Il Mezzogiorno e Napoli: nec tecum nec sine te vivere possum. Così si potrebbero sintetizzare i tanti studi di Giuseppe Galasso che dall'epoca degli Angioini ai giorni nostri fanno rivivere tutte le difficoltà del rapporto tra la capitale e la provincia. E' un rapporto che mai ha trovato un equilibrio. In alcune fasi storiche il peso di Napoli è stato eccessivo, insopportabile per spalle troppo esili. In altri momenti le stesse spalle, ovvero la provincia, hanno coccolato l'illusione di potersi sbarazzare della testa, esaltando un particolarismo spacciato per autonomismo.
Il tutto, al Sud, è stato complicato dalla Sicilia: troppo aristocratica e troppo “altro” per confondersi nella ricerca di un equilibrio incerto tra testa e corpo. Quando ha potuto, la Sicilia ha coltivato le sue aspettative di autonomia in maniera alta e nobile, aprendo ad esempio la stagione delle costituzioni pre-unitarie. Quando non le è stato concesso, più terra terra, ha comunque ricercato il modo per restare un mondo a parte.
Così, nei secoli, il Sud si è sbriciolato nei diversi Sud. Non a caso nei migliori romanzi della nostra letteratura il particolarismo insito nei differenti Mezzogiorni d’Italia ritorna come tentazione risolutiva. La si rintraccia nel credersi "il sale della terra" del siciliano Principe di Salina; nella perenne inclinazione di Gaetano, il protagonista di Ferito a morte di Dudù La Capria, a cedere alle mollezze non solo paesaggistiche di Napoli; nella esaltazione della fattività delle formiche e dei formiconi pugliesi di Tommaso Fiore e persino nella rivalutazione post-ideologica dei briganti delle terre del Basento fatta da Salvatore Nigro.
Anche queste consapevolezze, d’altra parte, hanno spinto il pensiero meridionalistico a individuare nell'unità d’Italia un’occasione di aggregazione, di progresso e di emancipazione, senza per questo aver bisogno né di ignorare né di mistificare le condizioni particolari e le forzature attraverso le quali l'unificazione si è compiuta. Autonomisti nel cuore, gli interpreti del miglior meridionalismo non hanno avuto paura di prendere atto dell'arretratezza di questa parte del Paese, e tantomeno hanno creduto alla favola bella di un Sud civilizzato e autosufficiente. Per questo la loro prospettiva è stata unitaria: lo è stata quella a sfondo conservatore di Pasquale Turiello, di Fortunato e di Croce; quella comunista e rivoluzionaria di Gramsci; quella democratica e rivoluzionaria di Salvemini.
Queste analisi hanno tutte descritto un percorso incompiuto, mai in grado di tesaurizzare quanto l'unità nazionale aveva offerto al Mezzogiorno salvandolo dal particolarismo localistico ed evitando così che divenisse il Nord dell'Africa e, per questo, mai in grado di affermarsi convincentemente e definitivamente.
La “vaccinazione” nei riguardi delle esaltazioni tanto acritiche quanto localistiche di un presunto paradiso terrestre ha avuto bisogno di richiami periodici. Dopo la rivolta di Reggio Calabria nel 1970, ad esempio. O quando da sponde diverse due riviste napoletane, la filo-atlantica e democratica “Nord e Sud” e la filo-sovietica e comunista “Cronache Meridionali” se le davano di santa ragione, tenendo fermo però il principio comune per cui il Sud non avrebbe potuto fare a meno di una prospettiva unitaria e nazionale. Chinchino Compagna quest’esigenza la esemplificò fin nel titolo prescelto per la sua rivista, "Nord e Sud" per l’appunto. Dalla sponda comunista i Chiaromonte e i Fermariello non furono meno fermi nel contrastare ogni deriva verso il particolarismo. Se il non saper individuare da parte di Benedetto Croce il capolavoro nei Vicerè di de Roberto fu in fondo per diffidenza nei confronti dell’autocompiacimento di far parte di un mondo a parte, immobile, allo stesso modo i comunisti di "Cronache Meridionali" individuarono nei tentennamenti di Gaetano, protagonista di Ferito a morte, un pericoloso cedimento al particolarismo piccolo borghese.
