“Mi domando – si è chiesto giustamente Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale del ‘Corriere della Sera’ della vigilia di Natale – se esistano altri Paesi in cui, non un filmetto qualsiasi, ma la pellicola che si prevede come la più vista dell’anno, consista in pratica in una serie ininterrotta di volgarità condite di parolacce: una specie di lunga scritta oscena sulla parete del cesso d’una stazione”. Il riferimento era all’”ondata di doppi sensi e di turpiloquio che si rovescia ad ogni scena sugli spettatori di ‘Natale a Beverly Hills”. Concordo in pieno anche se, a differenza dell’amico Ernesto, non sarei mai andato a vedere un film con personaggi che si chiamano Aliprando Della Fregna e Rocco Passera: c’è un limite alla volgarità.
Mi meraviglia non poco, tuttavia, che la comprensibile indignazione dei molti lettori e saggisti che sono intervenuti a dargli man forte, sia scattata solo per le parole “udite” quest’anno e non per le immagini “viste” negli anni passati. Forse perché la parola continua a colpire più dell’immagine.
Nel 2002 il film di Neri Parenti, ‘Natale sul Nilo’, aveva posto dinanzi allo spettatore scene ben più volgari, anche se non condite dei ‘c’ che designano, negli uomini, le ‘vergogne’ anteriore e posteriore. Penso, in particolare, all’ incontenibile appello di madre natura che costringe il personaggio interpretato da Boldi a defecare in una cella segreta di un tempio. Non avendo carta igienica a disposizione, il turista si serve di una benda che vede spuntare da una fessura, la tira a sé e dopo centinaia di metri scopre trattarsi della fascia che avvolge la mummia di un faraone, il cui corpo, per colpa della sua diarrea, si dissolve. Difficile pensare a qualcosa di più disgustoso: una scena analoga potrebbe essere quella, che so io?, di una turista tailandese che, dovendo scatarrare e non trovando in borsetta nessuna pezzuola, si serve, per la bisogna, del lenzuolo che ricopre il corpo della veneranda Madre Serafina degli Scalzi collocato sotto l’altare della Chiesa del Redentore di Roccafredda.
Si dirà che, in questo caso, si reca oltraggio a un culto ‘vivo’ e quindi ai suoi fedeli mentre, nel caso egiziano, si ha a che fare con civiltà e con religioni tramontate da secoli. Già ma anche i grandi monumenti della storia hanno una loro ‘sacralità’ e metter piede in un tempio o in un museo richiede un atteggiamento di rispetto e una pietas profonda che non tollerano scurrilità e dileggio. Il fatto che quella scena di ‘Natale sul Nilo’ sei anni fa non abbia suscitato alcun dibattito (ricordo solo un articolo scandalizzato di Beppe Severgnini) ed anzi sia parsa molto divertente non (solo) al mio portinaio ma anche a qualche collega universitario – e direttore di Dipartimento – la dice lunga sull’evoluzione del nostro sentire etico ed estetico.
Detto questo, però, debbo pur rilevare che le polemiche suscitate dal nuovo film di Neri Parenti, mi hanno fatto constatare, malinconicamente, quanto sia ancora lontano in Italia lo ‘spirito del liberalismo’ e quanto gli abiti della mente e del cuore confezionati dalle ideologie totalitarie – rossa e nera – siano ancora radicati. Nel dibattito, infatti, si sono affrontate due scuole di pensiero entrambe nemiche del mercato e della società aperta. Secondo la prima, lo Stato deve finanziare solo film di qualità in virtù del suo compito educativo e ‘civilizzatore’, imprescindibile specie nell’età delle masse; secondo l’altra, lo Stato deve sostenere soltanto quelle produzioni cinematografiche che registrano un adeguato consenso di pubblico e di critica. Nessuna delle due, ovviamente, crede alla ‘democrazia del mercato’ per cui sono i consumatori che, col loro biglietto, votano per un film e fanno realizzare un profitto all’impresa che lo ha portato nelle sale. Nessuna delle due è disposta a sottoscrivere l’appello dell’editore Florindo Rubbettino che invita i governi a non finanziare gli operatori privati giacché, se sono bravi , non ne hanno bisogno e, se non lo sono, riceverebbero un sostegno immeritato. Nessuna delle due, infine, è pronta a un confronto serio sui rapporti tra democrazia e mercato e a una pacata ricognizione storica che mostri gli equivoci e le contraddizioni che hanno falsato quei rapporti in passato e continuano a falsarli nel presente. (v. sul tema gli spunti contenuti nel perspicace libro di Michela Nacci, ‘Storia culturale della Repubblica’, Ed. Bruno Mondadori).
