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Derive e rimedi

Come difendersi dall'antipolitica

22 Agosto 2008

Cominciamo con un piccolo indovinello. Chi sono gli autori di queste due frasi? La prima: "Adoro i partiti politici. Sono l’unico posto nel quale non si parla di politica". La seconda: "Lettore, supponi di essere un idiota; e supponi di essere un membro del Congresso; ma oggi mi sto ripetendo".

 

A una prima, superficiale, lettura si potrebbe credere che queste battute siano prese di peso da un discorso dell’on. Di Pietro o dal Blog di Beppe Grillo. Poi, ad un riesame appena più attento, si coglie un’ironia paradossale e un umorismo dissacratore che fanno supporre un’origine diversa. Sciogliamo subito il piccolo mistero. Le due citazioni appartengono rispettivamente a Oscar Wilde (1854-1900) e a Mark Twain (1835-1910). Si sarebbe tentati di concludere, allora, con un niente di nuovo sotto il sole, osservando che un certo spirito demistificatore è sempre esistito. Pure, questa sarebbe una conclusione riduttiva. Proviamo, invece, prendendo spunto da queste due citazioni, ad abbozzare una riflessione di carattere più generale.

In questi mesi si è molto parlato di antipolitica, cioè dell’esistenza di un radicato sentimento popolare contrario agli uomini politici che caratterizzerebbe la nostra vita pubblica. Di solito, i commentatori che hanno denunciato il fenomeno ne hanno fatto una specificità italiana. Esso sarebbe il frutto avvelenato dello scarso sentimento civico tipico della penisola, aggravato da un distruttivo spirito di fazione. In sostanza, l’antipolitica sarebbe la dimostrazione irrefutabile che l’Italia è impossibilitata a diventare un paese normale.

Come mostrano le due citazioni (e non sarebbe difficile allinearne molte altre) i sentimenti di ripulsa per la politica e di disprezzo nei confronti degli uomini politici non sono una prerogativa nostrana. Wilde e Twain, vissuti entrambi nella seconda metà dell’ottocento, parlavano dall’interno di due delle società politicamente più avanzate. L’America, patria di Twain, era, in modo quasi paradigmatico (anche prima del libro famoso di Tocqueville) il paese della democrazia; l’Inghilterra, dove l’irlandese Wilde viveva, era sempre stata considerata la culla della libertà, e proprio nella seconda metà del XIX si stava aprendo in senso democratico. In altri termini, gli strali polemici dei due scrittori non si spiegano solo come un possibile sottoprodotto della libertà di espressione, ma rimandano ai caratteri propri delle società democratiche. Queste si caratterizzano anzitutto dall’assenza di differenze di nascita o di rango. Si tratta di una condizione che non produce soltanto maggiore mobilità sociale e facilita la libertà politica, ma che ha anche delle necessarie ricadute sui rapporti di potere. In una condizione di eguaglianza tra tutti i membri della comunità, l’obbligazione politica diventa trasparente. Detto in termini più semplici, le relazioni di potere sono soggette ad un consenso liberamente dato e sempre revocabile. I politici, cioè i detentori del potere, non sono visti come superiori per virtù innate, ma per ragioni contingenti. In una simile situazione è molto probabile che in determinate sezioni dell’opinione si manifesti un sentimento di ripulsa o di dileggio nei confronti della classe politica. Certo, non sempre questo sentimento diventa prevalente o produce effetti esiziali per i regimi politici, ma esso resta una delle componenti dell’opinione.

Come ci si difende dall’antipolitica? Una prima, generalissima, risposta può essere: rafforzando la legittimazione del sistema. Magari tentando di far prevalere un atteggiamento bipartisan su alcune questioni. Ad esempio, la politica estera, che impone una continuità legata ad una visione comune del ruolo dell’Italia nel mondo. Accanto a questo, essenziale risulta il funzionamento della democrazia. Garantire la competitività del sistema politico, per cui le elezioni siano una contesa per il governo. Non ha importanza che ci sia un ricambio frequente, quello che conta è che ogni elezione sia una competizione ad armi pari nella quale si può vincere ma si può anche perdere.

Ma anche garantiti questi standard minimi bisogna mettere nel conto che la ripulsa per la politica non sarà mai del tutto eliminabile. Insomma, una volta fatto il possibile per rafforzare le fondamenta del sistema occorre imparare a convivere con l’antipolitica. Questa può essere anche un sentimento molto diffuso, ma è sempre un sentimento non univoco. Lo stesso cittadino che avversa i privilegi della casta dei politici può poi apprezzare scelte coerenti in materia di ordine pubblico o di rigore economico. In altri termini, proprio la trasparenza dell’obbligazione politica che è all’origine del fenomeno ci può insegnare a contenerlo e a contrastarlo nelle sue manifestazioni deteriori. Recuperare alla politica l’antipolitica è un compito perenne. Una delle sfide permanenti della democrazia.

 

Commenti
Filippo
24/08/08 19:13
Soluzioni interessanti
Per eliminare l'antipolitica proporrei di abrogare la legge elettorale vigente che permette a 2 o 3 persone e alle lobbyes più o meno legali che le sovvenzionano di decidere con una seppur lieve aprossimazione la composizione del parlamento prima ancor delle elezioni. In secondo luogo impedirei la candidatura di cittadini condannati in via definitiva (esclusi i reati politici e di opinione) alle istituzioni democratiche,giusto per dare a queste un briciolo di credibilità. Incentiverei la trasparenza degli appalti pubblici e delle gare tramite siti web dove deve essere ben contabilizzato l'afflusso di denaro pubblico. Trovo poi sconsolante che il politico medio sia un 60enne poco informato e abile solo nel disquisire davanti a giornalisti compiacenti pagati da noi profumatamente tramite il canone rai o tramite la pubblicità che gonfia il prezzo dei prodotti al supermercato. Inasprirei i controlli e le sanzioni per i reati dei cosiddetti "colletti bianchi". Inoltre abolirei il termine antipolitica e lo chiamerei imbufalimento e indignazione del cittadino e dal contribuente.
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