Venerdì 10 Febbraio 2012
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Tagli all'Università

Le proteste dei prof. sono inutili. All'Università serve il sacrificio di tutti

10 Luglio 2008

SEQ CHAPTER \h \r 1Sono francamente colpito dalle reazioni di quel consistente numero di docenti universitari, miei colleghi, che da due settimane preparano appelli, invitano alla mobilitazione, ma soprattutto si lamentano delle norme sull'università contenuto nel decreto legge n. 112 (25 giugno 2008) intitolato "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria". 

Dico "colpito", e non stupito, perché in un buon numero di queste reazioni è evidente il carattere direttamente politico della protesta. Per chi odia il Silvio Berlusconi, il suo governo e la sua coalizione, e per chi fa dell'antiberlusconismo l'unica bandiera e ragione di vita, ogni occasione è buona. Valga, per tutti, l'appello di Alessandro Morelli, professore ordinario di Chimica Biologica all'Università di Genova, il quale il 3 luglio sosteneva che il governo "progetta lo smantellamento dell'Università, nell'ambito di un più generale progetto di smantellamento dello Stato di Diritto". Morelli proponeva salvificamente che l'Ateneo genovese nominasse una "commissione di saggi" che formalizzasse una denuncia contro Berlusconi per la sua "protervia" contro la magistratura, i guai con la giustizia, nonché la sua interpretazione delle intercettazioni telefoniche "erotiche". Morelli terminava tuonando: "Qui la politica non c'entra. È questione di di dignità nazionale". Salvo pochi giorni dopo (9 luglio) sostenere che negli ultimi quindici anni è stato il "berlusconismo" il "principale  protagonista e ispiratore di un terribile declino materiale ed etico" e invitare i colleghi a contattare "il Senatore Professore Francesco Pancho Pardi" dell'Italia dei Valori. Ma lasciamo perdere. Qui, come già detto, la politica c'entra eccome, e l'università non è che una scusa. 

Veniamo invece al contenuto del coro di proteste. Qui in realtà, tutti dicono una cosa sola: vogliamo più soldi, più assunzioni, e l'intoccabilità dei cosiddetti diritti acquisiti. Si veda, per tutti, il comunicato del Comitato Direttivo Nazionale della cosiddetta Federazione Lavoratori della Conoscenza della CGIL (2 luglio 2008), che recita a pappagallo la solita solfa, tanto roboante quanto corporativa, che da anni la contraddistingue: "inaccettabile ... scelta di procedere a significativi e rilevanti tagli e risparmi"; "processo di privatizzazione, finanziato con risorse pubbliche"; "attacco alla possibilità di mantenere nel nostro Paese un luogo di ricerca e didattica libero"; "attacco ai diritti contrattuali del personale tecnico ed amministrativo"; "grave la riduzione dei finanziamenti ordinari"; riduzione delle piante organiche; incremento del precariato e limitazione drastica del turn-over. E andate dicendo. 

Il segretario generale della CISL, Antonio Marsilia, riprende la litania dei colleghi della CGIL, ma nello specifico lamenta la fine degli scatti biennali per i professori universitari e la riduzione di collaborazioni e consulenze alla Pubblica Amministrazione, "a volte" così "necessarie nella ricerca". La possibile trasformazione delle università in fondazioni (vedi sotto) è poi vista da Marsilia come il peggior di tutti i mali: "depauperamento generale per tutti gli Atenei"; fine delle garanzie per il diritto allo studio; trasformazione del rapporto di lavoro pubblico a rapporto privatistico "con tutte le negatività connesse, in primis la precarietà dell'impiego". 

Se dunque non stupiscono né le boutades dei missionari antiberlusconiani alla Morelli-Pardi né i proclami vetero-corporativi di CGIL e CISL, colpisce però l'appiattimento su quelle posizioni dei docenti universitari, o quantomeno di quelli che hanno finora fatto sentire la loro voce. Appena ci toccano nelle nostre tasche (certamente più fortunate di quelle di altre categorie di lavoratori), diventiamo di colpo postelegrafonici, ferrovieri, taxisti, minatori, metalmeccanici, o pensionati. Diventiamo come tutti coloro che, nella peggior logica sindacal-qualunquista, predicano fine degli sprechi e riorganizzazioni, ottimizzazioni e efficientismo, purché siano sempre "gli altri" a subirne le conseguenze. Ma come? Non dovremmo essere noi universitari quelli che pensano, che innovano, che contribuiscono con la loro originalità, la loro capacità di analisi e l'unicità della loro specializzazione alla miglior formazione della società del presente e soprattutto del futuro? Forse che i bei discorsi sulla produttività scientifica e sul merito finiscono non appena si trasforma lo scatto biennale in scatto triennale? Non dovremmo essere proprio noi coloro che insegnano a contestualizzare e a riconoscere nello sviluppo della società la diversificazione dei ruoli? 