Sembra non essersene accorto Alessandro Campi - responsabile del‘pensatoio’ di Gianfranco Fini, ‘Farefuturo’, apprezzato storico delle dottrine politiche ed esponente della cultura un tempo di ‘destra’ - nell’intervista rilasciata a ‘La Stampa’. In essa, infatti, lo studioso teorizza la distinzione fondamentale fra ‘trivialità’ e ‘cultura popolare’, secondo uno stile di pensiero che troviamo nella saggistica della ‘crisi della civiltà’ e che sembra consolare la cultura di sinistra, quando il consenso delle masse popolari non arride più ai partiti ‘progressisti’. Non vorrei essere equivocato. Ognuno di noi è un ‘fascio di ruoli’, come ci ha insegnato la sociologia liberale di Georg Simmel: possiamo essere spettatori, cittadini, genitori, politici, imprenditori, professori, critici cinematografici etc. e in ciascuno di questi ruoli avvertire esigenze diverse e attenerci a diversi codici e giudizi di valore. Come spettatore, i film di Neri Parenti mi disgustano e spero che i miei sentimenti siano condivisi non solo oggi ma continuino ad esserlo in futuro; come ‘critico’ dilettante’ (e non autorizzato) mi chiedo, tuttavia, quale sia il confine tra l’ammiccamento becero dei film ‘natalizi’ e la pornografia artistica di un film come i ‘Racconti di Canterbury’ (1971) di Pasolini; come psicologo sociale (senza averne alcun titolo), infine, non sono affatto sicuro che sull’”educazione sentimentale” di un adolescente, il sesso scanzonato faccia più danni di quello d’autore.
Ritenendo che il vero padre del liberalismo sia lo scettico empirista David Hume, mi riesce difficile comprendere le certezze assolute di quanti pur intendono costruire anche in Italia una destra europea e occidentale. Come si può credere di possedere un criterio estetico infallibile che ci consenta di distinguere tra spazzatura e opera d’arte? I ‘cinepanettoni’ dimostrano inequivocabilmente, con le loro immagini e le loro parole da trivio, che la società italiana contemporanea, rispetto a quella di ‘Pane, amore e fantasia’ – il bellissimo ‘filmetto’girato da Luigi Comencini nel 1953--, è oggettivamente più volgare, meno ‘perbenista’, meno rispettosa del decoro e delle forme: ma questo ‘giudizio di fatto’, relativo all’etica sociale, in quale rapporto sta con la valutazione estetica? Arte e morale non sono due diverse autonome ‘dimensioni dello spirito’, come si diceva una volta? E se anche fossimo d’accordo che i film in discussione sono eticamente riprovevoli ed esteticamente men che mediocri (e, personalmente, ne sono convinto) perché il tema dal piano inferiore della ‘società civile’ – dove si affrontano i sentimenti e le passioni più diverse, indotte dalle diverse appartenenze cetuali, professionali, religiose, filosofiche, etnoculturali - dovrebbe salire a quello superiore della ‘politica’?
