Venerdì 10 Febbraio 2012
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Butmir Talks inconcludenti

Bosnia, l'ostacolo Dodik verso l'integrazione euro-atlantica

2 Gennaio 2010

La Bosnia Erzegovina sta attraversando la crisi più grave dalla firma degli accordi di Dayton nel 1995. Lo stallo sulle necessarie riforme costituzionali permane a causa dei veti interetnici e soprattutto dell'ostruzionismo del Primo Ministro della semi-autonoma Repubblica Srpska, il serbo Dodik.

Milorad Dodik.

Quando quindici anni fa Franjo Tudjman, Slobodan Milošević e Alija Izetbegović si accordarono per la pacificazione della penisola balcanica firmando gli Accordi di Pace di Dayton (anche General Framework Agreement for Peace) di fatto congelarono un conflitto sanguinosissimo ma non ne risolsero le cause profonde. In particolare, tramite l’Annesso 4 degli Accordi, i plenipotenziari internazionali e i governanti dell’ex-Jugoslavia tentarono di concepire un sistema costituzionale d’emergenza che riuscisse ad amalgamare nuovamente tre componenti etniche che fino a poco tempo prima si erano scontrate in una guerra fratricida, ponendovi come garante l’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite. Quindici anni dopo, la Bosnia Erzegovina si sta ancora pericolosamente barcamenando tra le velleità di indipendenza dei rappresentanti politici dei gruppi etnici (su tutti il Primo Ministro della semi-autonoma Repubblica Srpska, il serbo Milorad Dodik) e una comunità internazionale molto generosa ma sempre meno protagonista e coordinatrice di un concreto e organico progetto di institution building

In particolare, Sarajevo sta attraversando la crisi più grave dalla fine della guerra ad oggi dovuta ad uno scontro molto aspro tra l’attuale Alto Rappresentante (l’austriaco Valentin Inzko) e Dodik, sempre più recalcitrante a seguire il percorso indicato dalla comunità internazionale. Questa profonda stagnazione istituzionale, causata da una classe politica quanto mai rissosa, che basa il proprio consenso soprattutto su simpatie di stampo nazionalista e sulle mai sanate cicatrici dell’ultima guerra, ha profondamente allarmato i governi di Europa e Stati Uniti che ad ottobre e novembre hanno patrocinato due round di colloqui (i cosiddetti Butmir Talks o Dayton 2) tenutisi presso la base militare internazionale di Butmir e tesi a creare un accordo di massima sui necessari cambiamenti da apportare ad una Costituzione che sta dimostrando tutti i suoi limiti.

Il principale obiettivo degli incontri di Butmir – patrocinati dal Sottosegretario di Stato americano James B. Steinberg e dal Ministro degli Affari Esteri svedese Carl Bildt, su mandato dell’UE – era quello di convincere i politici locali della necessità di cambiare la Carta costituzionale bosniaca nel tentativo di rafforzare lo Stato anche tramite il passaggio di alcune competenze amministrative dalle singole entità al Governo centrale. Più in generale, l’intenzione è quella di avviare un processo virtuoso che consenta la chiusura nel breve periodo dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante e il successivo ingresso della Bosnia nella NATO e nell’Unione Europea. Ennesimo vano tentativo. I governanti locali non si sono dimostrati disponibili al dialogo e ancora una volta Sarajevo ha perso un’occasione preziosa per rinnovarsi e proiettarsi concretamente verso l’integrazione euro-atlantica.

Eppure, la Bosnia Erzegovina attuale non presenta più le catastrofiche condizioni in cui versava nella seconda metà degli anni ’90 e – nonostante lo stallo costituzionale – i progressi istituzionali compiuti fino ad ora si sono rivelati significativi, sebbene sempre caratterizzati da un certo alone di incompiutezza. Ad esempio, se nel luglio 2008 è entrato in vigore l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione (Association and Stabilisation Agreement, ASA) con l’UE, Sarajevo non ha ancora tracciato una precisa road map che permetta di individuare gli obiettivi da conseguire per il definitivo ingresso in Europa. L’arresto dell’ex Presidente della Repubblica Srpska e criminale di guerra Radovan Karadžić – ora detenuto all’Aja – non ha dato al Paese quella spinta e quella fiducia nel futuro che ci si poteva attendere. Da ultimo, la recente elezione della Bosnia quale membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2010-2012 è stato accolta con ironia nei circoli internazionali più prestigiosi che guardano al piccolo paese dei Balcani occidentali come ad un agglomerato di popoli che molto meglio vivrebbero se separati.

