Lunedì 21 Maggio 2012
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Spuntano 26 norme

Dopo il referendum-flop Chavez passa "di contrabbando" le sue leggi

1 Settembre 2008
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Lo scorso dicembre, lo chavismo subì il suo primo rovescio elettorale: un referendum bocciò la riforma costituzionale fortissimamente voluta dal presidente “para profundizar la Revolucion”. All’inizio di agosto, Chavez ha emesso per decreto, sfruttando i pieni poteri conferitigli dalla cosiddetta “ley habilitante”, 26 leggi che, afferma l’opposizione, introducono surrettiziamente molte delle riforme bocciate in quel referendum.

Le 26 leggi coprono una quantità di campi: turismo, trasporto ferroviario, trasporto navale, difesa del consumatore e via elencando. I provvedimenti che più destano allarme tra le associazioni imprenditoriali e tra le forze politiche non affini al chavismo sono quelli economici e sull’ordinamento delle forze armate. In estrema sintesi: con queste norme, il governo avrebbe mano libera nell’espropriare la proprietà privata di terzi; e viene creato un corpo militare, la “milicia bolivariana”, parallelo alle forze armate regolari, che si configurerebbe come una vera e propria milizia al servizio del presidente.

E se parte delle critiche feroci arrivano dai tradizionali settori dell’opposizione borghes, rilievi altrettanto duri arrivano da persone in passato dalla parte di Chavez, o comunque di sinistra. Il vecchio capo della guerriglia comunista Teodoro Petkoff, l’ex ministro degli Interni del primo governo Chavez Luis Miquilena, il capo dei socialisti di Podemos Ismael Garcia, per esempio. Tutti hanno detto: stanno “passando di contrabbando” la riforma costituzionale.

Per quanto riguarda gli imprenditori, valga per tutti quello che ha detto Eduardo Gómez Sigala, presidente della Confederación Venezolana de Industriales (Conindustria), la locale Confindustria: “L’esecutivo sta cercando di darci la stoccata finale, di strangolarci, stabilendo una serie di strumenti legali che serviranno soltanto a farla finita con gli investitori che ancora resistono in questo paese”. E conclude: “Il cerchio si è chiuso definitivamente sulle imprese”.

Probabilmente, la legge che più turba i sonni del presidente degli industriali è quella “per la difesa delle persone nell’accesso ai beni e ai servizi”. Tale norma definisce “beni di utilità pubblica” tutti quei beni “necessari per sviluppare attività di produzione di beni e servizi basici”; cioé, in definitiva, i mezzi di produzione. “Lo Stato, quando le circostanze lo richiedano – recita il testo della legge – potrà dettare misure eccezionali destinate a evitare l’aumento indebito dei prezzi, l’accaparramento o il boicottaggio di prodotti e servizi”. Chi incorra in tali reati è soggetto a pesanti pene pecuniarie e detentive, ma non solo: le sue proprietà potranno essere espropriate dallo Stato senza la necessità che vengano previamente dichiarate da un giudice “di utilità pubblica o interesse sociale”. Ora, spiegano gli avvocati di Conindustria, la definizione di “beni pubblici” è così vaga, il concetto di aumento indebito dei prezzi così aleatorio, le sentenze dei tribunali così appiattite sui voleri dell’esecutivo, che non si può fare a meno di temere che, adesso, tutte le attività economiche siano soggette alle bramosie nazionalizzatrici del governo.

Si tratta di leggi incostituzionali, dicono coloro che le avversano; o perché vanno contro la Costituzione del 1999, o perché contenute nella riforma bocciata nel referendum del 2007, e quindi non possono essere riproposte che tra diversi anni. Che abbiano ragione o meno, il TSJ, l’equivalente della Corte Costituzionale, “difficilmente le boccerà – osserva un commentatore internazionale: – i suoi membri sono stati designati dal Parlamento, che è al cento per cento chavista”.

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