Venerdì 10 Febbraio 2012
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Le polemiche sulla visita in Sinagoga

Quel che pensa il Papa degli ebrei è chiaro ma c'è chi fa finta di non capire

15 Gennaio 2010

Nei rapporti reciproci la chiarezza è molto importante. Senza un volto ben definito, ossia senza sapere chi si è, non ci si dispone nemmeno a cogliere il volto dell’altro. Il dialogo, nonostante l’attuale enfasi sulla diversità, avviene sempre tra due identità. Per questo il contributo vero, reale, fondamentale che Benedetto XVI sta dando al dialogo con gli Ebrei è la chiarezza. Anche quando, purtroppo, questa indirettamente provoca reazioni diverse tra gli interlocutori. Mentre il Rabbino Capo di Roma ha invitato il Papa a visitare la sinagoga domenica prossima 17 gennaio, il presidente dell’Assemblea dei rabbini italiani, Giuseppe Laras, ha detto che non sarà presente e non celebrerà questa giornata di amicizia ebraico-cristiana. Le motivazioni di opportunità riguardano l’avvio del processo di beatificazione di Pio XII, di cui Benedetto XVI ha proclamato le virtù eroiche, firmando il relativo decreto il 19 dicembre scorso, e che egli ha già chiamato pubblicamente “venerabile”. Anche l’anno scorso l’Assemblea dei Rabbini aveva sospeso la propria partecipazione alla giornata di amicizia cristiano-ebraica a causa del perdono concesso dal Papa ai lefebvriani (compreso il vescovo negazionista Williamson), al ritorno del messale del 1963 di Giovanni XXIII contenente la preghiera del venerdì santo per la conversione degli ebrei. In seguito ci sono state le richieste di perdono di Williamson, i chiarimenti contenuti nella Lettera del Papa ai vescovi cattolici sui vescovi lefebvriani, il viaggio in Israele, le molteplici dichiarazioni di amicizia con gli Ebrei, la regolarizzazione delle relazioni della Santa Sede con Israele. Tutti elementi che evidentemente il Rabbino Laras considera invece ancora questioni aperte e alle quali ora aggiunge la questione Pio XII.

Su questo problema, però, la posizione della Chiesa cattolica è chiara e nello stesso tempo aperta. Prima di tutto essa è una questione della Chiesa cattolica, la quale non può farsi dettare l’agenda del riconoscimento dei propri beati e santi da parte di nessuno. Pretendere di farlo significherebbe mettere in discussione il dialogo nei suoi fondamenti e voler deformare il volto dell’altro e la sua identità. Né si può sempre pensare che tutte le decisioni della Santa Sede e dei suoi vari organismi siano prese tenendo conto nel particolare delle ripercussioni sui rapporti con gli Ebrei. La firma del decreto delle virtù eroiche di Pio XII è stata fatta in contemporanea con quella relativa a Karol Woytjla, ma non necessariamente questo voleva essere un messaggio, in un senso o nell’altro, rivolto agli Ebrei. La successiva precisazione che comunque le cause avranno due percorsi diversi non può essere interpretata automaticamente come una rassicurazione data agli Ebrei che per Pio XII si attenderà più a lungo che non per Giovanni Paolo II e che quindi non si allarmino. Certo la Santa Sede conosce anche molto bene le arti diplomatiche e tutto viene coordinato dalla Segreteria di Stato con circospezione, però nello stesso tempo ci sono i tempi e le modalità della Chiesa. Questo vuol dire il cardinale Kasper quando afferma che quella di Pio XII è prima di tutto una questione “interna” alla Chiesa. Si tratta di un primo punto di chiarezza che anche gli Ebrei dovrebbero rispettare.