Sebbene sia lentissimo, il processo irreversibile di avvicinamento verso le istituzioni europee e verso la NATO è comunque evidente. Ma perché si velocizzi in modo significativo lo status quo istituzionale deve essere superato attraverso un mutamento radicale sia dei poteri intrusivi conferiti all’OHR sia della struttura istituzionale di governo cui la riforma costituzionale deve sopperire al più presto. E sono proprio i politici locali a doversi convincere che per una stabilizzazione definitiva, il Paese va riformato dalle fondamenta, dandogli una conformazione più moderna e democratica possibile. Soprattutto, in futuro bisognerà evitare che la sopravvivenza della Bosnia Erzegovina come Stato unitario giaccia nelle mani di politici che, come Milorad Dodik, se esternamente si dimostrano ben disposti alle trattative e alla collaborazione con la comunità internazionale e le istituzioni centrali di Sarajevo, all’interno delle loro entità non fanno mistero di velleità indipendentiste che distruggerebbero quattordici anni di ricostruzione, sconvolgendo i delicatissimi equilibri regionali.  

Con queste premesse, il lungo processo di ristrutturazione del sistema-paese, iniziato nel 1995, si deve chiaramente incanalare nel percorso verso Bruxelles perché la Bosnia Erzegovina, come del resto l’intera regione balcanica, fa parte dell’Europa e dello spazio di sicurezza euro-atlantico. I bosniaci e i popoli balcanici hanno diritto a fruire dei benefici di questa appartenenza e in futuro non dovranno continuare a  rappresentare una sacca isolata di sottosviluppo. Vi saranno, altrimenti, ripercussioni negative non solo nel Paese, ma in tutto il resto d’Europa.

Commenti
carlo II
01/01/10 22:59
non è così
La signora Poggi sogna come la diplomazia europea e statunitense. Una qualche pace in Bosnia si potrà mantenere solo fin quando ci sarà una presenza militare internazionale. Appena le truppe saranno ritirate scoppieranno nuovi conflitti, ora impossibili proprio per la presenza militare internaz.le. Spiace che la diplomazia italiana, che pure sta a due passi ed ha l'esperienza delle vicende della Dalmazia e Venezia Giulia ai danni degli Italiani di colà, si accodi alla miope visione di Washington, Berlino, Bruxelles.
mj23
04/01/10 15:11
ridicoli e ipocriti!
Ecco cosa siete, ridicoli e ipocriti! Con quale faccia potete avere il coraggio di affermare che Milorad Dodik è un pericolo per la stabilità perchè "osa" difendere l'autonomia dei serbi in Bosnia-Erzegovina, quando state contemporaneamente appoggiando con forza la secessione illegale del Kosovo dalla Serbia prendendo le difese di un personaggio aberrante come Hashim Thaçi, terrorista, guerrigliero, narcotrafficante, leader politico dell'Uçk e attuale "premier" del Kosovo "indipendente"? Ridicoli, perchè non riuscite a vedere al di là dei paraocchi schiavistici che vi hanno imposto i vostri padroni americani. Ipocriti, perchè avete la faccia tosta di presentare come "legittima autodeterminazione" quella degli albanesi del Kosovo mentre nello stesso tempo negate addirittura il solo "diritto all'autonomia" (non indipendenza, autonomia!) ai serbi della Bosnia-Erzegovina. Non avete mai capito nulla dei Balcani, voi, e mai nulla ci capirete finchè continuerete a farvi imporre beceri diktat da Washington! Saluti e buon 2010.
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