Questa alleanza tra meridionalismi, diversi ma in fondo tutti unitari, si rompe a sinistra. Nel clima di spaesamento che segue la caduta del Muro, è in questi ambienti che si scorge la possibilità di una reinterpretazione ideologica del particolarismo meridionale. E’ questo il tentativo che si cela dietro la teorizzazione del "rinascimento bassoliniano". Ed è ancora questo tentativo che porta fior di intellettuali a teorizzare l'inesistenza non solo di una questione meridionale ma dello stesso sud come categoria esplicativa, quant’anche solo in ambito geo-politico. Per questa ragione il cosiddetto “pensiero meridiano” nelle diverse sfaccettature – da quella di Franco Cassano a quella di Piero Bevilacqua a quelle degli autori di Meridiana e della casa editrice Donzelli – si proclama nemico mortale dello sviluppo come categoria egemone nell’analisi dei processi sociali. E a tutto ciò si attaglia la teorizzazione del “partito personale” come nuova forma della politica: un riadattamento delle teorie carismatiche di Weber alle temperature calde del Mediterraneo, dove al sole di Napoli si squaglia ogni tensione unificante. Sicché, quella forma-partito pensata contro il particolarismo dei notabili, viene adattata alle esigenze di “grandi notabili” che corrodono da dentro i tentativi di dar vita a partiti nazionali.
A sinistra, grazie al cielo, non c’è solo questo. Ci sono anche i Nicola Rossi e i Gianfranco Viesti. In ambito politico, però, nelle catastrofi delle amministrazioni “progressiste” dell’Abruzzo, della Puglia e della Calabria; nel pozzo senza fondo della sanità meridionale, nel fallimento del bassolinismo e nella crisi dell’immondizia che lo eternizza si rintraccia innanzi tutto la rottura culturale che ha consentito al particolarismo di espandersi senza più ritegni. E, in fondo, la vittoria di Berlusconi sull’immondizia, così come la presenza dello Stato all’Aquila nel momento dell’emergenza, sono stati la rivincita contro lo sputtanamento che la “questione meridionale” in salsa particolaristica ha subito negli ultimi venti anni.
Da qui sarebbero dovuti partire i meridionalisti del PdL: dal rivendicare il ritorno al meridionalismo strategico e nazionale; dal valorizzare il ruolo dello Stato in un’epoca di globalizzazione; dal dotarsi di una classe dirigente all’altezza di un’emergenza nazionale; dal porre, ancor prima che un problema di spesa, le ragioni di contesto per cui i capitali non bagnano Napoli e neppure il resto del Sud. Perché, in un’epoca di globalizzazione, se i capitali non ci sono ma esistono le possibilità che essi fruttino, arrivano. Lo dimostrano le potenze economiche emergenti. E che il sud inizi a correre sfruttando i margini di crescita più alti propri delle zone meno avanzate, rappresenta oggi una esigenza nazionale, se si vuole portare il Paese fuori dalla crisi più forte di come vi è entrato.
Di queste esigenze e di queste tensioni cerca di farsi interprete il documento sul sud che i gruppi parlamentari del PdL hanno predisposto. Esso incarna la volontà di difendere l’esperimento ancora troppo giovane di un partito nazionale contro la tentazione di quanti vorrebbero invece provare a declinare nel centro-destra i fallimenti della sinistra meridionalista e particolarista. Vorrebbe essere un piccolo ma orgoglioso contributo per rialzare la bandiera tradizionale del miglior meridionalismo. Quello per il quale l'Italia e l'Europa costituiscono per il sud risorse politiche da utilizzare, trovando la classe politica che lo sappia fare. Senza più indulgere nella retorica del "paradiso abitato dai diavoli", annoverando tra questi ultimi anche tanti meridionali che si appropriano indebitamente di una questione antica al fine di risolvere piccoli o grandi problemi di carriera.
(da il Foglio)


Il Mezzogiorno
Gaetano è come sempre
...E' la solita aria fritta
la globalizzazione amplia le dinamiche economiche territoriali
Partito del Sud