Indubbiamente, il decreto legge ha dei pesanti risvolti finanziari sulle università (ma non necessariamente sugli enti di ricerca), con tagli di vario genere che qui non staremo a enumerare perché ormai ben noti. Questi riguarderanno gli stipendi di docenti e amministrativi, i trasferimenti ordinari dello stato e la riduzione del personale in essere e l'assunzione di nuovo personale almeno fino al 2013. Subiremo tutti le conseguenze di questi tagli e di queste riduzioni. Lo subiranno soprattutto quei giovani studiosi che continueranno ad andarsene dall'Italia per poter continuare a studiare e a fare ricerca. Ma forse questi anni di sacrifici (nostri) prepareranno la strada a una nuova generazione che potrà forse godere di un clima economico risanato, o quantomeno meno disastrato di quello che ci hanno lasciato in eredità trent'anni di malgoverno falsamente assistenzialista. 

E colpisce ancor più che, tutti presi dal controllo minuzioso delle percentuali dei tagli di spesa previsti dal decreto, così poca attenzione sia stata prestata all'unica parte veramente politica del decreto legge, quella che riguarda la possibile trasformazione delle università in fondazioni. Al di là dei pochi cori ritualistici sulla supposta degenerazione privatistica degli atenei ("chi tutelerà la libertà di ricerca e di didattica"?, tuona la CGIL; "Non sarà più garantito il diritto allo studio!", minaccia la CISL), nessuno ha sottolineato il fatto che l'art. 16 prevede la possibilità (e non l'obbligo) di una tale trasformazione, che comunque questa deve essere approvata dal Ministero della Pubblica Istruzione di concerto con il Ministero dell'Economia. Nessuno ha sottolineato il fatto che le fondazioni saranno "enti non commerciali" che non consentiranno la "distribuzione di utili" e che "eventuali proventi ... [saranno] destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime". Non solo, ma che in quanto fondazioni le università potranno incentivare le donazioni private perché queste ultime saranno "interamente deducibili dal reddito".

Semmai, se ci fosse una critica da fare a questo articolo, peraltro innovativo e che a nostro avviso va nella direzione giusta, è che l'autonomia "gestionale, organizzativa e contabile" dei nuovi atenei-fondazioni sarebbe ancora fortemente limitata dal fatto che il sistema del finanziamento pubblico rimarrebbe immutato, e che perfino i loro statuti e regolamenti dovrebbero essere approvati dai ministeri competenti e sottoposti al vaglio della Corte dei Conti, continuando ad applicarsi a esse "tutte le disposizioni vigenti per le Università statali". 

In un recente articolo apparso su L'Occidentale ("La Gelmini deve osera di più se vuole ridare dignità all'Università"), apparso il 20 giugno, prima dunque di questo decreto legge, avevamo sostenuto che il ministro Mariastella Gelmini era stata fin troppo timida nell'enunciare i programmi della sua gestione universitara di fronte alla Commissione Cultura della Camera. Quanto contenuto nel decreto legge governativo del 25 giugno ci fa ben sperare in un futuro di riforma e di innovazione, anche se, cari colleghi universitari, saremo proprio noi a a pagare, insieme a tante altre categorie ben più sfortunate di noi, e purtroppo per alcuni anni, il costo delle dissennate politiche di spesa della gestione politica di tutta una generazione.

