricci, in un cui si sottolineava il carattere anti-borghese del regime e si rimarcavano i punti di contatto fra l’Italia in camicia nera e l’Unione Sovietica.

Buchignani descrive bene la loro carica anticapitalistica, una fede talmente radicata da arrivare al punto, come notava lo stesso Bilenchi nel 1936, di “rimproverare a Mosca di essere stata poco rivoluzionaria”. Un atteggiamento di scavalco a sinistra dello stalinismo che non era più di tanto fuori quadro e che, anzi, poteva in più di una circostanza, contare sull’avvallo, più o meno diretto, dello stesso Duce.  Il dittatore coccolava i suoi ragazzi di bottega, spesso li riceveva a Palazzo Venezia, ne gratificava le ambizioni, cooptandoli al “Popolo d’Italia”, anche se, all’occorrenza, ne spuntava gli aculei polemici o addirittura ne censurava certe prese di posizioni troppo ardite. “In realtà Mussolini”, scrive l’autore, “da politico pragmatico e spregiudicato qual era, li sosteneva soltanto quando riteneva che la loro azione fosse funzionale o, almeno, non configgesse con la sua politica. In caso diverso non esitava a colpirli, ma sempre adoperandosi abilmente per far ricadere la responsabilità delle azioni repressive su altri: i prefetti, i gerarchi, che censuravano o sopprimevano le loro riviste, che li emarginavano, li sospendevano o li cacciavano dal partito. Egli era molto attento ad alimentare la passione, la fiducia, il vero e proprio culto che quei giovani sovversivi nutrivano per la sua persona, a presentarsi ai loro occhi come un ‘padre buono’, che sta dalla loro parte, che è animato dalle loro stesse aspirazioni, che persegue gli stessi obiettivi… E così veniva percepito da quei ragazzi, che a lui sovente si rivolgevano proprio come figli al ‘padre’, per chiedere aiuto, protezione, giustizia per un torto subito, per trovare una soluzione ai loro problemi”.  Con un’analoga trama di ambiguità, una volta attraversato il guado verso la chiesa comunista, dovrà fare i conti il Bilenchi pubblicista di punta troppo osè rispetto alla linea ufficiale del partito. Occasione è fornita dall’insurrezione polacca del 1956 dove le posizioni del “Nuovo Corriere” suonano segnatamente “eretiche”.

A distanza di molto tempo lo scrittore senese, siamo alla fine degli anni Ottanta, si dichiarava convinto, lo stesso era capitato in precedenza con Mussolini, di essere stato, in quel difficile passaggio, difeso da il “Migliore”, il suo nuovo “padre buono” post bellico. “Togliatti era un grand’uomo”, spiegava Bilenchi, “non credo nella sua famosa doppiezza e se dicessi che era uno stalinista sarei un porco”. E se non bastasse, subito dopo, aggiungeva che le “responsabilità della chiusura del giornale non furono sue. Secondo me la decisione fu un colpo di mano degli stalinisti”. Ovviamente, fatti e circostanze parlavano un linguaggio altro. Un linguaggio a cui lo scrittore credente non voleva prestar orecchio.

Paolo Buchignani, “Bilenchi dal fascismo al comunismo”, in Nuova Storia Contemporanea, numero 6, novembre-dicembre 2009, euro 10,50.

 

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