Il secondo punto riguarda il merito della eventuale beatificazione di Pio XII e i rapporti con la Storia. Il portavoce della Santa Sede, Padre Lombardi, subito dopo la firma del decreto su Pio XII, aveva dichiarato che la decisione riguarda non la figura storica di Pio XII, su cui il dibattito è aperto e su questo si pronunceranno gli storici, ma il fatto che egli possa esse proposto dalla Chiesa come esempio di vita cristiana. L’Osservatore Romano aveva dato conto di questa dichiarazione in una pagina interna attribuendola al “gesuita padre Lombardi”, con evidente volontà di sminuirne la portata. Che sia stato fatto per volontà esplicita del direttore Gian Maria Vian, autore di notevoli opere storiche su Pio XII e sul suo impegno a favore degli Ebrei, non ci è dato sapere, di certo è che secondo l’Osservatore la versione di padre Lombardi non poneva nel giusto modo il rapporto tra il Pio XII della fede e il Pio XII della storia.

Per puntualizzare questo rapporto bisogna tenere conto di due elementi. Il primo è che una gran mole di testi ormai sembra aver fatto sufficiente chiarezza sull’impegno di Pio XII nell’aiuto agli ebrei. Di questo bisognerebbe che gli Ebrei stessi prendessero maggiormente atto. Non si vuole dire che la questione sia chiusa, perché storiograficamente nessuna questione lo è mai, certo però che non è “totalmente aperta” a tutte le interpretazioni, consistenti paletti sono già stati posti. Il secondo, e ancora più importante, è che per Benedetto XVI la conoscenza anche scientifica della storia è aiutata e non frenata dalla visione della fede. Su questo egli ha scritto una quantità di opere da teologo e ha pronunciato una quantità di discorsi da Papa. La storia ha certo la propria autonomia di ricerca, è una scienza e quindi vale l’indicazione di lasciare che gli storici lavorino anche su Pio XII e che portino documenti e testimonianze a favore dell’una o dell’altra testi. Ma questo non impedisce alla Chiesa di pronunciare la sua valutazione non solo del Pio XII della fede ma anche di quello della Storia, a partire da una visione di fede. Per questo la dichiarazione di Padre Lombardi era sbilanciata.

Come si vede la posizione del Papa sembra piuttosto chiara. Del resto l’invito è venuto dal Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni e non dalla Santa Sede, il programma prevede momenti di amicizia cattolico-ebraica molto significativi e ad alto valore simbolico attorno e dentro la sinagoga, certamente dai discorsi reciproci emergeranno motivi di incontro e di valorizzazione reciproca oltre a impegni nei due campi fondamentali: la testimonianza per l’Unico Dio creatore in un mondo secolarizzato e l’impegno comune per i diritti umani e la solidarietà.

 

Commenti
onofriopinto
17/01/10 16:25
LA CHIESA CATTOLICA E LE LEGGI RAZZIALI
LA CHIESA CATTOLICA E LE LEGGI RAZZIALI Nel Luglio 1938 viene reso pubblico il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali. I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il Consiglio dei Ministri del 2 Settembre 1938 approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 della legge stabiliva che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da genitori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica». Papa Pio XII Pio XI dichiarò : «No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. L’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali. Il 6 Ottobre 1938 il Gran Consiglio approvò la “Carta della Razza” e un mese dopo, le leggi razziali, in forma di decreto legge. La Santa Sede focalizza su un unico punto la contrarietà alle nuove norme: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa.” I decreti vennero convertiti senza modifiche il 19 Novembre 1938. La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre 1938, quando Pio XI ricordò «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio” anche se nello stesso discorso non aveva mancato di ricordare il decennale del Concordato tra Stato e Chiesa che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «…. dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo». E, dopo quell’occasione, nessun Papa parlò più di leggi razziali. . A conferma, invece, di posizioni vicine al Regime di parte importante della gerarchia ecclesiastica, il 9 gennaio 1939, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa riguardo agli ebrei:«Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo” Pochi giorni dopo, 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici». Poi il silenzo fino a dopo il 25 luglio 1943 quando il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di aver agito tenendo presente che la legge a difesa della razza “… secondo i principi e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ». Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. "...una gran mole di testi ormai sembra aver fatto sufficiente chiarezza sull’impegno di Pio XII nell’aiuto agli ebrei. Di questo bisognerebbe che gli Ebrei stessi prendessero maggiormente atto." I testi in gran mole sono tutti di fonte Vaticana, di pubblico riguardo l'impegno c'è solo quello sopra riportato.
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