Quando sui giornali gli ‘opinion makers’ politicamente schierati si affrontano in singolar tenzone, gli uni, richiamandosi, nella ‘difesa dell’indifendibile’, agli “echi ancestrali della Commedia di Aristotele o dei fescennini plautini”, gli altri, all’evidenza che il cinepanettone “non è il Boccaccio di Pasolini, non è l’Aretino più proibito, non è commedia all’italiana, e non è neanche cultura popolare, né Sordi né Bertoldo”, si resta colpiti dall’uso disinvolto dell’analogia messa al servizio di una tesi di parte. Anche a me, a dir la verità, riesce difficile dimenticare che le persone ‘colte e serie’ degli anni cinquanta e sessanta davano un giudizio dei film del grandissimo Totò--e, in seguito, di quelli di Franchi e Ingrassia – non dissimile da quello emerso dalle ormai numerose interviste sul film di Neri Parenti (e ricordo pure che non pochi professionisti che li vedevano di nascosto, parlandone in pubblico, non potevano trattenersi dall’ ”O tempora o mores!”) ma basta questa associazione di idee per dare nobili antenati a ‘Natale a Beverly Hills’? E basta il disgusto provato dallo spettatore colto per farlo riguardare come una mela marcia dell’attuale Cinecittà?
In siffatte questioni, che riguardano i costumi, le sensibilità, la morale, l’arte, si dovrebbe sempre procedere con la bussola del ‘dubbio metodico’ in mano e armati dalla consapevolezza, che saranno le generazioni future ad assegnare alle produzioni dell’ingegno la qualifica di “patrimonio universale dell’umanità”. Ed è proprio a causa di questa incapacità, irrimediabile per quanti vivono in una determinata società e in un determinato periodo, di apporre l’etichetta “cultura” sulle creazioni dei loro contemporanei -- poeti e prosatori, drammaturghi e registi cinematografici, artisti e musicisti--, che la sfera pubblica deve astenersi, almeno in una ‘società aperta’ (liberale), dall’intervenire con sostegni e incoraggiamenti vari. Quando politici e intellettuali cominciano a discettare sulla volgarità del cinepanettone sinceramente, viene da pensare, con preoccupazione, a quei regimi che non si accontentavano di ‘dirigere il traffico sociale’ ma volevano guidare ed elevare spiritualmente pedoni e automobilisti.
Per questi motivi, il terreno dello scontro scelto dai finiani contro il ministro dei Beni Culturali mi ha lasciato, a dir poco, perplesso. Hanno contestato la qualifica di ‘film’ culturale concessa a ‘Natale a Beverly Hills’, hanno ricordato che il finanziamento pubblico, in base al ‘decretino’ Urbani del 2004, dovrebbe toccare anche al produttore del film Aurelio De Laurentiis, hanno criticato l’idea di ‘cultura popolare’, contrapposta da Sandro Bondi all’aristocraticismo degli intellettuali, hanno tirato fuori, per dimostrarne la falsità, il vecchio tema dell’egemonia culturale della sinistra, hanno ricordato che anche la destra ‘pensa’ anche se trascura i suoi figli (che delusi passano a ‘Repubblica’, come sarebbe capitato, pensate un po’, a Roberto Saviano!!).Insomma tutto hanno fatto tranne quello che ci si aspettava da sinceri neofiti del liberalismo : ribadire, con parole semplici e chiare, che la politica non deve intromettersi nella fabbrica dei valori estetici e che lo Stato non ha alcun obbligo di preoccuparsi dell’industria cinematografica che, per sopravvivere e prosperare, deve poter contare solo sugli spettatori. I “soldi pubblici”, “in tempi di magra” come un tempi di vacche grasse, caro Campi, non si danno né “a un film di cassetta” né a un” film d’autore”, anche, lo ribadiamo, per l’oggettiva difficoltà di distinguerli – quello che molti, ed io tra questi, considerano il più grande regista di tutti i tempi, John Ford, non girava film “per fare soldi”, come dichiarò in una memorabile intervista a Peter Bogdanovich?
Neppure Bondi, però, rispondendo sul ‘Corriere della Sera’ del 27 dicembre u.s. a Galli della Loggia si è mosso sulla scia di Berlin e di Hayek.”Certo, da liberale come Galli della Loggia – ha dichiarato-- ritengo che sia possibile e doveroso che lo Stato o le élites si occupino anche dell’elevazione culturale della nazione, senza tuttavia imporre un gusto o una propria ideologia. Ed è per questa ragione, per liberare progressivamente il cinema dalla politica, che ho introdotto un sistema di finanziamenti indiretti attraverso la defiscalizzazione dell’investimento (il tax credit e il tax shelter) e limiterò d’ora in avanti il finanziamento diretto, in conseguenza del riconosciuto valore culturale di un’opera cinematografica, solo alle opere prime, cioè solo ai giovani registi che hanno davvero bisogno di essere sostenuti all’inizio della loro carriera “.