Commenti
Sukran
10/07/08 12:46
speranze...
non è facile credere che minando le basi del sapere se mettano le basi per il futuro... ogni governo, di sinistra o di destra, chiede sacrifici dicendo che servono per riparare i danni del governo precedente; ogni opposizione, di sinistra o di destra, critica i sacrifici imposti asserendo che se fosse al governo avrebbe fatto in modo assolutamente diverso. e il gioco continua...
Nicola
10/07/08 13:14
Grande discorso.
Condivido in pieno il discorso del Prof. Codignola. Affinché l'Italia abbia degli atenei davvero competitivi e di un livello paragonabile a quello di certi Paesi, non possiamo permetterci il "lusso" di avere delle università che sono dei veri e propri "carrozzoni di Stato". A meno che qualcuno non desideri che le università italiane facciano la fine dell'Alitalia o della Parmalat. Il ministro Gelmini non deve desistere di fronte all'opposizione di una parte del mondo accademico: certi docenti sono soltanto interessati a difendere i propri privilegi feudali. Chi vuole un'università di qualità, meritocratica, efficiente e competitiva è con il Ministro!
Anonimo
10/07/08 14:56
La demente proliferazione di
La demente proliferazione di sedi universitarie (si fa per dire) richiesta e consentita da tutti, comunità varie e governanti ha un prezzo anche in termini di risorse; non tutte hanno docenti con produzioni scientifiche di un qualche rilievo ma in compenso istituiscono corsi di laurea dove si insegna ad arare il cielo e seminare sulle nuvole. Impoverimento della ricerca, ma di quali ricerche si parla se le facoltà scientifiche di base, Matematica, Fisica, Chimica sono ridotte al lumicino! Quali Maestri formano i nostri giovani, forse esagitate nullità che esibiscono il meglio di se stessi in atteggiamenti scomposti e incivili invocando regole e valori morali a cui si sottraggono quando ne debbono dare coerente testimonianza?
Scientist
10/07/08 16:33
Da ricercatore non condivido
Da ricercatore non condivido affatto il bel discorso di cui sopra: 1) dopo una laurea (pagata con sacrifici da parte dei genitori), dottorato di ricerca (sottopagato), 3 anni di lavoro gratis e un anno all'estero (Giappone) mi devo ritenere più fortunato rispetto a un mio amico (collega di studi nelle scuole medie) che ora è geometra e guadagna più di me e da molto prima? 2) Io ritengo che lo stato debba guardare ai cittadini come un buon padre di famiglia. Un padre farebbe debiti per garantire ai suoi figli salute e istruzione: tagli si ma MAI ad istruzione e sanità!
Scientist
10/07/08 16:33
Da ricercatore non condivido
Da ricercatore non condivido affatto il bel discorso di cui sopra: 1) dopo una laurea (pagata con sacrifici da parte dei genitori), dottorato di ricerca (sottopagato), 3 anni di lavoro gratis e un anno all'estero (Giappone) mi devo ritenere più fortunato rispetto a un mio amico (collega di studi nelle scuole medie) che ora è geometra e guadagna più di me e da molto prima? 2) Io ritengo che lo stato debba guardare ai cittadini come un buon padre di famiglia. Un padre farebbe debiti per garantire ai suoi figli salute e istruzione: tagli si ma MAI ad istruzione e sanità!
Nicola
10/07/08 18:40
x Scientist
Caro Scientist, prima di tutto io non metterei sullo stesso piano istruzione e sanità, poiché la salute delle persone è una cosa molto più delicata ed è pertanto opportuno che nell'ambito della sanità si agisca con somma prudenza. Nella scuola e nell'università, invece, si può e si deve intervenire con maggiore fermezza e decisione operando scelte adeguate ed incisive, volte a garantire a tutti un'istruzione che sia qualitativamente migliore e più meritocratica. Anche se questo dovesse significare attirarsi le critiche di chi vorrebbe che tutto rimanesse fermo ed immobile. Ciò va fatto per garantire i ceti medio-bassi: chi è benestante, infatti, può permettersi di studiare in una scuola o in un'università privata di qualità, a differenza di chi benestante non è, costretto invece a dover necessariamente studiare nelle scuole e nelle università pubbliche. Se il servizio pubblico continuerà a non essere in grado di offrire servizi di qualità, chi resterà fregato è proprio chi non è ricco o benestante. Inoltre la scuola e l'università sono diventate una sorta di ammortizzatore sociale nel quale "piazzare" laureati senza altre prospettive di lavoro (cosa che avviene con un vergognoso sistema clientelare). Abbiamo, quindi, una scuola ed un'università che sono dei veri e propri "carrozzoni di Stato", dove l'efficienza ed il merito ormai non contano più nulla. Un'ultima cosa: bisogna ammettere che la selezione del corpo docente nelle università italiane avviene secondo criteri che tutti conosciamo e che solo gli ipocriti negano o fingono di non vedere. Se i docenti universitari vogliono continuare a gestire in maniera feudale, familiare e personalistica l'università anziché con criteri di pubblica trasparenza, facciano pure! Ma non vengano poi a pretendere i finanziamenti dello Stato! Cordialmente.
