Le imminenti elezioni regionali hanno un valore determinante per la politica italiana. Forse è un fatto improprio. Forse in un paese normale le elezioni per i governi regionali conterebbero per quel che sono e non per quel possono diventare. Forse i cittadini delle regioni chiamati alle urne avrebbero il diritto di scegliersi i propri amministratori semplicemente valutandone le qualità e senza temere (o sperare) che il risultato elettorale possa determinare sconquassi negli equilibri nazionali. Ma noi siamo in Italia e l’Italia (si sa) è un paese eccezionale!
Ma altrettanto eccezionale è lo spettacolo al quale stiamo assistendo nella fase di predisposizione delle candidature dei maggiori partiti. Ed in particolare eccezionale è la linea politica che sta seguendo colui che, pur essendo stato allievo del più grigio uomo politico della storia d’Italia, è ormai diventato il più fantasioso ed immaginifico dei leader politici nazionali: Pierferdinando Casini (anche detto – non a caso – Pierfurby).
Anziché decidere di perseguire orgogliosamente ed ostinatamente la propria solitaria strategia neo-centrista; anziché decidere di appoggiare i candidati del centrodestra ricucendo lo strappo del 2008; anziché decidere di appoggiare i candidati del centrosinistra nella speranza di aiutare il PD a sfuggire all’abbraccio mortale della sinistra radicale (e di Di Pietro); il Pier nazionale ha deciso di seguire contemporaneamente tutte e tre le strategie. E’ in attesa di conoscere i nomi dei candidati dei partiti maggiori e si riserva di decidere se e chi appoggiare. E tutto ciò in nome – lui dice – dell’autonomia delle regioni e del rispetto dei territori! In nome della valutazione delle persone e dei programmi! Ma figuriamoci: mai visto in sessant’anni di storia repubblicana un democristiano interessato ai programmi.
La verità è che la strategia casiniana è semplicemente finalizzata a far saltare gli equilibri politici nazionali che per lui sono in questa fase particolarmente scomodi. L’obiettivo è porre fine a quel bipolarismo (straccione finché si vuole, ma pur sempre bipolarismo) del quale gli Italiani sono faticosamente riusciti a dotarsi dopo quarant’anni di palude democristiana. E per far questo Casini sa perfettamente che per prima cosa è necessario sbarazzarsi di colui che è stato l’artefice di questo piccolo miracolo italiano: Silvio Berlusconi. Ecco perché Casini è pronto ad appoggiare in Puglia il candidato di D’Alema (turandosi il naso per la compagnia di Di Pietro e semmai anche della sinistra radicale, se mai si riuscirà a rabbonire Vendola), nel Lazio la candidata di Fini, Renata Polverini, in Piemonte la governatrice uscente Mercedes Bresso e nel Veneto è alla disperata ricerca di un candidato moderato sul quale formare una union sacreé da contrapporre all’odiato leghista Zaia.
In questo modo, Casini ha la ragionevole speranza di poter minimizzare i rischi (con qualunque risultato lui potrà cantare vittoria) e massimizzare i guadagni (raccattare un po’ di potere regionale, che per un partito di “famelici” democristiani non è mai male; strizzare l’occhio a potenziali nemici accomunati dall’antiberlusconismo – D’Alema, Fini -, continuando per di più a propagandare la famosa autonomia e coerenza dell’UDC).
Ma se è chiaro il ragionamento che sta alla base della strategia casiniana, non lo sono affatto i motivi che dovrebbero spingere il PD ed il PdL ad assecondarla. Per quanto riguarda il PD, se è evidente come nella nuova stagione di Bersani il tema delle alleanze sia centrale è altrettanto chiaro come questo debba essere declinato in modo coerente. Un sistema di alleanze a geometrie variabili potrà forse essere utile per limitare i danni immediati nelle prossime regionali, ma rischia di determinare danni ben maggiori nel medio periodo. Se la strategia di Casini di far saltare il bipolarismo dovesse avere successo il prezzo più alto sarebbe pagato proprio dai democratici che, ad oggi, sono ancora una mescolanza non compiuta e litigiosa di ex comunisti, ex democristiani, ex verdi, ex laici, ex radicali …. Certo, la lucida mente politica di Massimo D’Alema spinge in questa direzione sulla base del presupposto che in politica conti solo l’oggi, tanto “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Sarebbe però il caso che il segretario del PD ricordi che “Baffetto”, se è imbattibile nella tattica politica, è assolutamente un disastro nella strategia e che finora il suo curriculum politico è una lunga serie di fallimenti.
Ma anche maggiori sono i rischi che corre il PdL. Sono evidenti le ragioni di quanti ritengono che lo strappo consumato da Casini quando fece il gran rifiuto (di confluire nel PdL) vada ricucito. Di coloro che ritengono che una grande forza politica popolare, moderata, liberale e conservatrice non possa ritenersi compiutamente costruita sino a quando vi sarà un avversario politico che si riconosce negli stessi valori ma si colloca su un versante politico opposto. O di quanti fino a poco tempo fa credevano che Pier Ferdinando Casini aveva tutte le carte in regola per diventare il leader del centro destra, portando a compimento quella infinita transizione iniziata nel 1994. In politica però occorre non avere rimpianti né fretta. La storia ci dirà se la collocazione definitiva di Casini sarà a destra o a sinistra (e se sarà a sinistra siamo certi che ben pochi dei suoi elettori lo seguiranno). In questa fase, piuttosto che inseguire le sue fantasie, meglio, molto meglio, mantenere una linea coerente che, oltre ad essere più facilmente intelligibile, è anche più apprezzata dal corpo elettorale (come dimostrano proprio le ultime elezioni politiche). Se l’UDC è disponibile ad un’alleanza con il centro destra se ne discuta. Se preferisce correre da sola, tanto meglio. Se poi vuole allearsi con la sinistra, faccia pure. Ma che la scelta sia chiara e inequivocabile. E che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.


Ma a chi si rivolge
Di...CASINI Berlusconi ne ha
e perchè no ?