“Lo Stato o le élites”, faccio rispettosamente osservare al Signor Ministro, si occupano “dell’elevazione culturale della nazione”, custodendo e facendo conoscere il patrimonio storico (immenso, nel caso dell’Italia) accumulato nel corso del tempo e per tutti indiscusso e indiscutibile. In quest’ottica, un buongoverno, sostenuto da una maggioranza di elettori messa a conoscenza dei suoi programmi e delle sue iniziative, dovrebbe favorire tutte quelle iniziative – convegni, fondazioni, seminari di studio etc. – volte a tener vivo il ricordo di grandi artisti, come Sordi, Totò, De Sica, che, giudicati ‘volgari’ nel loro tempo, sono stati in seguito meglio compresi e post mortem assunti in Parnaso. Per quanto riguarda il presente, invece, chi sceglierà tra i “giovani registi” quelli “che hanno davvero bisogno di essere sostenuti all’inizio della loro carriera “? E come accertare il “ valore culturale di un’opera cinematografica”? Lo Stato, per Bondi, “non deve imporre un proprio gusto o una propria ideologia”, altrimenti si ricadrebbe nello ‘stato etico’ (fascista o comunista): la soluzione ragionevole da lui proposta, però, sembra quella del ritorno all’ideale “azionista” del “doppio settore” trasposto dalla economia alla politica culturale: un settore pubblico (o semipubblico) che promuove la ‘qualità’ e uno privato lasciato libero di puntare sulla ‘quantità’, sui gusti plebei dell’uomo della strada. Insomma uno stato etico’, sì, ma pluralista, che educa ma non punisce quanti non si fanno educare. Fuor di retorica, nella miriade di registi e produttori odierni, i governi dovrebbero individuare, gli esordienti, meritevoli di aiuto - ovviamente di ‘destra’ sotto il governo Berlusconi e di sinistra sotto il governo Prodi – in una logica di ‘aiutiamo i nostri’ fatta passare come espressione di un liberalismo generoso e “antimercatista”.
Sospetto che l’ideale di molti intervenuti al dibattito aperto da Galli della Loggia, sia quello di un ‘cinema d’autore’ sostenuto al 70% dal Ministero dei Beni Culturali su indicazione di Commissioni nominate ad hoc e composte di docenti, giornalisti, saggisti, artisti dotati di un potere esteso e insindacabile, come i giudici dei concorsi universitari. Oggi, in virtù dell’egemonia acquisita dalla sinistra sulla cultura italiana, quelle Commissioni vedrebbero una maggioranza composta da intellettuali organici al grande partito di ‘Repubblica’, ‘Espresso’, ‘Unità’, ‘Manifesto’ e da altri mostri sacri, che quotidianamente compaiono sulle terze pagine del ‘Corriere della Sera’, della ‘Stampa’, del ‘Sole 24 ore’ ; domani quelle stesse Commissioni potrebbero avere una maggioranza di segno ideologico opposto fatta di redattori e collaboratori di ‘Libero’, del ‘Giornale’, del ‘Foglio’, di ‘Panorama’. Invece di essere indottrinati da Umberto Eco, Adriano Prosperi, Gustavo Zagrebelsky, Barbara Spinelli, Rossana Rossanda lo saremmo da Antonio Socci, da Luigi Santambrogio, da Pierangelo Buttafuoco, da Roberto De Mattei.
Non è certo questo il “dream” del liberale che, lungi dal sognare, a sua volta, una “Commissione ministeriale per il cinema” presieduta da Piero Ostellino e composta da persone come Luca Ricolfi, Giuseppe Bedeschi, Angelo Panebianco, Galli della Loggia, Giorgio Fedel e simili, resta inguaribilmente allergico a ogni ‘catechismo’. Anche al suo.