Dino Cifrancesci
10/07/08 18:56
Articolo di Luca Codignola
Meglio non si poteva dire ma, purtroppo, viviamo in un paese in cui le 'istanze corporative' sono sempre quelle degli altri, Conforta, però, sapere che all'Università--e soprattutto nelle facoltà umanistiche le più colpite dalla sessantottite--ci sia qualcuno che conserva quello che un tempo si chiamava .
10/07/08 19:59
Buon Padre di famiglia
Dissento con chi ha scritto che non si deve mai lesinare sull'istruzione e la sanità (e io lavoro in sanità). La realtà è che un buon padre di famiglia DEVE sostenere un figlio solo se l'istruzione che persegue gli darà un qualche vantaggio nella vita. Tutta quella gente che fa lettere, che cavolo di lavoro pretendono di fare da grandi? Tutti i professori di lettere alle superiori? O che altro? E tutti i laureati in filosofia? Lo stesso vale per i ricercatori, che vogliono fare i ricercatori a vita nelle università statali italiane per uno stipendio ridicolo. Trovarsi un lavoro vero, nel mondo del lavoro, per uno stipendio vero? Troppo in basso per le loro aspettative? Le università e la ricerca devono essere privatizzate, in modo da potersi liberare di tutti gli inutili strati di burocrazia e di fannulloni che ci sono. Un barone, in una università privata, non dura. Perché non produce come chi fa veramente ricerca e non occupazione del potere.
Anonimo
11/07/08 12:26
In che modo i tagli
In che modo i tagli porterebbero meritocrazia non è dato sapere. Capisco ci fosse anche qualche riforma di qualche tipo, ma dire "con meno soldi funzionerà tutto meglio" è solo il solito ritornello per risparmiare qualcosa. La privatizzazione poi... Ma cosa cambia se i soldi li passa comunque lo stato? Solito vecchio tran tran che sentiamo da 20 anni, destra o sinistra che governino...
rosario nicoletti
11/07/08 15:41
vittimismo e realtà
A parte le piacevoli sciocchezze che vengono “sparate” da più parti ( smantellamento della scuola pubblica, dello Stato di Diritto, bla, bla….) va riconosciuto che il provvedimento del governo rappresenta solo un irrazionale restringimento dei cordoni della borsa, senza essere parte di alcun disegno riformatore. Nel caso dei professori universitari, che per varie traversie normative, che pochi ricordano, hanno avuto una esagerata progressione stipendiale a compensazione di un arretramento degli emolumenti all’inizio di carriera, il risultato sarà che quasi nessuno riuscirà a raggiungere il massimo dello stipendio. Se non coloro, non credo numerosi, che vinceranno il concorso di prima fascia a ventisette anni. Penso che questo non incoraggerà i migliori ad intraprendere la carriera universitaria. La trasformazione degli atenei in fondazioni può dare buoni o cattivi frutti: dipende dalle modalità con le quali questa possibilità verrà realizzata. Anche qui, “sparare” una disposizione di legge ed affidarsi al caso per la sua realizzazione può portare a pessimi risultati. Analoghi, tanto per fare un esempio pertinente, ad i cattivi esiti della tanto celebrata autonomia universitaria.
Carlo
15/07/08 14:28
Non riesco proprio a capire
Non riesco proprio a capire come i ben noti problemi di immobilismo e gestione "feudale" delle risorse (sia umane che economiche) da parte dei "baroni" universitari possano essere combattuti (se non risolti) dalla norma sul turn-over. Qualcuno mi sa illuminare, per favore? I suddetti problemi vanno risolti, ma con metodi che abbiano un senso che non sia quello di fare tagli generalizzati sulla spesa pubblica. Mi pare ben troppo evidente che la norma sul turn-over ha un senso solo in settori dell'amministrazione pubblica dove il numero degli occupati è addirittura sovradimensionato, specie rispetto al livello di servizi offerti (penso ad esempio a tanta parte di P.A. legata a impieghi burocratici). Ma l'università e la ricerca non hanno le stesse esigenze!!! Pensiamo invece a introdurre criteri seri per la famosa meritocrazia, tanto citata dal ministro ma i cui criteri non hanno mai preso forma... Sulla base di questi criteri, allora, ci si potrà addirittura permettere di ridurre i finanziamenti mantenendo, se non elevando, il ritorno dell'investimento. Invece, l'effetto di quanto vuole introdurre il governo sarà solo quello di tagliar fuori (così, tanto a qualcuno doveva capitare...) un'intera generazione di ricercatori che in numero maggiore rispetto al passato dovranno trovare la propria strada oltre confine. Il ministro e il governo DEVONO diversificare questa norma sul turn over nella P.A., è assolutamente insensato pensare di far bene agendo in modo così generalizzato su una realtà così variegata.
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